giovedì 23 gennaio 2014
Altro tribut album per Dylan
Gli '80 sono anni che un immaginario stereotipato descrive di plastica, preda di molesti synth e pettinature raccapriccianti. Secondo questo archetipo, anche la musica di quel frangente veniva concepita e spacciata come mero fenomeno di consumo. Certi “veri artisti”, irriducibili fedayìn dell’arte musicale tutta passione, si prestavano con malsana disinvoltura al riprovevole traffico di talento e immagine. Ma è stato davvero così? Quel lasso di tempo che ci ha lasciato “solo” 25 anni fa, è stato realmente regressivo e nettamente inferiore al precedente e poi al successivo? E’ stato un ciclo in balia della volgarità e della grossolanità tout court? Eppure oggi se ne riscontra la riproposizione caldeggiata tanto dagli stakeholder dell’industria dell’intrattenimento e della moda, quanto dai fautori della retromania.
Sorta di teorici della negazione, i produttori Lauter e O'Brien hanno indagato la discografia realizzata da uno dei “veri artisti” che ha attraversato quel periodo – uscendone malconcio ma vivo –, per rivalutarne il meglio e rifiutare una limitante generalizzazione. Il vero artista è il Bob Dylan a metà del guado di un’esistenza che l’ha già incoronato menestrello, giudicato rottamatore a Newport, reso nomade per la Rolling Thunder Revue, ma che non l’ha ancora umiliato quale attore per gli spot di Victoria's Secret. Dylan apriva gli ’80 con Saved e Shot of Love, inconsistenti album in odor di conversione religiosa (più presunta che reale), riconquistava valore con Infidels e chiudeva il decennio con il risorgimento creativo di Oh Mercy. Periodo controverso, dunque? A giudicare i 17 ripescaggi effettuati dal duo di produttori, il crack sembrerebbe parziale. Con il senno di poi Dylan parrebbe certamente più dimesso rispetto agli eccelsi standard dei due decenni precedenti, ma pur sempre traghettatore di illuminato cantautorato.
Vittime di una spietata dogmaticità che ha bocciato secondo la logica del “fare di ogni erba un fascio”, alcune tra le registrazioni finite in quei dischi (parte del materiale, però, è estratto anche da Under The Red Sky del ’90 e dallo strepitoso side-project Traveling Wilburys) risplendono oggi in cover capaci di suffragarne il valore senza tempo. I “Jokermen” in azione sono musicisti mainstream oppure almost famous: l’insospettabile Slash, lo starnazzante Craig Finn (The Hold Steady), il barbuto Bonnie “Prince” Billy, il comico in ascesa Reggie Watts, il prezzemolino lagnoso Glen Hansard, il talentuoso Neal Casal e gli autentici Built To Spill (la “loro” Jokerman è in free download).
Bob Dylan in the 80’s non è perfetto, e forse non aspira ad esserlo, ma tra la marea di tributi indirizzati al repertorio del folksinger svetta per originalità della proposta e per fresco sviluppo reinterpretativo. Tra questi resta inspiegabilmente escluso un capolavoro come Man In The Long Black Coat (da Oh Mercy) ma spicca la presenza di When The Night Comes Falling From The Sky, la cui take originaria è stata incisa con Steven Van Zandt e Roy Bittain – della E Street Band – per Empire Burlesque, scartata e infine inclusa nel terzo volume delle Bootleg Series.
Aspetto che aggiunge valore all’album è dato dal carattere benefico: una parte dei proventi sarà devoluta alla Pencils of Promise, organizzazione non-profit impegnata a fornire istruzione in aree sottosviluppate dell’Asia, Africa e America Latina.
sabato 30 gennaio 2010
La classe operaia non va in paradiso
Suonarono, per l'ultima volta insieme, dal palco allestito sul tetto della Apple Records di Londra.
I fans, accorsero a frotte su Savile Row, bloccando il traffico e costringendo la polizia ad intervenire per porre fine all'improvvisato concerto.
"Get Back" aprì e chiuse i 43 minuti dell'insolito happening. Il "suicidio artistico" dei Beatles consegnò alla storia un gruppo maturo (il White album era uscito due mesi prima), capace di vendite irripetibili (non del tutto stimabili) e ancora in grado di suonare al top (in tutti i sensi!).
Deve essere stato un atto di emulazione quello che in questi giorni, 41 anni dopo i fab four, ha spinto un "gruppo di attempati emergenti" ad imitarli.
In Sicilia, una nutrita formazione di temerari è salita su un edificio alto 20 metri per sfidare un freddo ancora più penetrante di quello londinese. Esposti ad un vento gelido che lacera la carne, anestetizzati dalla pioggia che tenta di spegnere la fioca fiammella della speranza, stanno lì, tra rabbia, paura e frustrazione.
In barba all'immobilismo che ultimamente contraddistingue la classe operaia, 13 lavoratori sono saliti sul tetto del capannone Fiat (che sta per Futuro Infelice A Tutti) di Termini Imerese. Scioperano e rivendicano quanto sancito nell'art. 1 di una Costituzione ormai ignota ai nostri parlamentari.
Incredibile. Eppure questi isolani hanno la fortuna di avere il sole, il mare, l'amore di una delle più alte cariche dello Stato e non portano più neanche l'anello al naso: cosa desiderano oltre a tutto questo, un Grammy Award?!? Se almeno sapessero suonare!
