Il mondo del lavoro permea una grande parte del songbook di Bruce Springsteen. L’occupazione (o la sua mancanza) determina una serie di conseguenze che influenzano fortemente la condizione umana dei personaggi al centro della sua opera.
E’ questo l’humus che alimenta le redici di Badlands. Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni. Il libro di Alessandro Portelli, pubblicato da Donzelli Editore, rende vivido l’aspetto proletario delle canzoni di Springsteen, lo inquadra in un contesto letterario, storico e lo interconnette all’attualità e alla discografia di altri cantori del lavoro.
Badlands. Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni di Alessandro Portelli – docente di Letteratura angloamericana all’Università “La Sapienza” di Roma – indaga la produzione narrativa che il cantautore del New Jersey incentra sul lavoro, tòpos dell’esperienza artistica di Springsteen: il lavoro che avvia il processo di crescita personale, il lavoro quale propulsore del riscatto sociale.
Come indica il titolo del libro, è Badlands, brano foriero dell’urgenza di affrancare la propria vita dal disprezzo, il leitmotiv che cuce i capitoli uno per uno. Le sue liriche rivelano un protagonista furioso e disilluso, eppure razionale e incline tanto all’autodeterminazione quanto alla denuncia sociale. Sono dinamiche che animano tutto Darkness On The Edge Of A Town, l’album dischiuso proprio dalle note di Badlands.
Il libro di Alessandro Portelli ha il grande valore di rigenerare il significato di brani “inariditi” dall’ascolto, di parole che, a furia di essere mandate a memoria, hanno ormai raggiunto la sazietà semantica. Portelli esprime un punto di vista soggettivo sull’opera di Springsteen ma scandito dall’oggettività del letterato – nonostante il palese coinvolgimento emotivo e una personale aneddotica. Springsteen e l’America: ovvero come Springsteen interpreta la “terra delle possibilità” riflettendo sulla tanto enfatizzata mobilità del lavoro che dovrebbe promuovere il riscatto sociale ma che, più spesso, degrada in ricatto sociale. L’indagine di Portelli ripercorre quel coacervo di umiliazioni che caratterizzano le dinamiche comportamentali dei protagonisti delle canzoni di Springsteen. Fatiche, benefici, privazioni, successi, iniquità che risollevano o demoliscono la vita di un nugolo di personaggi.
“Un lavoro che non ti ispira è come una condanna” scrive Portelli, sostenendo un epifonema pronunciato da Springsteen “in uno dei suoi rari interventi politici in pubblico”. Il musicista auspica un’America in cui tutti possano ottenere “un lavoro che ti soddisfa, che dà senso e motivazione alla vita”, ma l’utopia di un’ascensione occupazionale è quasi sempre frustrata nelle sue canzoni. Forse solo in Darkness on the Edge of Town, la title track del disco pubblicato nel ’78, Portelli ravvisa gli estremi per delineare “l’unica storia di mobilità verso l’alto in tutto il canone di Springsteen” (Now I hear she's got a house up in Fairview, and a style she's trying to maintain […] Some folks are born into a good life, other folks get it anyway anyhow. I lost my money and I lost my wife) ma con l’inevitabile risvolto negativo, un contrappeso quasi sempre presente “quando si parla di gente coi soldi” invischiata in vicende dai risvolti opachi.
Anche Born In The U.S.A., il brano più popolare di Springsteen, “condensa tre temi di fondo: l’orgoglio patriottico, l’esperienza della guerra, la condizione operaia”. L’orgoglio patriottico, abbinato all’ostentazione di un’estetica da scaricatore di porto postmoderno, è quello che ha alimentato un persistente bias cognitivo mistificatorio: Springsteen nazionalista tout court. Eppure, scrive Portelli, è ben chiara la posizione del reduce dal Vietnam (l’io narrante born in the U.S.A.) “offeso in quanto americano, perché l’America ha fatto ai suoi cittadini una promessa e non l’ha mantenuta, ha fatto balenare un sogno che continua a rinviare”.
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lunedì 16 novembre 2015
martedì 13 ottobre 2015
Warren Haynes - Ashes & Dust
Warren Haynes mette a nudo il suo lato meditativo e tralascia la sei corde elettrica. È la chitarra acustica la principale risorsa di un disco che desta meraviglia per immediatezza, nonostante la profondità di un sound composito e a tratti maestoso.
Ci voleva una lacerazione nella routine per lasciare sanguinare il flusso emozionale più denso e profondo di Warren Haynes. Una pausa dai Gov’t Mule ha ricreato le condizioni per ispirare brani autografi nuovi e manifestarne altri sopiti nell’oscurità da decenni.
