Gli EZTV debuttano con "Calling Out", album pregno di potenziali hit segnate dalle ormai famigerate pene d’amor perduto. Buona la prima, dunque, ma per plasmare musica da ricordare occorre più originalità.
Emozionale sul piano testuale e vintage su quello sonoro, l’esordio discografico degli EZTV ricuce tessuti melodici recuperati dai sixties e parsimonia ritmica dagli eighties.
CallingOut potrebbe sembrare gracile, e per gran parte lo è, ma scrostata la sottile vernice di immediatezza che lo ricopre, si rivela più solido di quel che appare.
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venerdì 11 settembre 2015
martedì 1 settembre 2015
The Lafontaines - Class
Gli scozzesi Kerr Okan (voce), Jamie Keenan (batteria), John Gerard (bass), Iain Findlay (chitarra) e Darren McCaughey (chitarra e tastiere) fondano il gruppo The Lafontaines nel 2010. Il giovane quintetto promuove un crossover che “ufficialmente” prende spunto dal rapping dello statunitense Notorius B.I.G. e dalle sonorità dei connazionali Biffy Clyro. Per certi versi, il duplice orientamento è attendibile: risulta evidente la fascinazione hip hop, meno quella rock. Più che altro è un godibile power pop a brillare, soprattutto durante gli spettacoli dal vivo. Il sound è certamente immediato, ma non rigorosamente radicale. Spesso ricorda episodi moderati del pluripremiato coacervo concepito dai Linkin Park.
Il primo lavoro discografico è l’EP All She Knows, del 2013, ma il vero e proprio debutto è Class (giugno 2015), un lavoro che calca la mano su temi personali e generazionali, e focalizza uno stile bardato con chitarre in overdrive e testi turbinosi. Quasi tutte le tracce del disco presentano suoni pieni ma non necessariamente aggressivi, che si traducono in una voluminosa massa. L’intensa attività live è imprescindibile per una band che vuole farsi una reputazione, per questo i The Lafontaines si esibiscono in numerosi piccoli club (anche negli States) prima di affrontare l’annuale edizione del “T in the Park”, il leggendario festival scozzese.
Il curioso nome della band è stato scelto per onorare il grande voice actor americano Don LaFontaine, scomparso nel 2008 poco prima di mettere in atto una collaborazione con i ragazzi di Glasgow.
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Il curioso nome della band è stato scelto per onorare il grande voice actor americano Don LaFontaine, scomparso nel 2008 poco prima di mettere in atto una collaborazione con i ragazzi di Glasgow.
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mercoledì 26 agosto 2015
Gardens & Villa - Music For Dogs
Tenui melodie e cori à gogo per Music For Dogs, terzo album in carriera del gruppo californiano Gardens & Villa. Poche sorprese, ma una ritrovata verve lirica tiene a galla l’intero lavoro.
Gardens & Villa si riaffacciano sul mercato discografico solo un anno e mezzo dopo la pubblicazione di Dunes. Il gruppo capeggiato da Chris Lynch e Adam Rasmussen ha impiegato poco ad elaborare il nuovo progetto discografico Music For Dogs. Complice la smania di far dimenticare il precedente lavoro – che stando alle ultime dichiarazioni, pare sia stato imposto dalla label – i due hanno elaborato le undici tracce in preda ad un rinnovato delirio creativo libero da vincoli.
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Gardens & Villa si riaffacciano sul mercato discografico solo un anno e mezzo dopo la pubblicazione di Dunes. Il gruppo capeggiato da Chris Lynch e Adam Rasmussen ha impiegato poco ad elaborare il nuovo progetto discografico Music For Dogs. Complice la smania di far dimenticare il precedente lavoro – che stando alle ultime dichiarazioni, pare sia stato imposto dalla label – i due hanno elaborato le undici tracce in preda ad un rinnovato delirio creativo libero da vincoli.
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martedì 23 giugno 2015
Alcoholic Faith Mission - Orbitor
Orbitor è il nuovo album del collettivo danese Alcoholic Faith Mission.
Quarantacinque minuti di musica elettronica attuale ma che potrebbe essere
stata incisa decenni fa.
La nostalgia assume sempre più i contorni di una moda e gli AFM ne seguono l’onda pur confezionando pregevoli brani.
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La nostalgia assume sempre più i contorni di una moda e gli AFM ne seguono l’onda pur confezionando pregevoli brani.
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domenica 19 aprile 2015
InVinoVeritas - ViaVai
Cinque anni dopo demoDé, gli InVinoVeritas pubblicano ViaVai. Più asciutto e incisivo del precedente, il nuovo disco cerca – come anticipa il titolo – di mettere a fuoco il tema del movimento. Il fil rouge che lega le tracce non sempre connette gli argomenti, ma il risultato complessivo è comunque piacevole.
Gli InVinoVeritas pubblicano il terzo album in tredici anni. In sala d’incisione, a quanto pare, ci finiscono solo quando è il momento di plasmare qualcosa che li coinvolge per davvero. O quando i cambi di formazione lo consentono.
Il gruppo ha scelto un nome programmatico per questa produzione: ViaVai.
E’ un disco che aspira a raccontare migrazioni fisiche e vagabondaggi trascendentali, che mira all’inequivocabile rappresentazione “di movimento” e che cerca di meditare “sul movimento”. La trama incarna visioni e opportunità, ambizioni e frustrazioni che accarezzano la superficie di quanto predefinito senza ghermirne il nucleo. Il filo conduttore è labile ma è magistralmente saldato in copertina dalla concretizzazione del titolo che propone – oltre all’acronimo del nome della band – quel febbrile movimento di persone che vanno e vengono.
Il viaggio allora risulta più focalizzato con la musica, che esplora, setaccia, riscopre. Gli InVinoVeritas tratteggiano una scena ampia mai arroccata, pronta semmai a spalancarsi per il frequente ricambio di componenti, per la stravaganza concettuale, per la rilevante fusione di stili. E’ una band che rimanda un brio compositivo sincretico, disposto a sperimentare, ad osare per mezzo di insolite soluzioni. Dal pop al rock, dal punk al cantautorato: la metamorfosi sonora del collettivo si basa su accenti ritmici sostanziali e su architetture melodiche funzionali. A completare la miscela, voci diverse si alternano per urlare la rabbia o sussurrare lo sdegno. La penna rastrella tribolazioni (Briciole), riscontri intimisti (einvctnvai) o angosce più che concrete (Clash in Via Padova).