La Fiat pretende, ordina con il ricatto, più di quanto sia lecito chiedere. Management dell'impresa e Governo se ne infischiano delle richieste di lavoratori all'addiaccio da dieci giorni: non importa se per ognuno di loro "nella testa pesa la maledizione di trenta bollette da pagare" (da Unemployable dei Pearl Jam, 2006).
Gli operai di oggi lottano per tenersi il lavoro (qualunque esso sia), quelli di ieri lottavano per un trattamento più equo.
Non è trascorso molto tempo da quando il proletariato invocava, unito e a gran voce, condizioni di lavoro migliori e un orario sopportabile all'essere umano.
Sull'argomento si sono consumate migliaia di canzoni. Ma su tutte, senza andare troppo a ritroso, me ne vengono in mente alcune del mainstream rock americano. E anche un bel film italiano degli anni '70.
Sembrerà anacronistico menzionare la sottomissione a cui è costretto il protagonista della "Maggie's Farm" (da Bringing It All Back Home, 1965) di Bob Dylan, ma quei versi, pubblicati quasi mezzo secolo fa, sono ancora dannatamente attuali.
"Non lavorerò più nella fattoria di Maggie. Ebbene mi sveglio al mattino, incrocio le mani e prego che piova [...] E' una vergogna come mi fa scrostare il pavimento [...] Non lavorerò più per il fratello di Maggie, lui ti dà cinque cents oppure dieci, ti chiede con una smorfia se ti stai divertendo e poi ti multa ogni volta che sbatti la porta. Non lavorerò più per la madre di Maggie, lei parla, a tutti i domestici, dell'uomo, di dio e della legge [...] Non lavorerò più nella fattoria di Maggie, ho cercato di fare del mio meglio per essere proprio quello che sono, ma tutti vogliono che sia proprio come loro. Ti dicono canta mentre ti ammazzi e io mi sono seccato. Non lavorerò più nella fattoria di Maggie".
Potrebbe essere lo sfogo di uno dei tanti immigrati schiavizzati nei campi del sud, o nei cantieri del nord, e resi celebri dalla battaglia di Rosarno.
Non sempre, però, è possibile ribellarsi alle condizioni di lavoro. Sbattere la porta per andare altrove resta una chimera recintata dai cancelli di una fabbrica. In "Factory" (da Darkness On The Edge Of Town, 1978), di Bruce Springsteen, il fischio della sirena "ha il suono del pianto" e scandisce l'inizio e la fine di un impiego che "ruba l'udito".
In tutto il testo traspare una malcelata sopportazione per un lavoro inevitabile. L'idea di riscatto sociale, in tempi di crisi, si frantuma davanti a calcoli che strillano milioni di disoccupati (due, milioni, in Italia). L'unica considerazione valida, nell'asfittica routine del quotidiano, è che "la fabbrica dà da vivere" a quell'operaio. In "una vita di solo lavoro" ricordare "che qualcuno stanotte si farà male", resta un dettaglio da sottovalutare. ghggggggggggggggggggggggggggggggg
In "Millworker" (da Flag, 1979) James Taylor cambia l'angolo di visuale e con freddezza narra il compito di una madre vedova. Suo marito, "un uomo cattivo del Massachusetts, morto a causa del troppo whiskey", "ha lasciato queste tre bocche da sfamare". L'impiego della donna in fabbrica è "terribilmente noioso", ripetitivo fino all'alienazione: "siamo io e la mia macchina, per il resto della mattinata, il resto del pomeriggio e il resto della mia vita". Al tunnel dell'oblio si sottrae solo la certezza che la sua "vita è stata sprecata, e sono stata pazza a lasciare che questo fabbricante usasse il mio corpo come un attrezzo. Filerò a casa ogni sera guardando le mie mani e giurando il mio rammarico per una giovane ragazza che dovrebbe avere una condizione migliore".
Monopoli industriali che per decenni hanno goduto grazie ai soldi dei contribuenti, (leggasi "incentivi dello Stato", sic!), smontano la loro storia, rinnegano il passato e vanno all'estero dove la mano d'opera costa quattro volte meno che in Italia. La chiamano "delocalizzazione" ed è l'arguto neologismo che maschera il detto "prendi i soldi e scappa". Non c'è più lavoro, insomma, non dove c'è sempre stato, anche se il lavoro si può interpretare in altri modi. Le fabbriche, e le sue maestranze, non sono cave da svuotare per rubarne il didentro.
"Vedo colonne di fumo salire fino al paradiso mentre, sulla terra, sciogliamo questo portentoso minerale ferroso". L’ipnotica "Bethlehem Steel" (Copperopolis, 1996) dei Grant Lee Buffalo racconta l'epopea di generazioni vissute grazie al lovoro nei giacimenti minerari.
Soprannominata “the Steel City” (la città dell’acciaio) Bethlehem è, fino alla metà degli anni '90, il polo siderurgico più importante della Pennsylvania ed un incontrastato fiore all’occhiello per l’economia americana. La stella di acciaio citata nel pezzo è realmente esistita ed è stata eretta su un punto alto della città, visibile per chilometri. Una guida per la gente, un simulacro dell’evangelica cometa di Betlemme che conduce alle fabbriche del metallo e che lascia credere (invano) che mai ci sarà una crisi economica a farle chiudere. Generazioni hanno lavorato nelle industrie durante la seconda guerra mondiale fino a ritrovarsi schegge di metallo nelle mani, sorta di souvenir degli anni del boom.