Il chitarrista americano ha lasciato emergere un aspetto di sé per gran parte inedito, svelato grazie ad Ashes & Dust, un tripudio di country, bluegrass e soul: musica che affonda le radici nel solco dell’Americana, insomma.
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Ci voleva una lacerazione nella routine per lasciare sanguinare il flusso emozionale più denso e profondo di Warren Haynes. Una pausa dai Gov’t Mule ha ricreato le condizioni per ispirare brani autografi nuovi e manifestarne altri sopiti nell’oscurità da decenni.
Il chitarrista americano ha lasciato emergere un aspetto di sé per gran parte inedito, svelato grazie ad Ashes & Dust, un tripudio di country, bluegrass e soul: musica che affonda le radici nel solco dell’Americana, insomma.
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lunedì 12 ottobre 2015
Joe Bonamassa - Live at Radio City Music Hall
È disponibile dal 2 ottobre il Live at Radio City Music Hall di Joe Bonamassa.
Su uno degli stage più importanti e suggestivi d’America, il guitar man si produce in un concerto dai due volti: acustico e intimo nella prima parte, elettrico e a tratti esaltante nella seconda.
Apprezzato nell’ambiente blues, il trentottenne Joe Bonamassa ha sempre avuto un seguito di nicchia molto affezionato. Nell’arco di tre lustri ha inciso, senza contare i side-project, una dozzina di dischi autografi.
Enfant prodige, Bonamassa ha bruciato le tappe di una carriera che l’ha portato ad iscrivere il proprio nome nel gotha dei chitarristi blues più stimati.
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Su uno degli stage più importanti e suggestivi d’America, il guitar man si produce in un concerto dai due volti: acustico e intimo nella prima parte, elettrico e a tratti esaltante nella seconda.
Apprezzato nell’ambiente blues, il trentottenne Joe Bonamassa ha sempre avuto un seguito di nicchia molto affezionato. Nell’arco di tre lustri ha inciso, senza contare i side-project, una dozzina di dischi autografi.
Enfant prodige, Bonamassa ha bruciato le tappe di una carriera che l’ha portato ad iscrivere il proprio nome nel gotha dei chitarristi blues più stimati.
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giovedì 17 settembre 2015
Gary Clark Jr. - The Story of Sonny Boy Slim
Musicista autodidatta, virtuoso della chitarra, cantautore, afroamericano del Texas.
Sono le tessere del mosaico che raffigura Gary Clark Jr.
Osannato dal gotha del circuito mainstream, il musicista cerca di allargare la propria audience con The Story of Sonny Boy Slim, album blues che favorisce continui cambi di genere in un tripudio di ottima black music.
“Mia madre mi chiamava Sonny Boy di tanto in tanto, e anche i miei artisti preferiti – Sonny Boy Williamson, e tutti quei ragazzi del blues – si chiamavano così”. E ancora “Greg Izor (un grande armonicista) mi chiamava sempre Slim”. Nasce da un arzigogolo di moniker il titolo del nuovo album di Gary Clark Jr.
The Story of Sonny Boy Slim: solo a pronunciarlo sembra evocativo e spontaneo. Si presenta come una risacca del passato che, in parte, ne restituisce la mitologia. Il suo autore è l’ultimo profeta di una lunga stirpe intento a (ri)leggere i comandamenti del blues senza badare troppo a mutamenti radicali. E’ fisiologico che prenda a prestito, che alluda, che provi a muoversi – quasi ad ogni passo – nelle orme impresse da strabilianti antesignani. Un’aspirazione, quella di misurarsi con i grandi, che per certi versi denota stima, per altri sottopone il progetto di Clark allo “stress test” delle analogie.
The Story of Sonny Boy Slim assume i contorni del lavoro biografico nell’intestazione e nel messaggio. Dopo una generica auto-presentazione affidata a Blak and Blu, debutto del 2012 per Warner Bros. Records, ora Gary Clark Jr. focalizza i dettagli e avoca per sé la piena autonomia, concettuale e pragmatica, nelle fasi cruciali del lavoro. Dall’ideazione alla scrittura, dall’arrangiamento alla produzione, è lui che progetta, suona, taglia, scarta e ricuce. Blak and Blu aveva provocato alcuni giudizi contrastanti tra i critici. Il disco si insediava autorevolmente nel solco della tradizione blues con significativi apporti soul e rhythm and blues. Ma a pesare sui commenti di certi puristi erano quei rimandi black à la page capaci di far travisare l’intera registrazione e di bollare Clark mero prigioniero nella morsa di un sound ruffiano. Un vero e proprio paradosso per un giovane bluesman che cercava di attualizzare il repertorio del genere raccogliendo giudizi esasperati: o lodi sperticate (per qualità di proposta, abilità tecnica e freschezza di stile) o biasimo (per eterogeneità, artificiosità, sovrapproduzione, pubblicazione tramite una major). Una situazione che non sembra aver pesato sul percorso dell’allora ventottenne, impegnato ad assecondare la propria attitudine dal vivo e in studio di registrazione.