Traspare una nitida autenticità, una passione onesta dagli undici brani contenuti in ViaVai. Pur non essendo perfetto, l'album esibisce quarantacinque minuti di musica matura e intensa. La già menzionata einvctnvai e Come Ridere svettano dal contesto in modo netto, rinnovando, grazie al fondamentale contributo vocale di Sara Squillante, lo splendore canoro che ha segnato il progresso della musica leggera italiana negli anni Sessanta.
Gli InVinoVeritas pubblicano il terzo album in tredici anni. In sala d’incisione, a quanto pare, ci finiscono solo quando è il momento di plasmare qualcosa che li coinvolge per davvero. O quando i cambi di formazione lo consentono.
Il gruppo ha scelto un nome programmatico per questa produzione: ViaVai.
E’ un disco che aspira a raccontare migrazioni fisiche e vagabondaggi trascendentali, che mira all’inequivocabile rappresentazione “di movimento” e che cerca di meditare “sul movimento”. La trama incarna visioni e opportunità, ambizioni e frustrazioni che accarezzano la superficie di quanto predefinito senza ghermirne il nucleo. Il filo conduttore è labile ma è magistralmente saldato in copertina dalla concretizzazione del titolo che propone – oltre all’acronimo del nome della band – quel febbrile movimento di persone che vanno e vengono.
Il viaggio allora risulta più focalizzato con la musica, che esplora, setaccia, riscopre. Gli InVinoVeritas tratteggiano una scena ampia mai arroccata, pronta semmai a spalancarsi per il frequente ricambio di componenti, per la stravaganza concettuale, per la rilevante fusione di stili. E’ una band che rimanda un brio compositivo sincretico, disposto a sperimentare, ad osare per mezzo di insolite soluzioni. Dal pop al rock, dal punk al cantautorato: la metamorfosi sonora del collettivo si basa su accenti ritmici sostanziali e su architetture melodiche funzionali. A completare la miscela, voci diverse si alternano per urlare la rabbia o sussurrare lo sdegno. La penna rastrella tribolazioni (Briciole), riscontri intimisti (einvctnvai) o angosce più che concrete (Clash in Via Padova).
Traspare una nitida autenticità, una passione onesta dagli undici brani contenuti in ViaVai. Pur non essendo perfetto, l'album esibisce quarantacinque minuti di musica matura e intensa. La già menzionata einvctnvai e Come Ridere svettano dal contesto in modo netto, rinnovando, grazie al fondamentale contributo vocale di Sara Squillante, lo splendore canoro che ha segnato il progresso della musica leggera italiana negli anni Sessanta.
martedì 17 marzo 2015
Trupa Trupa - Headache
Si chiamano Trupa Trupa vengono dalla Polonia e hanno appena pubblicato Headache.
Il disco conta undici brani cantati in inglese e musicati sulla scorta di un rock psichedelico che ricorda i Beatles più acidi e i Radiohead più avversi al mainstream.
E’ Snow a lasciare affiorare il “mal di testa”, col suo accordo che regge l’intonazione di un lamento stonato e una strofa che fluttua prima di cadere nella spirale avviluppante di un ritornello strutturale.
I primi punti fermi dell’intero progetto vengono fissati: essenzialità lirica che profonde suggestione e musica che altera la sua fluidità in favore di una deformazione viscosa. Tra sogno e realtà lo sguardo dei ragazzi è un percorso che sembra esplorare la dottrina escatologica. Sacrifice ne è la summa (I've just realised/ I won't sacrifice/ I don't even care). Blanda e ipnotica lascia galleggiare le parole su un tappeto sonoro piacevolissimo, in piena antitesi con l’escalation lugubre ricreata dalla successiva Getting Holder. Da qui sembra debuttare un'ideale seconda parte dell’album. La direzione intrapresa dai Trupa Trupa diventa musicalmente prolissa, reiterata da sonorità davvero insistite, mentre resta laconica la stesura dei testi. Una concisione che esalta un cantato sempre più cupo ed enfatizza un’armonia tesa che in più punti, ad esempio nella chilometrica title track, sfocia in puro noise. Unbelievable torna ai toni pastello e alle atmosfere più rarefatte, ma è un filo sottile, presto spezzato dal mood alienato ed entropico di Picture Yourself.
Headache è una piacevole scoperta che svela una band capace di emergere lontano dai soliti lidi fortunati. Uscito in CD il 7 marzo, il concept sarà disponibile anche su cassetta (un supporto che quasi incredibilmente si ripropone) dal 28.
Difficili da pronunciare e da memorizzare, ma meritevoli di menzione, i nomi dei quattro componenti la band: Grzegorz Kwiatkowski (chitarra e voce), Wojciech Juchniewicz (basso, chitarra e voce), Rafal Wojczal (tastiere e chitarra) e Tomek Pawluczuk (batteria).
E’ Snow a lasciare affiorare il “mal di testa”, col suo accordo che regge l’intonazione di un lamento stonato e una strofa che fluttua prima di cadere nella spirale avviluppante di un ritornello strutturale.
I primi punti fermi dell’intero progetto vengono fissati: essenzialità lirica che profonde suggestione e musica che altera la sua fluidità in favore di una deformazione viscosa. Tra sogno e realtà lo sguardo dei ragazzi è un percorso che sembra esplorare la dottrina escatologica. Sacrifice ne è la summa (I've just realised/ I won't sacrifice/ I don't even care). Blanda e ipnotica lascia galleggiare le parole su un tappeto sonoro piacevolissimo, in piena antitesi con l’escalation lugubre ricreata dalla successiva Getting Holder. Da qui sembra debuttare un'ideale seconda parte dell’album. La direzione intrapresa dai Trupa Trupa diventa musicalmente prolissa, reiterata da sonorità davvero insistite, mentre resta laconica la stesura dei testi. Una concisione che esalta un cantato sempre più cupo ed enfatizza un’armonia tesa che in più punti, ad esempio nella chilometrica title track, sfocia in puro noise. Unbelievable torna ai toni pastello e alle atmosfere più rarefatte, ma è un filo sottile, presto spezzato dal mood alienato ed entropico di Picture Yourself.