Scritto, recitato e realizzato a meraviglia, "La classe operaia va in paradiso" (Elio Petri, 1971) mostra lo strazio dell'operaio nella Milano, ancora nebbiosa, funestata dalla lotta di classe. A Gian Maria Volontè, straordinario interprete dell'operaio frustrato, il compito di rendere chiaro il susseguirsi dei misfatti propri nella catena di montaggio.
Molti i punti in comune con i componimenti già citati. L'utilizzatore e l'utensile sono un tutt'uno di carne e ferro, di sudore e fluido refrigerante.
L'unica preoccupazione è la produzione ad oltranza. La fiacca è solo uno snervante fastidio fisiologico da schivare con audaci pensieri: l'idea di consumare sesso è l'antidoto da assumere per annullare la stanchezza. Un pensiero costoso che porta via l'attenzione e un dito del lavoratore. Il maturo operaio finalmente riesce a strappare un appuntamento alla compagna cui dedica sguardi morbosi: in una fabbrica dismessa giungono in una cinquecento. Sono lì, soli, parcheggiati nel capannone. L'auto, che pare di per sé inadeguata ad essere un'auto, sembra non resistere alla foga dell'intenso incontro. Nel freddo inverno milanese, dentro quell'edifcio fatiscente, non tutto fila per il verso giusto ...
La fabbrica s'è portata l'anima, un dito, il sesso. Una vita. E pare proprio non esserci quell'agognato paradiso per la classe operaia. Come dice, per voce di Springsteen, l'anonimo lavoratore di fonderia di "Youngstown" (The Ghost Of Tom Joad, 1995): "da morto non voglio incarichi in paradiso, non saprei fare quei lavori, prego che il diavolo mi prenda e mi metta agli altiforni ardenti dell'inferno".
giovedì 10 dicembre 2009
The People Speak
Gli Stati Uniti ripartono dalle proprie radici per guardare con speranza al futuro. Attori e cantautori si esibiscono, rispettivamente in un DVD e un CD, per celebrare le conquiste sociali raggiunte dalla "ordinary people" in oltre 200 anni di storia americana. Documenti storiografici e canzoni di ieri e oggi finiscono nel progetto realizzato dal pervicace professor Howard Zinn. Il titolo è semplice ed illuminante: The People Speak. Un progetto per dare voce a quella “ordinary people” silenziosa e laboriosa che ha fatto l’America.
Si chiama The People Speak e compendia immagini, musica, storia e letteratura in un documentario di 90 minuti e in una compilation di 12 brani.
Matt Damon, Marisa Tomei, Don Cheadle, Viggo Mortenson, Josh Brolin e molti altri illustri attori prestano volto, voce ed appassionata interpretazione al lungometraggio basato su due libri (“A People’s History of the United States” e “Voices of a People’s History of the United State”) di Howard Zinn, docente, storico statunitense e attivista politico di lungo corso. Cantautori del calibro di Bob Dylan, Bruce Springteen, Ed Vedder e Rick Robinson, invece, partecipano con registrazioni inedite alla colonna sonora che rispolvera inni folk di straordinaria potenza.
Il film è incentrato sulla narrazione di racconti e sulla lettura di diari, lettere e altri documenti scritti da quella maggioranza in ombra che ha reso possibile il dettame costituzionale incluso nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti. Il coinvolgente reading delle star hollywoodiane rende giustizia alla bistrattata working class, agli orgogliosi afroamericani, agli indomiti nativi e alle paladine dei diritti civili per le donne che hanno reso esemplare il loro percorso verso l’emancipazione negli States.
Rivendicazioni, dure e coinvolgenti, riemergono da epoche lontane: “L'intera storia del progresso della libertà dell’uomo dimostra che tutte le concessioni ottenute su nobili rivendicazioni sono nate da serrata lotta […] che può essere morale o fisica, ma deve essere lotta. […] Se non c’è lotta non c’è progresso”. Parole come macigni che invitano all’azione e che infondono speranza. Sono tratte da un discorso del 1857 di un affrancato Frederick Douglass, primo nero d’America emerso in ambito politico. Ancora oggi fanno riflettere alla stessa stregua delle affermazioni di ira mista a conforto sputate dal Tom Joad di Steinbeck: “Dovunque si lotti per sfamare il popolo, ci sarò. Dovunque un poliziotto pesti un ragazzo, ci sarò." Affermazioni che si ritrovano anche nel "Communist Manifesto" di Bruce Springsteen The Ghost Of Tom Joad.
Gli Stati Uniti hanno sempre trovato nella musica popolare una fonte inesauribile di riscatto e di incoraggiamento. Un paese che riconosce, per ogni epoca, un pugno di cantori capaci di vomitare strali ed invettive di intere generazioni e che individua autori abili nell’esorcizzare, con vena creativa inimitabile, i drammi della comunità. Letteratura e musica che si intersecano fino a diventare denominatore unico della cultura. Ecco perché alla recitazione di brani tratti da Furore, epopea di una famiglia ai tempi della Grande Depressione, si alterna l’interpretazione di This Land Is Your Land, scritta da Woody Guthrie nel 1940, e ancora una volta riproposta da Springsteen. Al progetto musicale aderisce buona parte del mondo folk più noto, quello che “vende”, e vede menestrelli di ieri e di oggi prodigarsi nel creare la spina dorsale di un lungometraggio davvero interessante. A Bob Dylan e Ry Cooder spetta il compito di rileggere Do Re Mi, un altro classico del repertorio di Guthrie (un americano comunista!), John Legend rifà il Marvin Gaye impegnato autore di What's Going On, Jackson Browne canta la sua The Drums of War e un Ed Vedder sempre più unplugged esegue una personale versione di Master Of War, dylaniano afflato poetico degli anni ‘60. Solo alcune performance presenti in video, però, vengono riproposte nella colonna sonora. Tra queste una “Depression-era labor song” intitolata Brother, Can You Spare a Dime?, straordinario inno alla solidarietà ad opera di Allison Moorer, Only a Pawn in Their Game (ancora di Dylan) folk ballad di aspra denuncia intonata dal “corvo nero” Rich Robinson e See How We Are, amabile canto a due voci per Exene Cervenka e John Doe (degli X).