Nell’alveo familiare delle strade di Austin, la sua città, Clark ha compendiato idee abbozzate in tour e le ha sigillate in The Story Of Sonny Boy Slim. L’album sfodera un’atmosfera intensa sin dalle prime battute. Partitura e liriche, pur nella loro relativa essenzialità, competono per la supremazia in un duello che si rivela molto personale. “Il tema di fondo di questo album sono la fede e la speranza nella realtà” conferma Clark “alla fine della giornata è ciò di cui abbiamo bisogno”. L’apertura affidata a The Healing conferma l’assunto. “I’m a hard fighting soldier and I’m on the battlefield” canta la voce fuori campo “I’ll keep bringing souls to Jesus by the service that I pray”. Il pezzo è introdotto dai versi di Hard Fightin’ Soldier, un traditional battista, un gospel che spiana la strada al manifesto di Clark, all’ammissione dogmatica della musica quale strumento catartico per tutte quelle aberrazioni che cingono d’assedio l’esistenza. Una canzone sospesa, di grande impatto, che assurge a metafora potente e salvifica. La solennità abbacinante del ritornello è quasi un mantra. Efficacemente posto in testa al tracklisting, il brano arretra solo grazie all’impatto di Grinder, testo recalcitrante ma indefinito, tra le cui battute aleggia il fantasma di Hendrix. La sacralità introduttiva è compromessa da feedback incisivi e lick ardenti alla maniera del mancino di Seattle.
Più evidente risulta il sentimento di sconforto in Hold On, redatto sull’onda emozionale della recente paternità. L’amarezza sfocia nella collera, nel disorientamento e nella frustrazione: lo squallore del razzismo, nonostante la presidenza di un afroamericano, deflagra con i fatti di Ferguson e Baltimora e risuscita un aspetto celato nella società statunitense di cui anche Clark è incredulo testimone.
Da Blak and Blu il nuovo The Story Of Sonny Boy Slim eredita uno spettro di varietà stilistiche che inclinano il mood. A spostare in ambito nettamente positivo l’“indice della felicità interna lorda” – sì, esiste per davvero – sono Shake, blues scaltro, veloce, senza tempo e BYOB (l’acronimo si riferisce al diritto di tappo?) intermezzo farsesco dall’alto tasso alcolico. La voce di Clark si rivela vincente, è una risorsa persuasiva al pari delle sue innate doti di chitarrista. In Star il texano sfodera lo stesso falsetto che gli è valso il Grammy Award per Please Come Home (Best Traditional R&B Performance) mentre Our Love e Cold Blooded sembrano celebrare la raffinatezza timbrica di Curtis Mayfield. Church, intrisa di spiritualismo – e per ciò legata a doppio filo con The Healing – è tutta voce, chitarra acustica, armonica e un tocco di percussioni. Esempio di scarna bellezza, lascia coincidere ulteriori brandelli di storia personale con quella artistica, dato l’ausilio delle due sorelle Clark, Shawn e Savannah, ai cori.
Gary Clark Jr. ha mosso i primi passi presso l’Antone’s – del leggendario promoter Clifford Antone – l’ombelico del mondo blues. Da adolescente, in quel locale, ha iniziato a fare proseliti ed ha trovato il prezioso aiuto di Jimmie Vaughan (fratello dell’indimenticato Stevie Ray) fino a scalare le vette del successo ed arrivare ad esibirsi durante il Crossroads Guitar Festival nel 2010. Da quel momento la carriera di Clark è stata un crescendo che lo ha portato a calcare il palco al fianco di numerose star (su tutte, gli Stones per il loro tour 50 & Counting). L’inesorabile esplosione sulla scena musicale non sembra aver disorientato il bluesman che, in proposito, ha schiettamente ammesso: “Realizzo i miei spettacoli e incido i miei dischi. Cerco di non rimanere invischiato nelle campagne pubblicitarie che accompagnano il mio nome. Sono sempre lo stesso: faccio quello che facevo prima”. Oltre alle qualità fin qui mostrate, sono il legame con le radici e l’innato desiderio di incrociarle con il soul, l’hip hop e ulteriori rivoli della musica contemporanea, che forse candidano davvero Gary Clark Jr. a rappresentare, insieme a pochi altri esponenti (l’immarcescibile Prince, il redivivo D’Angelo, e l’ammaliatore Kendrick Lamar), il titolo di campione mondiale della scena black. Il verdetto appartiene al futuro, è certo, ma al presente spetta The Story Of Sonny Boy Slim.