Headache è una piacevole scoperta che svela una band capace di emergere lontano dai soliti lidi fortunati. Uscito in CD il 7 marzo, il concept sarà disponibile anche su cassetta (un supporto che quasi incredibilmente si ripropone) dal 28.
Difficili da pronunciare e da memorizzare, ma meritevoli di menzione, i nomi dei quattro componenti la band: Grzegorz Kwiatkowski (chitarra e voce), Wojciech Juchniewicz (basso, chitarra e voce), Rafal Wojczal (tastiere e chitarra) e Tomek Pawluczuk (batteria).
venerdì 6 marzo 2015
Clarence Clarity - No Now
Clarence Clarity debutta con il suo primo vero album il 3 marzo.
No Now riprende idee parzialmente comparse nell'EP Save Thyself (2013), ne sviluppa la trama e ne approfondisce la prosodia. Il numero ipertrofico di brani realizzati, ben venti, attecchisce nel terreno fertile dell'electropop. L'eccesso di idee elaborate sperimenta una “non” forma-canzone, ampliando i limiti di una proposta strabocchevole. Il disco non nasconde riferimenti di stile, più che citazioni, richiamando periodi ed evitando accostamenti a personaggi, evidenziando interesse per i suoni che hanno reso celebri i sintetizzatori nella prima metà degli anni '80. In questo, No Now contiene rievocazioni – quasi dei flashback sonori – che si innestano nella contemporaneità di un progetto parcellizzato nel suo fluire. Barricato dietro un nickname che ne preserva la vita privata, il britannico sembra favorire una certa preferenza per la comunicazione musicale in favore di ogni altro tipo di ostentazione. Il musicista e produttore lascia trapelare scarse informazioni sul proprio conto, preferendo erigere quell’impenetrabile varco che argina pruderie extra-professionali. O forse, è solo una ritrosia di facciata che cela una strategia per incrementare curiosità. US5WNYHWQP3R
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No Now riprende idee parzialmente comparse nell'EP Save Thyself (2013), ne sviluppa la trama e ne approfondisce la prosodia. Il numero ipertrofico di brani realizzati, ben venti, attecchisce nel terreno fertile dell'electropop. L'eccesso di idee elaborate sperimenta una “non” forma-canzone, ampliando i limiti di una proposta strabocchevole. Il disco non nasconde riferimenti di stile, più che citazioni, richiamando periodi ed evitando accostamenti a personaggi, evidenziando interesse per i suoni che hanno reso celebri i sintetizzatori nella prima metà degli anni '80. In questo, No Now contiene rievocazioni – quasi dei flashback sonori – che si innestano nella contemporaneità di un progetto parcellizzato nel suo fluire. Barricato dietro un nickname che ne preserva la vita privata, il britannico sembra favorire una certa preferenza per la comunicazione musicale in favore di ogni altro tipo di ostentazione. Il musicista e produttore lascia trapelare scarse informazioni sul proprio conto, preferendo erigere quell’impenetrabile varco che argina pruderie extra-professionali. O forse, è solo una ritrosia di facciata che cela una strategia per incrementare curiosità. US5WNYHWQP3R
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lunedì 23 febbraio 2015
Mettercela tutta, sempre
Mettercela tutta. Combinare date e macinare chilometri, calcare palchi e suonare in tutti gli angoli del Paese come fosse la prima volta, con l’urgenza di un nuovo inizio che spinge per manifestarsi, e non l’ultima, che si porta dietro una carico di malinconia e uno scarico di responsabilità da lavoro archiviato.
I Leitmotiv sono fuori da un pezzo, e da un pezzo si dannano l’anima ad ogni concerto. Non hanno timore di assumere rischi là dove conta, on stage. La tappa del 20 febbraio, all’Officina San Domenico di Andria, ha confermato le peculiare spettacolarità delle loro esibizioni e ha trasmesso una buona dose di certezze. Il tour in supporto del nuovo I Vagabondi, quarto album dei pugliesi, prosegue un’evoluzione artistica e un percorso indipendente impostato circa dieci anni fa.
I Leitmotiv dimostrano di aver trovato la formula ideale per uno show che si rinnova di volta in volta. Giorgio Consoli conferma doti carismatiche e non comuni, da affabulatore punk, mentre Giuseppe Soloperto, Dino Semeraro e Natti Lomartire ghermiscono il suono più adatto al mood dei testi. E’ questa una delle certezze dei Leitmotiv: quella di aver cercato e trovato la vibrazione identitaria, quella di aver fatto proprio un linguaggio sonoro che si distingue dagli altri. Un’armatura musicale dalla struttura dinamica che, dapprima ha sostenuto un pun multilingue dall’orientamento cosmopolita, dopo ha agevolato una preferenza per testi italiani, più adatti a trasporre lucide tesi e sinceri interrogativi sulla nostra realtà. Questo è il corredo che la band di Sava cesella continuamente per frapporre un distanza tangibile con le altre proposte musicali in circolazione. Un loro live è una messinscena che porta davvero pezzi di vita sul proscenio. Il gruppo sa blandire con I diciottenni, emozioni legate ai ricordi e ritmo docile, e pestare con Ad occhi chiusi, toni nervosi per uno spaccato sociale. Sa dispiegare, meglio di chiunque, gli umori biografici con I Vagabondi e sbeffeggiare sottilmente con Testa di paglia. Sa pungolare con La Flute Magique, brano opportunamente ripescato dal catalogo, e osare con il medley Puerto Nuevo/ Girls and Boys (Blur).
Assistere a un loro concerto non è mero svago, è un’esperienza. Equipaggiamento essenziale, scarpe comode e lo sguardo avanti per dare il meglio. Mettercela tutta. Sempre. Questo è il leitmotiv. Questi sono i Leitmotiv.