La tracklist del CD assembla una godibile compilation di american roots music che lascia spazio anche a voci svincolate dal folk. E’ il caso della giovane promessa hip hop Lupe Fiasco, con l’acoustic rap version di American Terrorist, Taj Mahal con il suo Blues With A Feeling, Randy Newman con una sempre bella Sail Away e P!nk con Dear Mr. President, recente ambasciata inoltrata a George W. Bush in prosa e musica.
Il dormiveglia di certi ambienti culturali, oggi, sembra finalmente cessato e pare di assistere al ridestarsi di un movimento sempre più imponente pronto a rivalutare certa politica di stampo socialista: un bel passo verso una democrazia piena e mai realizzata nel paese dei mille contrasti. Un plauso va sicuramente tributato agli attori che si sono cimentati nella lettura di testi di non facile interpretazione e ai musicisti che hanno offerto versioni inedite di protest songs immortali. Il merito più grande, però, è soprattutto dell’irriducibile Howard Zinn, combattivo ottantasettene, che ha coinvolto tutti questi artisti in un progetto coraggioso e di ampio respiro: evidenziare come nella vita di tutti i giorni è possibile riaffermare valori spesso soffocati nella più indifferente iniquità. Come Springsteen ha dichiarato a Rolling Stone (quello americano, of course) nel 2007: “A People’s History of the United States (di Howard Zinn, nda) ha avuto su di me un enorme impatto […] mi ha fatto sentire parte della storia e mi ha indotto a vivere in modo partecipe”. Una dichiarazione vincolante che trova riscontro anche nella sua ultima dichiarazione in favore dei diritti di gay e lesbiche. E a proposito di dichiarazioni, lascia il segno l’incipit di presentazione al film: “Piuttosto che una certezza incisa nella pietra, gli Stati Uniti sono sempre stati un progetto in evoluzione”. Lo stesso principio che è alla base della musica popolare americana: arte in continua trasformazione che ha il pregio di cantare le tangibili assurdità dei tempi e le incredibili vicende umane di ogni stagione. Ecco perché alla drammatica interpretazione di documenti ritenuti solenni, il film accosta sobrie esibizioni di “profane” canzoni del dissenso.
Forse due i difetti riscontrabili nell’intero progetto: la ridotta track list selezionata a fronte di una colossale disponibilità antologica (peccato non trovare gli anatemi di Phil Ochs e il banjo di Pete Seeger) e l’esclusione, nel CD, di alcune performance presenti nel film documentario (ad esempio Vigilante Man ancora a cura di Dylan con Cooder).
The People Speak andrà in onda, solo negli USA, il 13 dicembre su History Channel e il relativo DVD sarà in commercio presumibilmente dal marzo 2010.
Il CD, invece, è già in vendita.
Qui un video di Viggo Mortensen che interpreta Masters Of War
Padroni della guerra (Masters of War)
Venite padroni della guerra
voi che costruite i grossi cannoni
voi che costruite gli aeroplani di morte
voi che costruite tutte le bombe
voi che vi nascondete dietro i muri
voi che vi nascondete dietro le scrivanie
voglio solo che sappiate
che posso vedere attraverso le vostre maschere
[...]
e spero che moriate
e che la vostra morte venga presto
seguirò la vostra bara
un pallido pomeriggio
e guarderò mentre vi calano
giù nella fossa
e starò sulla vostra tomba
finchè non sarò sicuro che siete morti
- Bob Dylan, 1963 -
martedì 29 settembre 2009
Tastiere Rock
Al rock non serve altro. O forse sì?
Beh, un pianoforte!
Superfluo optional per i detrattori o arnese fondamentale per gli estimatori, lo strumento ha vissuto una storia controversa sin dagli albori del rock’n’roll.
Rinnegato o amato, il suo ruolo è stato determinante nella realizzazione di brani (tosti e non melodici) passati alla storia.
Duttilità dello strumento e mani capaci hanno permesso la risoluzione di tragiche situazioni di stallo in sala d’incisione, o la creazione di trame fittissime improponibili a semplici “impiegati” della chitarra.
The Band, The E Street Band e The Wallflowers, solo per citarne alcune, sono rock band riuscite a creare una perfetta alchimia di suoni, un ineccepibile equilibrio tra smisurato egoismo di chitarre e dispotico incedere di console.
Per queste band, il pastoso suono del piano, il pervasivo fluire dell'organo (generalmente il mitico Hammond), la glaciale marcia del synth, o i tre elementi insieme, sono una costante imprescindibile. E’ morbida malta che, discreta ma efficace, colma fessure cementando lastre di granito altrimenti instabili. Garth Hudson (mi genufletto mentre scrivo il suo nome), Roy Bittan (sono sempre in ginocchio e ho sparso chiodi sul pavimento) e Rami Jaffee sono, per i rispettivi compagni, il rifugio in vetta alla montagna quando impazza la tempesta. La loro arte, di rado sotto i riflettori, è quasi sempre al servizio della band.