On-line su SENTIREASCOLTARE.
- Fotografie di Frank Maddocks e Jon Shapley.
Osannato dal gotha del circuito mainstream, il musicista cerca di allargare la propria audience con The Story of Sonny Boy Slim, album blues che favorisce continui cambi di genere in un tripudio di ottima black music.
“Mia madre mi chiamava Sonny Boy di tanto in tanto, e anche i miei artisti preferiti – Sonny Boy Williamson, e tutti quei ragazzi del blues – si chiamavano così”. E ancora “Greg Izor (un grande armonicista) mi chiamava sempre Slim”. Nasce da un arzigogolo di moniker il titolo del nuovo album di Gary Clark Jr.
The Story of Sonny Boy Slim: solo a pronunciarlo sembra evocativo e spontaneo. Si presenta come una risacca del passato che, in parte, ne restituisce la mitologia. Il suo autore è l’ultimo profeta di una lunga stirpe intento a (ri)leggere i comandamenti del blues senza badare troppo a mutamenti radicali. E’ fisiologico che prenda a prestito, che alluda, che provi a muoversi – quasi ad ogni passo – nelle orme impresse da strabilianti antesignani. Un’aspirazione, quella di misurarsi con i grandi, che per certi versi denota stima, per altri sottopone il progetto di Clark allo “stress test” delle analogie.
The Story of Sonny Boy Slim assume i contorni del lavoro biografico nell’intestazione e nel messaggio. Dopo una generica auto-presentazione affidata a Blak and Blu, debutto del 2012 per Warner Bros. Records, ora Gary Clark Jr. focalizza i dettagli e avoca per sé la piena autonomia, concettuale e pragmatica, nelle fasi cruciali del lavoro. Dall’ideazione alla scrittura, dall’arrangiamento alla produzione, è lui che progetta, suona, taglia, scarta e ricuce. Blak and Blu aveva provocato alcuni giudizi contrastanti tra i critici. Il disco si insediava autorevolmente nel solco della tradizione blues con significativi apporti soul e rhythm and blues. Ma a pesare sui commenti di certi puristi erano quei rimandi black à la page capaci di far travisare l’intera registrazione e di bollare Clark mero prigioniero nella morsa di un sound ruffiano. Un vero e proprio paradosso per un giovane bluesman che cercava di attualizzare il repertorio del genere raccogliendo giudizi esasperati: o lodi sperticate (per qualità di proposta, abilità tecnica e freschezza di stile) o biasimo (per eterogeneità, artificiosità, sovrapproduzione, pubblicazione tramite una major). Una situazione che non sembra aver pesato sul percorso dell’allora ventottenne, impegnato ad assecondare la propria attitudine dal vivo e in studio di registrazione.
Nell’alveo familiare delle strade di Austin, la sua città, Clark ha compendiato idee abbozzate in tour e le ha sigillate in The Story Of Sonny Boy Slim. L’album sfodera un’atmosfera intensa sin dalle prime battute. Partitura e liriche, pur nella loro relativa essenzialità, competono per la supremazia in un duello che si rivela molto personale. “Il tema di fondo di questo album sono la fede e la speranza nella realtà” conferma Clark “alla fine della giornata è ciò di cui abbiamo bisogno”. L’apertura affidata a The Healing conferma l’assunto. “I’m a hard fighting soldier and I’m on the battlefield” canta la voce fuori campo “I’ll keep bringing souls to Jesus by the service that I pray”. Il pezzo è introdotto dai versi di Hard Fightin’ Soldier, un traditional battista, un gospel che spiana la strada al manifesto di Clark, all’ammissione dogmatica della musica quale strumento catartico per tutte quelle aberrazioni che cingono d’assedio l’esistenza. Una canzone sospesa, di grande impatto, che assurge a metafora potente e salvifica. La solennità abbacinante del ritornello è quasi un mantra. Efficacemente posto in testa al tracklisting, il brano arretra solo grazie all’impatto di Grinder, testo recalcitrante ma indefinito, tra le cui battute aleggia il fantasma di Hendrix. La sacralità introduttiva è compromessa da feedback incisivi e lick ardenti alla maniera del mancino di Seattle.
Più evidente risulta il sentimento di sconforto in Hold On, redatto sull’onda emozionale della recente paternità. L’amarezza sfocia nella collera, nel disorientamento e nella frustrazione: lo squallore del razzismo, nonostante la presidenza di un afroamericano, deflagra con i fatti di Ferguson e Baltimora e risuscita un aspetto celato nella società statunitense di cui anche Clark è incredulo testimone.