I Leitmotiv dimostrano di aver trovato la formula ideale per uno show che si rinnova di volta in volta. Giorgio Consoli conferma doti carismatiche e non comuni, da affabulatore punk, mentre Giuseppe Soloperto, Dino Semeraro e Natti Lomartire ghermiscono il suono più adatto al mood dei testi. E’ questa una delle certezze dei Leitmotiv: quella di aver cercato e trovato la vibrazione identitaria, quella di aver fatto proprio un linguaggio sonoro che si distingue dagli altri. Un’armatura musicale dalla struttura dinamica che, dapprima ha sostenuto un pun multilingue dall’orientamento cosmopolita, dopo ha agevolato una preferenza per testi italiani, più adatti a trasporre lucide tesi e sinceri interrogativi sulla nostra realtà. Questo è il corredo che la band di Sava cesella continuamente per frapporre un distanza tangibile con le altre proposte musicali in circolazione. Un loro live è una messinscena che porta davvero pezzi di vita sul proscenio. Il gruppo sa blandire con I diciottenni, emozioni legate ai ricordi e ritmo docile, e pestare con Ad occhi chiusi, toni nervosi per uno spaccato sociale. Sa dispiegare, meglio di chiunque, gli umori biografici con I Vagabondi e sbeffeggiare sottilmente con Testa di paglia. Sa pungolare con La Flute Magique, brano opportunamente ripescato dal catalogo, e osare con il medley Puerto Nuevo/ Girls and Boys (Blur).
Assistere a un loro concerto non è mero svago, è un’esperienza. Equipaggiamento essenziale, scarpe comode e lo sguardo avanti per dare il meglio. Mettercela tutta. Sempre. Questo è il leitmotiv. Questi sono i Leitmotiv.
sabato 6 dicembre 2014
The Ringo Jets, debutto folgorante
Difficile capire le dinamiche della promozione.
Se Google non si è sbagliato, in Italia nessuno ha commentato The Ringo Jets, debut album de The Ringo Jets.
Eppure il power trio composto da Tarkan Mertoglu, Deniz Agan e Lale Kardes offre uno stile che, pur ricalcando generi ampiamente esplorati – dall’hard rock al blues psichedelico – presenta un sound personale, trascinante e dannatamente piacevole. Il mood è fresco e vivace anche se vintage: solo chitarre, batteria e occasionalmente basso. Strano che, qui da noi, nessuno gli abbia dedicato un briciolo di attenzione. Il disco, per altro, è stato registrato a Milano sotto la produzione di Tommaso Colliva (Muse, Franz Ferdinand, Afterhours, Calibro35). E poi dentro ci sono un paio di illustri ospiti, due belle cover e volumi a tutto gas.
L'impatto dal vivo è notevole, capace di coinvolgere da subito. E’ nella dimensione live che li ho scoperti, durante l’ultimo Medimex (un plauso a chi li ha invitati). Folgorato sulla via di Damasco, anzi, un po’ prima: sulla via di Istanbul. Il trio viene dalla Turchia e, fare rock da quelle parti non è ancora un’attività del tutto normale. Terra lacerata da divisioni politiche, fazioni religiose e tensioni sociali, il Paese cerca di approdare a una piena democrazia nonostante gli argini innalzati da forze conservatrici e autoritarie.
Per questo e per altri motivi ancora il crudo rock de The Ringo Jets merita di essere apprezzato.
Continua su LSDmagazine.
Eppure il power trio composto da Tarkan Mertoglu, Deniz Agan e Lale Kardes offre uno stile che, pur ricalcando generi ampiamente esplorati – dall’hard rock al blues psichedelico – presenta un sound personale, trascinante e dannatamente piacevole. Il mood è fresco e vivace anche se vintage: solo chitarre, batteria e occasionalmente basso. Strano che, qui da noi, nessuno gli abbia dedicato un briciolo di attenzione. Il disco, per altro, è stato registrato a Milano sotto la produzione di Tommaso Colliva (Muse, Franz Ferdinand, Afterhours, Calibro35). E poi dentro ci sono un paio di illustri ospiti, due belle cover e volumi a tutto gas.
L'impatto dal vivo è notevole, capace di coinvolgere da subito. E’ nella dimensione live che li ho scoperti, durante l’ultimo Medimex (un plauso a chi li ha invitati). Folgorato sulla via di Damasco, anzi, un po’ prima: sulla via di Istanbul. Il trio viene dalla Turchia e, fare rock da quelle parti non è ancora un’attività del tutto normale. Terra lacerata da divisioni politiche, fazioni religiose e tensioni sociali, il Paese cerca di approdare a una piena democrazia nonostante gli argini innalzati da forze conservatrici e autoritarie.
Per questo e per altri motivi ancora il crudo rock de The Ringo Jets merita di essere apprezzato.
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giovedì 27 novembre 2014
Guano Padano - Americana
Sin dal titolo, il nuovo disco dei Guano Padano non lascia adito ad equivoci: Americana.
Musica americana, dall'idea fondante del concept allo stile adottato per la sua realizzazione.
E' l'antologia di scritti curata da Elio Vittorini, pubblicata negli anni '40 e intitolata proprio Americana, ad ispirare la band formata da Alessandro "Asso" Stefana, Zeno De Rossi e Danilo Gallo.
Osteggiata dal regime fascista, la raccolta fu tradotta dalle eminenze della nostra letteratura del tempo – tra cui Pavese, Montale, Moravia e lo stesso Vittorini – e svelò all'Italia l'oscuro microcosmo ideato da John Fante, il lirismo drammatico degli scritti di Ernest Hemingway e l'aspra umanità proposta da John Steinbeck. Lì dentro non c'era solo la mappa del Nuovo Mondo, ricco di geometrie così diverse dalle sinuosità dei paesaggi italiani deturpati dalla guerra, ma anche un altro nuovo mondo ricreato da linguaggi e da ambizioni, da insospettabili vizi e da freschi trend. Il messaggio abbagliante di quelle pagine ancora oggi riluce di fascino, lo stesso che ha influenzato la composizione delle diciassette tracce concepite dai Guano Padano. Ideale colonna sonora della collezione narrativa voluta da Vittorini, certo, ma anche viaggio sonoro che ne prescinde i legami. Il disco del trio ha un forte potere evocativo promosso da una strumentazione che ne esalta la sfera concettuale. È una grammatica musicale articolata con lap steel, banjo, armonica e fiati ma che, per catalizzare suggestioni, si serve di sacche cariche di silenzio (Station e White Giant). Molti passaggi richiamano l'epopea del vecchio west già musicata da Morricone, ma non mancano le digressioni surf rock di Pian della Tortilla, il quasi rockabilly di Flem's Circus e le atmosfere country della My Town caratterizzata dal parlato di Joey Burns (Calexico). Fatta eccezione per The Seed and The Soil, che include l'elegante prova canora di Francesca Amati, le musiche non cercano la sponda di una voce per enfatizzare l'assetto compositivo. Il canto resta escluso, tant'è che Dago Red si presta ad accogliere uno speech di Dan Fante su suo padre John e The Fat of the Land ripropone una scheggia di Workhouse Blues per un operazione che ricorda addirittura i recuperi di Alan Lomax. Operazione discografica coraggiosa e densa di contenuti.