Ma è solo una parte della storia. Altre vicende narrano di gruppi che individuano l’epicentro del sound nelle magie elargite dagli 88 tasti. La tendenza a lasciar spaziare aride armonie o telegrafici suoni artificiali porta a soppiantare corde e tamburi con pianole e sintetizzatori sempre più evoluti. La diaspora porta alla nascita di una cultura musicale che rifiuta il ruolo complementare assegnato alle tastiere nel mainstream rock. Diverse correnti di pensiero si fronteggiano e gettano nuove basi da cui ripartire. Dal confronto emergono i pionieri Kraftwerk e, dopo il loro esordio, è un continuo prosperare di band che creano mille sottogeneri - krautrock, new wave, synth rock, industrial, ecc. - collocabili nell’ambito della musica elettronica.Il presupposto è più o meno questo: se le corde vocali accompagnate dai tre strumenti basilari del rock possono dare vita ad una band, una sola tastiera può sostituire la Berliner Philharmonisches Orchester. Argomento spinoso questo, che potrebbe esaurirsi (forse) solo in un trattato ad hoc.
Ma quali potrebbero essere i componimenti, incontestabilmente rock, nati dal ripetuto battere di quei tasti ebano e avorio? Quali i pezzi in cui l’organo lagna una frase indimenticabile? Quali i brani guidati da un rigido suono sintetizzato che, di diritto, rientrano in una playlist rock? Tanti. Troppi.
Ecco, allora, tre graduatorie alla maniera di Rob Fleming (il personaggio ideato da Nick Hornby per “High Fidelity”) che classificano alcuni esempi di tastiere rock.
Le top five, coprono l'arco temporale che va dalla metà dei ’50 fino a oggi. Dalle infuocate progressioni di Jerry Lee Lewis, uno che malmenava il suo Baldwin con mani, piedi e chiappe, ai sintetizzatori Roland dei Chemical Brothers.

1. La top five dei brani rock con un pianoforte in fiamme:
- Jerry Lee Lewis: Great Balls Of Fire [1957]
Unico e irripetibile, il sound di Lewis fonde honk tonk e boogie–woogie in una miscela altamente infiammabile, proprio come la versione del pezzo composto da Otis Blackwell. Quella del “killer” è una cavalcata pianistica trasgressiva e insolente, insomma, rock’n’roll.
- The Band: Rag Mama Rag [1969]
Un classico del repertorio del gruppo. Garth Hudson è il cuore della band che pulsa pompando sangue nelle vene. In Rag Mama Rag è facile, ad un certo punto, individuare un cambio: la pioggia di note che blandamente si è poggiata sulla struttura del pezzo, inizia a rovesciarsi torrenziale finché non ne impregna il mood. Straordinaria la versione su disco, superlativa quella inclusa in “The Last Waltz”.
- Bruce Springsteen: Jungleland [1975]
Una rimaneggiata E Street Band, più grintosa di quella del debutto, regala al mondo una pietra miliare del rock. L’ingresso del valente “professor” Roy Bittan spinge Bruce a plasmare il suo terzo disco, Born To Run, su partiture di pianoforte. In questo lavoro le liriche concedono la vista agli occhi dell’ascoltatore, mentre il piano di Bittan ha il pregio di trasmettere gli umori narrati.
Jungleland svetta sulle altre sette mirabili registrazioni per solenne autorevolezza.
- Warren Zevon: Werewolves Of London [1978]
Si potrebbero spendere migliaia di parole sul conto di Zevon e delle sue canzoni. Istrionico e talentuoso, il cantautore affida il suo particolare humor a Werewolves Of London, il suo singolo più conosciuto, il più fresco, un brano senza tempo. Ne è prova la truffa perpetrata da quel tamarro di Kid Rock che ne ha fuso un segmento a Sweet Home Alabama (dei Lynyrd Skynyrd) per farne un hit a trent’anni esatti dalla pubblicazione. Il pezzo del compianto Warren resta, però, irripetibile.
- Patti Smith Group: Frederick [1979]
Il brano che insieme a “Dancing Barefoot” salva Wave, quarto album del Patti Smith Group, dall’anonimato. Il pianoforte di Richard Sohl offre a Patti un vellutato tappeto sonoro ove poggiare il tenue canto. Quando il ritmo prende il sopravvento, il piano si mimetizza e conduce gli altri strumenti fino al termine. Nel mezzo c’è spazio anche per un breve accenno di synth. Nell'insieme, il componimento risulta ritmato e allo stesso tempo melodico.
2. La top five dei brani rock con un suono d’organo grosso così:
- The Animals: House Of The Rising Sun [1964]
Musica sacra prestata al pop. Nella versione di House of The Rising Sun degli Animals, Alan Price rende profana una musica che ricorda gli inni che riecheggiano in chiesa. E’ magistrale il binomio organo-voce del triste pezzo condotto dalla tastiera di Price e dalla sofferta voce di Eric Burdon.
- Bob Dylan: Like A Rolling Stone [1965]
Assolutamente trascinante il motivo proposto dall’organo di Al(an) Kooper. E pesare che questo poco più che ventenne sessionist non doveva essere in sala d’incisione. Costretto a rivestire un ruolo improprio, il baldanzoso chitarrista, riesce a reinventarsi organista pur di suonare con Dylan. Durante le registrazioni per Highway 61 Revisited realizza, all'impronta, un capolavoro che aiuta Like a Rolling Stone a diventare un pezzo storico. A testimoniarlo è un evento particolarmente importante: quando Dylan entra in scena per pronunciare il suo discorso alla Rock’n’Roll Hall Of Fame (1988), viene accolto proprio dal riff di organo creato da Kooper.