Da Blak and Blu il nuovo The Story Of Sonny Boy Slim eredita uno spettro di varietà stilistiche che inclinano il mood. A spostare in ambito nettamente positivo l’“indice della felicità interna lorda” – sì, esiste per davvero – sono Shake, blues scaltro, veloce, senza tempo e BYOB (l’acronimo si riferisce al diritto di tappo?) intermezzo farsesco dall’alto tasso alcolico. La voce di Clark si rivela vincente, è una risorsa persuasiva al pari delle sue innate doti di chitarrista. In Star il texano sfodera lo stesso falsetto che gli è valso il Grammy Award per Please Come Home (Best Traditional R&B Performance) mentre Our Love e Cold Blooded sembrano celebrare la raffinatezza timbrica di Curtis Mayfield. Church, intrisa di spiritualismo – e per ciò legata a doppio filo con The Healing – è tutta voce, chitarra acustica, armonica e un tocco di percussioni. Esempio di scarna bellezza, lascia coincidere ulteriori brandelli di storia personale con quella artistica, dato l’ausilio delle due sorelle Clark, Shawn e Savannah, ai cori.
Gary Clark Jr. ha mosso i primi passi presso l’Antone’s – del leggendario promoter Clifford Antone – l’ombelico del mondo blues. Da adolescente, in quel locale, ha iniziato a fare proseliti ed ha trovato il prezioso aiuto di Jimmie Vaughan (fratello dell’indimenticato Stevie Ray) fino a scalare le vette del successo ed arrivare ad esibirsi durante il Crossroads Guitar Festival nel 2010. Da quel momento la carriera di Clark è stata un crescendo che lo ha portato a calcare il palco al fianco di numerose star (su tutte, gli Stones per il loro tour 50 & Counting). L’inesorabile esplosione sulla scena musicale non sembra aver disorientato il bluesman che, in proposito, ha schiettamente ammesso: “Realizzo i miei spettacoli e incido i miei dischi. Cerco di non rimanere invischiato nelle campagne pubblicitarie che accompagnano il mio nome. Sono sempre lo stesso: faccio quello che facevo prima”. Oltre alle qualità fin qui mostrate, sono il legame con le radici e l’innato desiderio di incrociarle con il soul, l’hip hop e ulteriori rivoli della musica contemporanea, che forse candidano davvero Gary Clark Jr. a rappresentare, insieme a pochi altri esponenti (l’immarcescibile Prince, il redivivo D’Angelo, e l’ammaliatore Kendrick Lamar), il titolo di campione mondiale della scena black. Il verdetto appartiene al futuro, è certo, ma al presente spetta The Story Of Sonny Boy Slim.
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- Fotografie di Frank Maddocks e Jon Shapley.
venerdì 11 settembre 2015
EZTV - Calling Out
Gli EZTV debuttano con "Calling Out", album pregno di potenziali hit segnate dalle ormai famigerate pene d’amor perduto. Buona la prima, dunque, ma per plasmare musica da ricordare occorre più originalità.
Emozionale sul piano testuale e vintage su quello sonoro, l’esordio discografico degli EZTV ricuce tessuti melodici recuperati dai sixties e parsimonia ritmica dagli eighties.
CallingOut potrebbe sembrare gracile, e per gran parte lo è, ma scrostata la sottile vernice di immediatezza che lo ricopre, si rivela più solido di quel che appare.
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Emozionale sul piano testuale e vintage su quello sonoro, l’esordio discografico degli EZTV ricuce tessuti melodici recuperati dai sixties e parsimonia ritmica dagli eighties.
CallingOut potrebbe sembrare gracile, e per gran parte lo è, ma scrostata la sottile vernice di immediatezza che lo ricopre, si rivela più solido di quel che appare.
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martedì 1 settembre 2015
The Lafontaines - Class
Gli scozzesi Kerr Okan (voce), Jamie Keenan (batteria), John Gerard (bass), Iain Findlay (chitarra) e Darren McCaughey (chitarra e tastiere) fondano il gruppo The Lafontaines nel 2010. Il giovane quintetto promuove un crossover che “ufficialmente” prende spunto dal rapping dello statunitense Notorius B.I.G. e dalle sonorità dei connazionali Biffy Clyro. Per certi versi, il duplice orientamento è attendibile: risulta evidente la fascinazione hip hop, meno quella rock. Più che altro è un godibile power pop a brillare, soprattutto durante gli spettacoli dal vivo. Il sound è certamente immediato, ma non rigorosamente radicale. Spesso ricorda episodi moderati del pluripremiato coacervo concepito dai Linkin Park.