Osteggiata dal regime fascista, la raccolta fu tradotta dalle eminenze della nostra letteratura del tempo – tra cui Pavese, Montale, Moravia e lo stesso Vittorini – e svelò all'Italia l'oscuro microcosmo ideato da John Fante, il lirismo drammatico degli scritti di Ernest Hemingway e l'aspra umanità proposta da John Steinbeck. Lì dentro non c'era solo la mappa del Nuovo Mondo, ricco di geometrie così diverse dalle sinuosità dei paesaggi italiani deturpati dalla guerra, ma anche un altro nuovo mondo ricreato da linguaggi e da ambizioni, da insospettabili vizi e da freschi trend. Il messaggio abbagliante di quelle pagine ancora oggi riluce di fascino, lo stesso che ha influenzato la composizione delle diciassette tracce concepite dai Guano Padano. Ideale colonna sonora della collezione narrativa voluta da Vittorini, certo, ma anche viaggio sonoro che ne prescinde i legami. Il disco del trio ha un forte potere evocativo promosso da una strumentazione che ne esalta la sfera concettuale. È una grammatica musicale articolata con lap steel, banjo, armonica e fiati ma che, per catalizzare suggestioni, si serve di sacche cariche di silenzio (Station e White Giant). Molti passaggi richiamano l'epopea del vecchio west già musicata da Morricone, ma non mancano le digressioni surf rock di Pian della Tortilla, il quasi rockabilly di Flem's Circus e le atmosfere country della My Town caratterizzata dal parlato di Joey Burns (Calexico). Fatta eccezione per The Seed and The Soil, che include l'elegante prova canora di Francesca Amati, le musiche non cercano la sponda di una voce per enfatizzare l'assetto compositivo. Il canto resta escluso, tant'è che Dago Red si presta ad accogliere uno speech di Dan Fante su suo padre John e The Fat of the Land ripropone una scheggia di Workhouse Blues per un operazione che ricorda addirittura i recuperi di Alan Lomax. Operazione discografica coraggiosa e densa di contenuti.
lunedì 17 novembre 2014
Bravo Dischi, nuova etichetta discografica indie
Gabriele Blandamura, Fabio Grande, Alessandro Lepre, Emanuele Mancini. Sono quattro romani che hanno messo in piedi una nuova etichetta indipendente italiana. Si tratta della Bravo Dischi, nata per produrre, promuovere e curare la popular music, quella che attribuisce al termine "pop" il significato più nobile.
Come recita il manifesto redatto dagli stessi ideatori dell'etichetta, il fine ultimo è il coinvolgimento emotivo, pura passione verso gli artisti selezionati e nessuna preclusione sulla scorta del genere suonato. Determinati, i quattro sembrano desiderosi di farsi spazio nel mare d’insipienza che avvolge uscite discografiche cariche di slogan, ma povere di valore artistico. La loro sembra un'impresa ricca di contenuto a partire dalla designazione del termine. Bravo Dischi: sembra il nome di un proposta recuperata da altri tempi, quando la lingua italiana non era succube dell’esterofilia e si parlava per farsi capire, non per ostentare saccenza. Ma sembra anche una dichiarazione d’intenti, un progetto che mira a restituire pregio al supporto fisico, non importa se CD o LP, e al suo più prezioso contenuto. I ragazzi – li ho conosciuti di persona, sono davvero ragazzi –, hanno prodotto un primo EP che già nell’aspetto presenta una superiorità evidente se confrontato al solito triste dischetto stampato per la promozione. Si vede che dietro la realizzazione c'è ricercatezza, una intuizione quasi artigianale e qualche notte passata in bianco a rimuginare. Ma l’esteriorità originale dell'involucro passa in secondo piano quando si deve valutare un contenuto dotato di qualità.
C'è del talento che crea aspettative tra i sei brani incisi dalle tre band presenti nella compilation. Nel roster della Bravo Dischi, al momento, ci sono Fantasmi (con Gabriele, uno dei fondatori dell'etichetta), Mai Stato Altrove e Joe Victor. Tre band che propongo generi dissimili ma che confluiscono nello stesso ambito di eccellenza, tanto da lasciare intendere l'ottima direzione intrapresa da questa nuova etichetta discografica. Ne sentiremo parlare.
Come recita il manifesto redatto dagli stessi ideatori dell'etichetta, il fine ultimo è il coinvolgimento emotivo, pura passione verso gli artisti selezionati e nessuna preclusione sulla scorta del genere suonato. Determinati, i quattro sembrano desiderosi di farsi spazio nel mare d’insipienza che avvolge uscite discografiche cariche di slogan, ma povere di valore artistico. La loro sembra un'impresa ricca di contenuto a partire dalla designazione del termine. Bravo Dischi: sembra il nome di un proposta recuperata da altri tempi, quando la lingua italiana non era succube dell’esterofilia e si parlava per farsi capire, non per ostentare saccenza. Ma sembra anche una dichiarazione d’intenti, un progetto che mira a restituire pregio al supporto fisico, non importa se CD o LP, e al suo più prezioso contenuto. I ragazzi – li ho conosciuti di persona, sono davvero ragazzi –, hanno prodotto un primo EP che già nell’aspetto presenta una superiorità evidente se confrontato al solito triste dischetto stampato per la promozione. Si vede che dietro la realizzazione c'è ricercatezza, una intuizione quasi artigianale e qualche notte passata in bianco a rimuginare. Ma l’esteriorità originale dell'involucro passa in secondo piano quando si deve valutare un contenuto dotato di qualità.