- The Doors: Light My Fire [1967]
La band trasgressiva. La band senza basso. La band del poeta dallo sguardo magnetico. La band che ha fatto del suono d’organo un marchio di fabbrica. Light My Fire è un pezzo coi fiocchi soprattutto per merito di Manzarek.
- Deep Purple: Highway Star [1972]
Non è un brano che mi fa impazzire ma poco importa. L’assolo di organo dura solo un minuto ed esalta le qualità di Jon Lord: ogni tasto un grilletto, ogni grilletto un colpo. E di colpi, la sua tastiera, ne spara a raffica. Per tutto il resto del brano l’organo si piazza in una zona d’ombra e il suo suono non soccombe e non sovrasta gli altri strumenti.
- The Wallflowers: Bleeders [1996]
Rami Jaffee riporta in auge il ruolo dell’organo. Con piglio autoritario direziona il suono della band regalando agli appassionati di rock un vero gioiello. La sua proverbiale capacità è la chiave di volta del successo di Bringing Down The Horses. The Bledeers include ritmi rock e momenti più riflessivi nell’arco di 3 minuti e mezzo mantenendo sempre alta la tensione: un pezzo così andrebbe studiato a scuola.
3. La top five dei brani rock (o quasi) condotti dal sintetizzatore:
- Joy Division: Love Will Tear Us Apart [1980]
E’ rock fortemente influenzato da suoni elettronici quello di LWTUA. Il suono del sintetizzatore è freddo e riconoscibile al primo ascolto. Un sibilo fastidioso e sinistro che ben accompagna le tristi liriche. Un capolavoro.
- Eurytmics: Sweet Dreams (Are Made Of This) [1983]
E’ una dicotomia evidente a portare inalterato il fascino del brano sino ai giorni nostri. La voce di Annie Lennox è suadente mentre il synth è algido. E’ tra i brani più significativi e più sputtanati degli anni ’80, finito in tutte le più becere compilations dell’epoca.
- Van Halen: Jump [1984]
Ignobile brano, ignobile il suo autore. Chi l’avrebbe mai detto? Jump è assolutamente dipendente dal suono di synth eppure Eddie Van Halen è un chitarrista dalle funamboliche abilità. Ma con queste, non sempre si porta la pagnotta a casa. Brano indispensabile, nonostante tutto.
- Depeche Mode: Never Let Me Down Again [1987]
Nell’ambito della musica elettronica è quanto di più vicino al rock suonato con gli strumenti tradizionali si possa trovare. Davvero pregevole l’apertura del chorus dopo toni cupi e frustrati. Questo brano trova spazio in Music For The Masses, l’album che ha steso mezzo mondo. Splendido.
- The Chemical Brothers (feat. Richard Ashcroft): The Test [2003]
La collaborazione tra i Chemical Bros. e il frontman dei Verve è quasi riuscita. I registri della voce di Ashcroft e i ritmi accattivanti dei sintetizzatori rendono sperimentale e vagamente accostabile al rock il risultato finale.
Nota:
Nella seconda playlist, per un soffio, non c’ho infilato la magnetica Black Mask degli (International) Noise Conspiracy. Un rock martellante, veloce, potente, carico di chitarre. Il suono dell’organo ha poco più di 10 secondi per dominare. E in quella manciata di momenti urla e spacca creando dipendenza.
lunedì 10 novembre 2008
Miracolo a New Haven
New Haven, però, è celebre in ambito musicale per la rilevante attività live che da anni svolge il “Toad’s Place”. Basti pensare che in questo piccolo locale, negli anni ’80, hanno suonato U2 e Rolling Stones.
Il 12 gennaio 1990 tocca ad un altro mostro sacro del Rock, salire sul palco del “Toad’s” per trasgredire un tabù che dura da lungo tempo.
Insieme al talentuoso chitarrista George Edward "G.E." Smith, al batterista Christopher Parker e al bassista Tony Garnier (oggi unico “superstite” di quella band), Bob Dylan si appresta a suonare in un club per la prima volta in 25 anni. Non solo: il concerto consta di quattro sets, per oltre cinque ore di ottima musica Rock!
Lo spettacolo, infatti, risulta bello tosto rispetto agli standard resi noti da Dylan nel decennio precedente e, a rendere vivace l’atmosfera non è solo l’euforia degli alticci fans presenti in sala. Complice il line up del gruppo, con un Bob Dylan ben più irrequieto della tanto oltraggiosa svolta elettrica del Festival di Newport (1965), a turbare i fortunati astanti è l’interpretazione dal piglio rigorosamente “nervoso” di vecchi e nuovi brani.
Il suono prodotto risulta grezzo, si bada molto al sodo e l’enfasi interpretativa dei testi passa decisamente in secondo piano.
Ma a rendere speciale questa tappa del “Fastbreak Tour” (un paragrafo del capitolo “Never Ending Tour”) sono giusto tre minuti e mezzo di Rock. Forse per la vicinanza al “Garden State” (circa 2 ore e ½ di auto), forse per puro piacere personale o per chissà quale altra causa, Dylan esegue una canzone di Bruce Springsteen: una circostanza che non si era mai verificata prima e che mai si ripeterà. La scelta ricade su una versione tanto stramba quanto preziosa di "Dancing In The Dark".