Il primo lavoro discografico è l’EP All She Knows, del 2013, ma il vero e proprio debutto è Class (giugno 2015), un lavoro che calca la mano su temi personali e generazionali, e focalizza uno stile bardato con chitarre in overdrive e testi turbinosi. Quasi tutte le tracce del disco presentano suoni pieni ma non necessariamente aggressivi, che si traducono in una voluminosa massa. L’intensa attività live è imprescindibile per una band che vuole farsi una reputazione, per questo i The Lafontaines si esibiscono in numerosi piccoli club (anche negli States) prima di affrontare l’annuale edizione del “T in the Park”, il leggendario festival scozzese.
Il curioso nome della band è stato scelto per onorare il grande voice actor americano Don LaFontaine, scomparso nel 2008 poco prima di mettere in atto una collaborazione con i ragazzi di Glasgow.
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Il curioso nome della band è stato scelto per onorare il grande voice actor americano Don LaFontaine, scomparso nel 2008 poco prima di mettere in atto una collaborazione con i ragazzi di Glasgow.
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mercoledì 26 agosto 2015
Gardens & Villa - Music For Dogs
Tenui melodie e cori à gogo per Music For Dogs, terzo album in carriera del gruppo californiano Gardens & Villa. Poche sorprese, ma una ritrovata verve lirica tiene a galla l’intero lavoro.
Gardens & Villa si riaffacciano sul mercato discografico solo un anno e mezzo dopo la pubblicazione di Dunes. Il gruppo capeggiato da Chris Lynch e Adam Rasmussen ha impiegato poco ad elaborare il nuovo progetto discografico Music For Dogs. Complice la smania di far dimenticare il precedente lavoro – che stando alle ultime dichiarazioni, pare sia stato imposto dalla label – i due hanno elaborato le undici tracce in preda ad un rinnovato delirio creativo libero da vincoli.
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Gardens & Villa si riaffacciano sul mercato discografico solo un anno e mezzo dopo la pubblicazione di Dunes. Il gruppo capeggiato da Chris Lynch e Adam Rasmussen ha impiegato poco ad elaborare il nuovo progetto discografico Music For Dogs. Complice la smania di far dimenticare il precedente lavoro – che stando alle ultime dichiarazioni, pare sia stato imposto dalla label – i due hanno elaborato le undici tracce in preda ad un rinnovato delirio creativo libero da vincoli.
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martedì 23 giugno 2015
Alcoholic Faith Mission - Orbitor
Orbitor è il nuovo album del collettivo danese Alcoholic Faith Mission.
Quarantacinque minuti di musica elettronica attuale ma che potrebbe essere
stata incisa decenni fa.
La nostalgia assume sempre più i contorni di una moda e gli AFM ne seguono l’onda pur confezionando pregevoli brani.
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La nostalgia assume sempre più i contorni di una moda e gli AFM ne seguono l’onda pur confezionando pregevoli brani.
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giovedì 28 maggio 2015
Mounties - Thrash Rock Legacy
Non solo USA e UK. Dure a morire, le convenzioni circoscrivono in questi confini il meglio della musica indie in circolazione.
Sarà pur vero, ma le eccezioni non mancano.
I Mounties debuttano con Thrash Rock Legacy e sembrano poter dire la loro in proposito.
Il trio è costituito da nomi di spicco del panorama indipendente canadese. Hawksley Workman, nato Ryan Corrigan, ha prodotto il duo Tegane and Sara e la band Hey Rosetta!, Ryan Dahle (fratello di Kurt Dahle, ex batterista dei New Pornographers) ha contribuito alle fortune di Age of Electric e Limblifter, mentre Steve Bays è il cantante degli Hot Hot Heat.
Il rock energico, il suono di synth modaioli – eppure così rétro – e i cori orecchiabili delineano lo stile della band.
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I Mounties debuttano con Thrash Rock Legacy e sembrano poter dire la loro in proposito.
Il trio è costituito da nomi di spicco del panorama indipendente canadese. Hawksley Workman, nato Ryan Corrigan, ha prodotto il duo Tegane and Sara e la band Hey Rosetta!, Ryan Dahle (fratello di Kurt Dahle, ex batterista dei New Pornographers) ha contribuito alle fortune di Age of Electric e Limblifter, mentre Steve Bays è il cantante degli Hot Hot Heat.
Il rock energico, il suono di synth modaioli – eppure così rétro – e i cori orecchiabili delineano lo stile della band.
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mercoledì 27 maggio 2015
JPNSGRLS - Circulation
Le coordinate dei JPNSGRLS (Japanese Girls) sono nette, facilmente riscontrabili in ogni solco di Circulation. Tra semplicità espositiva e sonorità in quota garage pop sono posizionati i parametri del primo vero album dei canadesi.