C'è del talento che crea aspettative tra i sei brani incisi dalle tre band presenti nella compilation. Nel roster della Bravo Dischi, al momento, ci sono Fantasmi (con Gabriele, uno dei fondatori dell'etichetta), Mai Stato Altrove e Joe Victor. Tre band che propongo generi dissimili ma che confluiscono nello stesso ambito di eccellenza, tanto da lasciare intendere l'ottima direzione intrapresa da questa nuova etichetta discografica. Ne sentiremo parlare.
venerdì 10 ottobre 2014
Matt Confusion - Satori, Take Me Away
“Non c'è nessun sample, è tutto suonato davvero e ripreso”. E’ qualcosa a metà tra la dichiarazione di un principio e una rivendicazione di appartenenza quella di Matteo Radice-Matt Confusion.
Il cantante e chitarrista lombardo ci tiene a precisare che Satori, Take Me Away è produzione home made realizzata con processi estranei all’impiego di musica preconfezionata. Al suo secondo progetto solista, Matteo ci arriva dopo aver messo da parte i volumi sturm und drang dei Confusion is Next, band in cui ha militato per sei anni, e dopo la prova generale di Songs in The Night, debut album del 2012.
In Satori, Take Me Away, armonie rilassate e ritmi blandi connotano la cifra stilistica delle otto tracce. Trentadue minuti alla ricerca di quella “illuminazione improvvisa” (evocata dal nome del disco) che il musicista trova in quella terra di mezzo lambita da blues e jazz.
Chitarra, voce e strambi testi inglesi plasmano brani autografi impreziositi dalla reinterpretazione asciutta e moderna di St. James Infirmary, traditional che non ha autore ma uno stuolo di interpreti di primo piano.
I’m A Mess, contagiata dal Chicago blues, e Birthday Party, jazz crepuscolare eppure guizzante, i punti fermi di un lavoro concepito nella quiete, ideale dimensione per apprezzarlo.
Disponibile esclusivamente in forma liquida, Satori, Take Me Away è fruibile tramite il website di Matt Confusion.
In Satori, Take Me Away, armonie rilassate e ritmi blandi connotano la cifra stilistica delle otto tracce. Trentadue minuti alla ricerca di quella “illuminazione improvvisa” (evocata dal nome del disco) che il musicista trova in quella terra di mezzo lambita da blues e jazz.
Chitarra, voce e strambi testi inglesi plasmano brani autografi impreziositi dalla reinterpretazione asciutta e moderna di St. James Infirmary, traditional che non ha autore ma uno stuolo di interpreti di primo piano.
I’m A Mess, contagiata dal Chicago blues, e Birthday Party, jazz crepuscolare eppure guizzante, i punti fermi di un lavoro concepito nella quiete, ideale dimensione per apprezzarlo.
Disponibile esclusivamente in forma liquida, Satori, Take Me Away è fruibile tramite il website di Matt Confusion.
mercoledì 8 ottobre 2014
Rob Lynch - All These Nights In Bars Will Somehow Save My Soul
Inquadrare l'album di debutto di Rob Lynch è impresa ardua. Carriera agli inizi e songbook ridotto al lumicino non sono di grande aiuto. In All These Nights In Bars Will Somehow Save My Soul, l'inglese mette insieme inni da pub dall'ingente tasso alcolico, uno spiccato accento cockney, predilezione per il canto doppiato dalla seconda voce e ritornelli corali.
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domenica 5 ottobre 2014
Billy The Kid - Horseshoes & Hand Granades
Billy The Kid, moniker di Billy Pettinger, pubblica Horseshoes & Hand Granades inaugurando il sodalizio con la Xtra Mile Recordings,
etichetta indie londinese.
Con questo quarto lavoro solista, la musicista cerca di rappresentare la propria inclinazione musicale con brani pervasi da venature folk e proponimenti punk.
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Con questo quarto lavoro solista, la musicista cerca di rappresentare la propria inclinazione musicale con brani pervasi da venature folk e proponimenti punk.
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mercoledì 13 agosto 2014
Codeina - Allghoi Khorhoi
Essenziale e incisiva, la nuova impresa dei Codeina si materializza tra ritmi convulsi e volumi selvaggi. La prima piacevole avventura, audace e rocambolesca – picaresca proprio come denunciava il titolo – sembra ormai chiusa. Adesso il trio lombardo si riaffaccia sul mercato discografico con una proposta fatta di composizioni nette, definite da una brutalità che cattura l'ascolto.
Allghoi Khorhoi, stravagante già nel titolo, contiene brani tanto impronunciabili quanto reconditi nel significato disponibili nel classico formato digitale, nudo e crudo, oppure caricati in una pendrive che riprende la forma del leggendario invertebrato stilizzato in copertina.
L'estetica dei Codeina di Allghoi Khorhoi è pervasa da idee archetipe che collidono con musica impulsiva per incrementarne la potenza d'impatto. I testi, benché funzionali alla musica, non pongono freni a pensieri intrusivi e ad una schiettezza così lapalissiana da sembrare ferocemente autentica. Difficile ascoltare il perfetto connubio tra aggressività verbale e violenza sonora di 71 senza dedicarla con trasporto ad un ipotetico destinatario.
Vigorosi pattern di batteria si combinano a toni di basso straordinariamente saturi, feedback e distorsioni di chitarra tornano in auge: Kiwi, Ieri e Hikikomori non possono lasciare indifferenti. Eppure, anche la delicata Cascando coinvolge con la sua laconicità.
Il gruppo ha reciso alcuni legami con il proprio modello di riferimento, i Nirvana, anche se alcuni passaggi dell'album – come Langley & Homer Collyer – rimandano inequivocabilmente al sound della band di Seattle: un pregio, questo, che attribuisce ulteriore attendibilità alla coerenza espressa dal gruppo nel percorso fin qui intrapreso.
Allghoi Khorhoi racchiude dodici componimenti rabbiosi, politically incorrect e per nulla allineati. E' un'ottima prova quella offerta da Mattia Galimberti (voce e chitarra), Emanuele Delfanti (basso) e Alessandro Cassarà (batteria). Roba forte e pericolosa, da maneggiare come fosse un velenoso bruco asiatico.
Allghoi Khorhoi, stravagante già nel titolo, contiene brani tanto impronunciabili quanto reconditi nel significato disponibili nel classico formato digitale, nudo e crudo, oppure caricati in una pendrive che riprende la forma del leggendario invertebrato stilizzato in copertina.