L’esecuzione è da shock! Il pezzo è vibrante, la carica di Dylan è sconcertante (sembra davvero voler ripetere l’energia che è propria di Bruce) e ciò che elettrizza, è pensare a come Dylan abbandoni i propri panni e lasci libero sfogo ad un'inconsueta irruenza: è semplicemente spiazzante perché fuori da ogni logica dylaniana.
La riproposizione del testo poi! E’ pazzesca: le liriche - chorus escluso - sono completamente inventate (nel senso che sono davvero immaginarie), cioè le parole sono lamenti gridati a caso. Tuttavia questo rigenerato artista riesce a rendere emozionante la fin troppo personale versione dell’hit di Springsteen, senza intaccarne il significato. A volte sembra di sentire un bambino eccitato che imbraccia una Fender per la prima volta e che ha la possibilità di urlare quel che vuole in un microfono “aperto”. Proprio questa primordiale freschezza trasforma in leggenda una performance decisamente underground. La frenesia del pubblico è chiaramente intuibile al termine dell’esecuzione del brano sia dal boato finale del pubblico, sia dai peculiari “Bruuuuuce!” da concerto springsteeniano. Solo che, non siamo ad un concerto di Springsteen!
Sarebbe interessante conoscere l’opinione del body builder del NJ al recepimento della notizia. Che significato avrà attribuito a quello che a me pare il conseguimento di un tributo? Perché di questo, credo, si tratti. Forse perché ritengo che Bob ammiri Bruce, magari non negli stessi termini in cui Springsteen apprezza Dylan come uomo ed artista ma, un fondo di stima - in mancanza di una dichiarazione urbi et orbi da parte del “Poeta” - è ipotizzabile (nonostante la composizione della quantomeno ostile "Tweeter & The Monkey Man"). Springsteen, d’altronde, non ha mai fatto mistero della propria considerazione nei confronti dell’arte di Dylan. Vale la pena, all’uopo, riportare la parte finale del discorso pronunciato il 20 gennaio 1988 (data del loro primo incontro pubblico ufficiale, che qui, verrà riproposta più volte) per introdurre Dylan nella R’n’R Hall Of Fame:
“Ora, parlando da ammiratore, quando avevo quindici anni e ascoltavo Like A Rolling Stone, ascoltavo un tizio che aveva il coraggio di prendersela col mondo intero e che mi faceva sentire come se anch'io avessi dovuto farlo. Forse alcuni fraintesero quella voce credendo che Bob avesse preso posizione anche per loro, ma crescendo, s’impara che non c'è nessuno che può fare qualcosa al posto tuo. Così stasera sono qui solo per ringraziarti, per dire che non sarei qui se non fosse per te, per dire che non c'è un'anima in questa stanza che non ti debba riconoscenza, e per rubare una frase da una delle tue canzoni, che ti piaccia o no, "tu sei stato il fratello che non ho mai avuto".
Nella sua carriera Bruce ha già provveduto ad omaggiare più volte il “Menestrello di Duluth” con l’esecuzione di capolavori tratti dalla sua opera: un EP del 1988 riporta addirittura il titolo, oltre la registrazione live, del brano “Chimes Of Freedom”.

Il rapporto tra i due, però, mi è sempre parso contrastato. Oserei dire difficile. Tutto ha inizio con una consuetudine in voga nei primi anni ’70. Al pari di altri giovani emergenti, anche Springsteen viene annoverato - ad inizio carriera (‘73) - tra i cloni di Dylan, anzi, stando a quanto scritto dalla stampa di settore, parrebbe il suo più credibile erede. Ridicolo, ovviamente, il solo pensiero: tra i due, sono più le divergenze che i punti di contatto. Solo che davvero alcuni “giornalisti musicali” di basso rango tentano di infangare, in ogni modo, l’operato di Dylan per convincere l’opinione pubblica della necessità di “rimpiazzare” il cantautore del Minnesota, anche se questi ha alle spalle poco più di dieci anni di rivoluzionaria attività e un brano da brividi appena concepito (“Knockin’ On Heaven’s Door” per la soundtrack del film Pat Garrett & Billy The Kid).
Springsteen viene letteralmente messo in croce con questa storia per almeno tre anni. Per esplicitare questa pressione, faccio menzione di un solo episodio. Ad Atlanta un Dj gli chiede: “Come ci si sente ad essere paragonato a Bob Dylan?” e Bruce di rimando: “Come ci si sente a prendere un cazzotto in bocca?” (articolo di Greil Marcus per Rolling Stone, 20 maggio 1976).
Un altro ricordo fa pensare all’affetto unilaterale che Bruce prova per Bob. Ripenso ad un emozionatissimo Springsteen che tortura i palmi delle proprie mani, si gratta nervosamente, strizza gl’occhi innumerevoli volte durante tutta la lettura del discorso e infine passa la mano tra i capelli rimanendo oltremodo scapigliato e goffo davanti a decine di flash pronti ad immortalarlo, mentre pronuncia un bellissimo discorso (in parte sopra citato) per introdurre Dylan nella R’n’R HoF nel 1988. E Dylan che, “freddino”, archivia la pratica con uno sbrigativo bacetto.
E poi tutte le volte che c’è un duetto Bob non fa nulla per nascondere il suo tipico atteggiamento glaciale, tanto da sembrare scostante.