Da poco pubblicato in Europa, con un ritardo di circa sei mesi rispetto all’uscita nel Nord America, Circulation è un disco che nell’insieme evoca la forza del punk anche se ...
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Da poco pubblicato in Europa, con un ritardo di circa sei mesi rispetto all’uscita nel Nord America, Circulation è un disco che nell’insieme evoca la forza del punk anche se ...
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domenica 12 aprile 2015
Polar Bear - Same As You
I Polar Bear di Seb Rochford, tre volte nominato al Mercury Music Prize, pubblicano Same As You.
Foga e stasi strumentale si alternano in un cantico alla natura per interpretare un territorio selvaggio che profonde sentimenti autentici, positivi. Gli stessi che la band intende trasmettere con una fusione di stili jazz.
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Foga e stasi strumentale si alternano in un cantico alla natura per interpretare un territorio selvaggio che profonde sentimenti autentici, positivi. Gli stessi che la band intende trasmettere con una fusione di stili jazz.
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mercoledì 25 marzo 2015
Idlewild - Everything Ever Written
Everything Ever Written è l'ottavo album in due decenni per la band scozzese. Gli Idlewild esprimono sonorità identitarie e cercano nuovi percorsi.
Gli scozzesi Idlewild hanno potuto disporre di un biennio per sviluppare un processo creativo immune da stress e da dead line. Registrato tra cielo e mare, sull’isola di Mull, Everything Ever Written è la loro ottava pubblicazione in vent’anni di carriera. E, a tratti, il disco manifesta un mood quieto, frutto di una produzione avvenuta tra tempi dilatati e atmosfere rilassate.
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Gli scozzesi Idlewild hanno potuto disporre di un biennio per sviluppare un processo creativo immune da stress e da dead line. Registrato tra cielo e mare, sull’isola di Mull, Everything Ever Written è la loro ottava pubblicazione in vent’anni di carriera. E, a tratti, il disco manifesta un mood quieto, frutto di una produzione avvenuta tra tempi dilatati e atmosfere rilassate.
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mercoledì 18 marzo 2015
The Sidekicks - Runners In The Nerved World
Ex incendiari, The Sidekicks mostrano oggi una natura che oscilla tra post-punk molliccio e power pop inoffensivo. Titolo evocativo e copertina con caratteri interlocutori, Runners In The Nerved World esclude ogni possibile connessione con il riottoso avvio di carriera della band statuitense.
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venerdì 6 marzo 2015
Clarence Clarity - No Now
Clarence Clarity debutta con il suo primo vero album il 3 marzo.
No Now riprende idee parzialmente comparse nell'EP Save Thyself (2013), ne sviluppa la trama e ne approfondisce la prosodia. Il numero ipertrofico di brani realizzati, ben venti, attecchisce nel terreno fertile dell'electropop. L'eccesso di idee elaborate sperimenta una “non” forma-canzone, ampliando i limiti di una proposta strabocchevole. Il disco non nasconde riferimenti di stile, più che citazioni, richiamando periodi ed evitando accostamenti a personaggi, evidenziando interesse per i suoni che hanno reso celebri i sintetizzatori nella prima metà degli anni '80. In questo, No Now contiene rievocazioni – quasi dei flashback sonori – che si innestano nella contemporaneità di un progetto parcellizzato nel suo fluire. Barricato dietro un nickname che ne preserva la vita privata, il britannico sembra favorire una certa preferenza per la comunicazione musicale in favore di ogni altro tipo di ostentazione. Il musicista e produttore lascia trapelare scarse informazioni sul proprio conto, preferendo erigere quell’impenetrabile varco che argina pruderie extra-professionali. O forse, è solo una ritrosia di facciata che cela una strategia per incrementare curiosità. US5WNYHWQP3R
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No Now riprende idee parzialmente comparse nell'EP Save Thyself (2013), ne sviluppa la trama e ne approfondisce la prosodia. Il numero ipertrofico di brani realizzati, ben venti, attecchisce nel terreno fertile dell'electropop. L'eccesso di idee elaborate sperimenta una “non” forma-canzone, ampliando i limiti di una proposta strabocchevole. Il disco non nasconde riferimenti di stile, più che citazioni, richiamando periodi ed evitando accostamenti a personaggi, evidenziando interesse per i suoni che hanno reso celebri i sintetizzatori nella prima metà degli anni '80. In questo, No Now contiene rievocazioni – quasi dei flashback sonori – che si innestano nella contemporaneità di un progetto parcellizzato nel suo fluire. Barricato dietro un nickname che ne preserva la vita privata, il britannico sembra favorire una certa preferenza per la comunicazione musicale in favore di ogni altro tipo di ostentazione. Il musicista e produttore lascia trapelare scarse informazioni sul proprio conto, preferendo erigere quell’impenetrabile varco che argina pruderie extra-professionali. O forse, è solo una ritrosia di facciata che cela una strategia per incrementare curiosità. US5WNYHWQP3R
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giovedì 26 febbraio 2015
JJ Grey & Mofro - Ol'Glory
Fortemente influenzato dalla roots music, il colletivo Mofro nasce in Florida all’alba degli anni ‘00 per dare voce al proletariato blue-collar con un suono amalgama di soul, blues, rock, folk, funk, gospel e gritty R&B. Dopo due album, il gruppo cambia nome in JJ Grey (band leader e principale autore) & Mofro: lo stile non muta, il traguardo è lo stesso.