L'estetica dei Codeina di Allghoi Khorhoi è pervasa da idee archetipe che collidono con musica impulsiva per incrementarne la potenza d'impatto. I testi, benché funzionali alla musica, non pongono freni a pensieri intrusivi e ad una schiettezza così lapalissiana da sembrare ferocemente autentica. Difficile ascoltare il perfetto connubio tra aggressività verbale e violenza sonora di 71 senza dedicarla con trasporto ad un ipotetico destinatario.
Vigorosi pattern di batteria si combinano a toni di basso straordinariamente saturi, feedback e distorsioni di chitarra tornano in auge: Kiwi, Ieri e Hikikomori non possono lasciare indifferenti. Eppure, anche la delicata Cascando coinvolge con la sua laconicità.
Il gruppo ha reciso alcuni legami con il proprio modello di riferimento, i Nirvana, anche se alcuni passaggi dell'album – come Langley & Homer Collyer – rimandano inequivocabilmente al sound della band di Seattle: un pregio, questo, che attribuisce ulteriore attendibilità alla coerenza espressa dal gruppo nel percorso fin qui intrapreso.
Allghoi Khorhoi racchiude dodici componimenti rabbiosi, politically incorrect e per nulla allineati. E' un'ottima prova quella offerta da Mattia Galimberti (voce e chitarra), Emanuele Delfanti (basso) e Alessandro Cassarà (batteria). Roba forte e pericolosa, da maneggiare come fosse un velenoso bruco asiatico.
martedì 15 luglio 2014
Management del Dolore Post-Operatorio – McMAO
La vita è frustrante, caotica e a tempo determinato. Come affrontare, allora, il suo fluire dispotico? Come accettare la sua ineluttabile interruzione?
Con un minimo di consapevolezza e con tanto sarcasmo. E’ la soluzione scelta dal Management Del Dolore Post-Operatorio per gessare le fratture e scriverci sopra qualche frase politicamente scorretta, arguta e cinica.
Continuano a non produrre dischi ordinari i quattro abruzzesi, che con McMao confermano un talento sferzante e non irreggimentato. Dieci tracce (più Fragole buone buone, cover del rivalutato Luca Carboni) di grande spessore che fanno apprezzare le tematiche più buie, le meditazioni forti e, sì, anche deprimenti. La scrittura del cantante Luca Romagnoli, in ogni caso, combina sincerità e lucidità che trasforma l’oppressione in celebrazione di un pessimismo velato da decadentismo. Concetti fortificati da un rock solido ma mai stereotipato che non resta indenne da infiltrazioni esterne. Come in Coccodè, caratterizzata dalle sfumature orientali e dal canto baritonale di Lorenzo Kruger dei Nobraino.
D’impatto è la scelta di apertura con La scuola cimiteriale, pezzo teso, breve e forgiato sul disincanto (il destino è un colpo di biliardo/ a volte la buca la decidi tu/ a volte chiudi gli occhi tiri e non ci pensi più), che uncina con la ritmica e amplifica il senso di alienazione tra il cantato sbilenco e il fraseggio di synth.
Accanto alle indagini più intimiste, McMao sembra formulare una concisa trattazione sociologica, un piccolo manuale su fobie, squallore e bassezze di certi comportamenti ammessi sulla scorta di un incedere consuetudinario. I personaggi del disco elaborano un vissuto che trascende il personale e accolgono, o più spesso interpretano, chi eccepisce quella sindrome collettiva da frivolezza che sembra non avere fine. Articolato tra brani penetranti, elementi figurativi d’impatto e clip audaci, il secondo album dei MaDeDoPo sembra spingere sul fronte del situazionismo. La copertina che ritrae l’ibrido Mao Zedong-Ronald McDonald (come le immagini del booklet, opera dell’artista Giuseppe Veneziano) sostiene l’idea del cortocircuito ideologico che si consuma ai giorni nostri, mentre il video de La pasticca blu abbozza poesia stradaiola su fotogrammi che ne rivelano il caos ispiratore, tra idealità e suggestioni felliniane.
A chiudere il cerchio, la rabbia de La rapina collettiva, che negli stessi versi ricambia all’indirizzo di chi comanda quella candida spietatezza che impone “inevitabili” purghe.
Ok, la vita è frustrante, caotica e a tempo determinato, ma un minimo di consapevolezza e tanto sarcasmo …
Continuano a non produrre dischi ordinari i quattro abruzzesi, che con McMao confermano un talento sferzante e non irreggimentato. Dieci tracce (più Fragole buone buone, cover del rivalutato Luca Carboni) di grande spessore che fanno apprezzare le tematiche più buie, le meditazioni forti e, sì, anche deprimenti. La scrittura del cantante Luca Romagnoli, in ogni caso, combina sincerità e lucidità che trasforma l’oppressione in celebrazione di un pessimismo velato da decadentismo. Concetti fortificati da un rock solido ma mai stereotipato che non resta indenne da infiltrazioni esterne. Come in Coccodè, caratterizzata dalle sfumature orientali e dal canto baritonale di Lorenzo Kruger dei Nobraino.
D’impatto è la scelta di apertura con La scuola cimiteriale, pezzo teso, breve e forgiato sul disincanto (il destino è un colpo di biliardo/ a volte la buca la decidi tu/ a volte chiudi gli occhi tiri e non ci pensi più), che uncina con la ritmica e amplifica il senso di alienazione tra il cantato sbilenco e il fraseggio di synth.
Accanto alle indagini più intimiste, McMao sembra formulare una concisa trattazione sociologica, un piccolo manuale su fobie, squallore e bassezze di certi comportamenti ammessi sulla scorta di un incedere consuetudinario. I personaggi del disco elaborano un vissuto che trascende il personale e accolgono, o più spesso interpretano, chi eccepisce quella sindrome collettiva da frivolezza che sembra non avere fine. Articolato tra brani penetranti, elementi figurativi d’impatto e clip audaci, il secondo album dei MaDeDoPo sembra spingere sul fronte del situazionismo. La copertina che ritrae l’ibrido Mao Zedong-Ronald McDonald (come le immagini del booklet, opera dell’artista Giuseppe Veneziano) sostiene l’idea del cortocircuito ideologico che si consuma ai giorni nostri, mentre il video de La pasticca blu abbozza poesia stradaiola su fotogrammi che ne rivelano il caos ispiratore, tra idealità e suggestioni felliniane.