Questo è quanto ho provato nel vederli insieme durante le rare comuni esibizioni. Oltre alla conclusiva jam session con Jagger, Fogerty, Harrison, Little Steven e Joel svoltasi al Waldorf Astoria Hotel di New York per il conseguimento dell’onorificenza nel gennaio ‘88, i due si sono trovati insieme a Neil Young per un concerto a New York il 20 ottobre del 1994 e finalmente soli, per la prima volta, il 2 settembre del 1995 per inaugurare il museo del R’n’R di Cleveland. Anche in questa circostanza, nel duettare su “Forever Young” Dylan sembra stare un po’ sulle sue. Risulta alquanto eloquente una foto scattata in quell’occasione: mostra la distanza, non solo fisica, tra i due.
Eppure Bruce non perde occasione per elogiare pubblicamente Mr. Wolfman.
Il 4 ottobre 2003 allo Shea Stadium per la chiusura del “Rising Tour” Springsteen chiama sul palco Dylan per “Highway 61 Revisited”, grande pezzo, grande resa dal vivo ma anche qui, Bob suona, saluta e va via. Il solito Bruce lo insegue per l’ultimo sorriso, un altro ringraziamento e l’ennesima pacca sulle spalle, prima che questi scompaia nel backstage. Anche in questa sede il discorso pronunciato dal palco è di pura e sincera venerazione per il suo idolo (ma più che altro, è l’incipit, a chiarire il loro rapporto):
"Un buon amico ed una fonte di ispirazione per tutti noi, Bob Dylan è qui stasera. Non saremmo qui se non fosse stato per lui".
Ed ancora: "Cercare la verità è l'american way. L'ho imparato da Bob Dylan". Poi prima di attaccare “Land Of Hope And Dreams” dice: "L'opera di Bob Dylan è fatta di canzoni nate in un'epoca particolare della storia di questo Paese, quando lui da solo, stava in piedi sulla linea di fuoco. Mi ricordo che da piccolo stavo nella mia stanza e le sue canzoni mi davano molteplici possibilità e mi mostravano un mondo al di fuori della mia città. Non lo so se sono i grandi uomini a fare la storia o se è la storia a fare i grandi uomini ma Bob è uno di questi grandi. Ora e per sempre. Grazie per aver impreziosito questo palco e per essere stato una fonte di ispirazione per me. Quando ho scritto questa canzone io stavo cercando di seguire le sue orme".
Non ricordo altre occasioni di condivisione del palco tra i due. Sono certo, invece, che non esista una sola incisione in studio tra questi due grandi artisti*. Dylan, per contro, ha suonato con membri della E Street Band. E’ successo per le registrazioni del suo album “Empire Burlesque”. Per il solo brano "When The Night Comes Fallin From The Sky", nel febbraio del 1985, vengono “arruolati” gli E Streeters, Little Steven (chitarra) e Roy Bittan (tastiere). Le sessioni di registrazione hanno luogo presso i Power Station Studios di New York (gli stessi ove è stato registrato il doppio LP di Springsteen, "The River"). Grazie al contributo dei due “uomini del Boss” il sound del pezzo è fortemente orientato su registri Rock, ma Dylan decide di incidere nuovamente il brano senza Bittan e Van Zandt: il risultato è quello ufficialmente pubblicato su disco (cioè un brano à la mode, con quel tipico suono di synth a imporsi sugli altri strumenti). La registrazione originaria verrà comunque pubblicata, anni dopo, nelle “Bootleg Series, Vol. I-III".
Da notare che è proprio del 1985 il progetto “Sun City” realizzato da Steve Van Zandt: chissà se è durante le prove di “When The Night Comes Fallin From The Sky”, che il musicista/attore riuscirà a strappare l'adesione di Dylan al progetto benefico.
Ora, tra realtà e leggenda, mi appresto a svelare l’ultima parte di questa storia.
Nell’affollato locale di New Haven, tra fans in delirio accalcati sotto il palco, avventori che tracannano birre e coppie che si tengono per mano, in un cantuccio, c’è pure un solitario spettatore dal volto celebre.
Intanto inizia “Dancing In The Dark”, la chitarra parte per prima, seguita dalla batteria e dai rimanenti strumenti. Bob si sforza di emettere un mugolio intonato che tenta di spacciare per il testo originale (!), “G.E.” cerca di star dietro a quel cantato sghembo e Chris con l’aiuto di Tony, regge l’impalcatura di un fabbricato dalle fondamenta incerte. Nel frattempo quel solitario spettatore mal celato dall’oscurità, ricorda sempre più la fisionomia di Bruce Springsteen. Potrebbe essere lui ma non vi è certezza perché la luce che lo illumina è fioca. Difficile dare un responso certo, anche se a pensarci bene, solo una manciata di miglia dividono casa sua dal Toad’s. Sì, deve essere così, Bruce stasera ha deciso di fare un salto al club per godersi lo spettacolo in incognito e, per questo, si palesa al solo Bob. Questi, dunque, in onore del suo amico, si prodiga in un concerto smisuratamente duraturo al pari, anzi superiore, a quelli che abitualmente quell’anonimo ospite è solito tenere, e decide di tributargli una dedica “in codice” eseguendo il pezzo tratto dal suo repertorio. Così, Bruce, nascosto in un angolo del locale, si gode il concerto del suo idolo e amico … ballando nell’oscurità, finché, il brano termina troncato di netto come il ramo di un albero. Scompiglio sotto al palco un “Thank you!” dallo stage e … via!
Altro giro, altra corsa. Bob Dylan è fatto così: diversamente, non sarebbe Bob Dylan.
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* = escluso il singolo "We Are The World" per il progetto "USA for Africa", ove però, erano presenti molti altri cantanti/musicisti.
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