Con un successo crescente – alimentato da centinaia di concerti in giro per i continenti – il blend si rinnova ad ogni uscita fino a Ol’Glory, nona pubblicazione. I dischi sembrano avere un fine utilitaristico, un mezzo per lasciar presagire le torride jam concertistiche che esaltano la duttilità del gruppo. Un tocco di originalità e tanti riferimenti a un sound che tange Jerry Reed, Otis Redding e altri maestri del Memphis soul.
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Con un successo crescente – alimentato da centinaia di concerti in giro per i continenti – il blend si rinnova ad ogni uscita fino a Ol’Glory, nona pubblicazione. I dischi sembrano avere un fine utilitaristico, un mezzo per lasciar presagire le torride jam concertistiche che esaltano la duttilità del gruppo. Un tocco di originalità e tanti riferimenti a un sound che tange Jerry Reed, Otis Redding e altri maestri del Memphis soul.
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mercoledì 28 gennaio 2015
Melissa Etheridge - This Is M.E.
In quasi tre decenni di carriera Melissa Etheridge* si è guadagnata i favori di un vasto pubblico e prestigiosi riconoscimenti (Grammy Award, Academy Award e addirittura una stella sulla Hollywood Walk of Fame). Successi che ne hanno certificato il meritato valore artistico e che, forse, hanno provveduto a mitigare il contraccolpo pregiudizievole di quell’opinione pubblica acerba destinataria, nel 1993, di un coming out imprevisto. Forse proprio questi due elementi – un seguito fedele e una sincerità che scuote ogni sorda potenza – hanno spinto Hetheridge a plasmare This Is M.E., un album personale che inquadra la sfera sentimentale.
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* Melissa Etheridge ha raccolto consensi di pubblico e critica in una carriera che ha spinto sull’acceleratore del cantautorato al servizio del pop/rock. Tanta sostanza, soprattutto tra i solchi dei primi dischi, e un look da dura consumata. Personalità da vendere – con tanto di pubblica ammissione di omosessualità – e ostinazione le valgono il titolo di paladina del movimento LGBT e autorevole testimonial per la lotta contro il cancro (che l’ha colpita dieci anni fa).
Ha tratti identitari che ne nutrono l’ego. La sua voce potente si fa largo tra rivali che non hanno la stessa ruvida espressività, la chitarra a tracolla e poi stivali, jeans, giacche di pelle: tutto rimanda all’iconografia resa celebre da Bruce Springsteen, non per altro, suo eroe dichiarato. E’ un pregio che diventa quasi condanna: l’etichetta non se la toglie più di dosso, ma questo non le impedisce di scalciare ancora oggi, a 54 anni, neanche fosse una debuttante in cerca di un posto al sole.
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* Melissa Etheridge ha raccolto consensi di pubblico e critica in una carriera che ha spinto sull’acceleratore del cantautorato al servizio del pop/rock. Tanta sostanza, soprattutto tra i solchi dei primi dischi, e un look da dura consumata. Personalità da vendere – con tanto di pubblica ammissione di omosessualità – e ostinazione le valgono il titolo di paladina del movimento LGBT e autorevole testimonial per la lotta contro il cancro (che l’ha colpita dieci anni fa).
Ha tratti identitari che ne nutrono l’ego. La sua voce potente si fa largo tra rivali che non hanno la stessa ruvida espressività, la chitarra a tracolla e poi stivali, jeans, giacche di pelle: tutto rimanda all’iconografia resa celebre da Bruce Springsteen, non per altro, suo eroe dichiarato. E’ un pregio che diventa quasi condanna: l’etichetta non se la toglie più di dosso, ma questo non le impedisce di scalciare ancora oggi, a 54 anni, neanche fosse una debuttante in cerca di un posto al sole.
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