A chiudere il cerchio, la rabbia de La rapina collettiva, che negli stessi versi ricambia all’indirizzo di chi comanda quella candida spietatezza che impone “inevitabili” purghe.
Ok, la vita è frustrante, caotica e a tempo determinato, ma un minimo di consapevolezza e tanto sarcasmo …
martedì 18 febbraio 2014
Marco Machera - Dime Novels
A due anni esatti dall’esordio discografico, Marco Machera pubblica il seguito di One Time, Somewhere. Al convincente debutto succede Dime Novels, concentrato di stili che racchiude in nove brani la visione matura e composita di un background di spessore. Un patrimonio che il multistrumentista ha accumulato tra live prestigiosi e collaborazioni con artigiani abituati a forgiare suoni all’ombra di illustri personaggi. Coinvolti nella registrazione del disco ci sono numerosi musicisti importanti: citarli, però, distrarrebbe dal focus del lavoro compiuto con grande sincerità, dedizione e umiltà da Machera, unico vero protagonista di questa incisione.
Dime Novels, ovvero racconti da dieci centesimi, narrativa a buon mercato. Per ironia, modestia o scaramanzia, il titolo scelto per il disco sembra voler indurre al bias cognitivo. Chiara, invece, si manifesta l’inflessibile ricerca musicale di un audace visionario che si nega a rigidi schemi stilistici. Dime Novels scaturisce da One Time, Somewhere. Se ne ritrovano indizi tra le righe della criptica Ham On Rye, ballata appalachiana di grande effetto e, al pari del suo precursore, presenta alcuni tratti sfuggenti e decostruiti. E’ un disco che rincorre l’utopia allucinata di Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band e sperimenta sulla scorta della grammatica prog. E’ riflessivo con i brani più quieti, è caotico, quasi nervoso quando inietta fraseggi spezzati tra rimandi psichedelici e trip elettronici.
Uno svicolare tra stereotipi che evidenzia padronanza e leggerezza, peculiarità utili per combattere l’ipocrisia del panorama musicale – beffeggiato con The Ugly Song e The Art Of Cliches – e per ricreare una sregolata dimensione dell’assurdo per John Porno (a suo modo zappiana). Cariche di pathos e di immagini risultano Out Of The Blue e Sing For You, brani melodici adatti alla tenue vocalità di Machera. Suite in due tempi, The Sky è composizione sognante, evocativa e dall'incedere filmico che ha il compito di aprire e chiudere Dime Novels.
Nessuna connotazione stilistica o geografica è definita: questa seconda produzione del musicista laziale, ancora in duo con Francesco Zampi, raccoglie solo creatività. Marco Machera realizza un album difficile da rubricare, nato da passione e con passione portato a termine, scevro da zavorre tipizzanti sempre più frequenti - ormai - anche nel contesto indie.
Dime Novels, ovvero racconti da dieci centesimi, narrativa a buon mercato. Per ironia, modestia o scaramanzia, il titolo scelto per il disco sembra voler indurre al bias cognitivo. Chiara, invece, si manifesta l’inflessibile ricerca musicale di un audace visionario che si nega a rigidi schemi stilistici. Dime Novels scaturisce da One Time, Somewhere. Se ne ritrovano indizi tra le righe della criptica Ham On Rye, ballata appalachiana di grande effetto e, al pari del suo precursore, presenta alcuni tratti sfuggenti e decostruiti. E’ un disco che rincorre l’utopia allucinata di Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band e sperimenta sulla scorta della grammatica prog. E’ riflessivo con i brani più quieti, è caotico, quasi nervoso quando inietta fraseggi spezzati tra rimandi psichedelici e trip elettronici.
Uno svicolare tra stereotipi che evidenzia padronanza e leggerezza, peculiarità utili per combattere l’ipocrisia del panorama musicale – beffeggiato con The Ugly Song e The Art Of Cliches – e per ricreare una sregolata dimensione dell’assurdo per John Porno (a suo modo zappiana). Cariche di pathos e di immagini risultano Out Of The Blue e Sing For You, brani melodici adatti alla tenue vocalità di Machera. Suite in due tempi, The Sky è composizione sognante, evocativa e dall'incedere filmico che ha il compito di aprire e chiudere Dime Novels.
Nessuna connotazione stilistica o geografica è definita: questa seconda produzione del musicista laziale, ancora in duo con Francesco Zampi, raccoglie solo creatività. Marco Machera realizza un album difficile da rubricare, nato da passione e con passione portato a termine, scevro da zavorre tipizzanti sempre più frequenti - ormai - anche nel contesto indie.
domenica 12 gennaio 2014
Molla - Prendi fiato
È uno sguardo al microcosmo, un sussurro che resta in una bolla, piccolo confessionale che incapsula pensieri intimi ed esclusivi. In Prendi fiato non c’è posto per il mondo. Molla racconta gli inciampi tra le buche disseminate lungo la vita: la sua.
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venerdì 5 luglio 2013
Leitmotiv - A tremulaterra
Cosa succede all’interno di una band quando un membro fondatore lascia? Come mutano le dinamiche nell’ambito del gruppo? Reagire per non soccombere è tutto quello che resta. Occorre adattarsi in fretta, modificare ciò che è preesistente per non far svanire il sogno. I Leitmotiv hanno subito una perdita importante quando era prossima la lavorazione del terzo album A tremulaterra.
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mercoledì 26 giugno 2013
Libro e CD: la nuova proposta della Piccola Orchestra Karasciò
Può sembrare un lavoro pretenzioso, invece si rivela un piccolo saggio. Un saggio incentrato sull’esperienza umana,
sul valico che separa le vedute di gioventù e senescenza, sul percorso ad imbuto, stretto com’è,
tra scelte che si ritengono decisive e casualità che ne lastricano il cammino.
Apologia, della Piccola Orchestra Karasciò, trova la sua ragione d’essere nell’accoppiata compact disc-libro, elementi interdipendenti che rendono distintiva un’opera profondamente espressiva esaltata da requisiti estetici.
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Apologia, della Piccola Orchestra Karasciò, trova la sua ragione d’essere nell’accoppiata compact disc-libro, elementi interdipendenti che rendono distintiva un’opera profondamente espressiva esaltata da requisiti estetici.
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