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martedì 8 gennaio 2013

Mad Season - Above deluxe edition

Figli della Seattle musicalmente rivoluzionaria dei ‘90, i Mad Season rientrano tra le più memorabili, scure e tossiche rock band apparse a metà di quel decennio. Il loro unico disco resta Above, una meteora avvolta nelle tenebre sputata persino dall’inferno. Un album crudo, intenso, tetro, per certi versi espiatorio, intriso di autocommiserazione e rimpianto ma cantato e musicato con istinto ferino e accorata passione. La voce tagliente di Layne Staley (Alice In Chains) e la chitarra straziante di Mike McCready (Pearl Jam) marcano un sound opprimente eppure liberatorio, che piomba nelle profondità di sinistre melodie e risorge grazie all’audacia ritmica del batterista Barrett Martin (Screaming Trees) e del bassista John Baker Saunders (The Walkabouts, Lamont Cranston band). Un album scevro da distinzioni tra brani validi e momenti minori poiché concepito come un unicum drammatico e sincero, rappresentato dal vivo il 29 aprile 1995 durante una storica performance al Moore di Seattle. Uno show controverso che evidenzia tutta la grandezza dei musicisti e, allo stesso tempo, denuncia il raccapricciante stato in cui versano individui sospesi in una dimensione a metà tra questo e l’altro mondo. McCready, pelle e ossa, sogghigna mentre saltella sul baratro e Layne, immobile, ci è già dentro. Ha lo sguardo assente, la faccia smunta e le mani, martoriate dalle ripetute offese degli aghi, coperte con guanti che rappresentano l’ultimo avamposto del pudore. Ma il live è superbo. Un concerto ripreso dalle telecamere guidate dal solerte Duncan Sharp (insigne fotografo e regista di Seattle) remixato e rimasterizzato in occasione della pubblicazione della Deluxe Edition di Above. Annunciata dalla Legacy Recordings per il prossimo 2 aprile, questa nuova edizione comprende il DVD con le immagini integrali del concerto, il disco con le tracce audio e l’immancabile album originale con interessanti bonus tracks. Tra queste spiccano la cover di I Don't Want to Be a Soldier (John Lennon) e tre nuove canzoni, scritte e cantate da Mark Lanegan, per il seguito mai realizzato di Above. Un secondo capitolo discografico che i Mad Season riescono a malapena ad abbozzare a causa della persistente condizione di tossicodipendenza di Layne Staley spentosi, dopo una tormentata esistenza, nel 2002. Una fine che era già toccata al compagno John Baker Saunders, morto per overdose tre anni prima. Un mesto epilogo evitato da Mike McCready capace di ingaggiare una lotta titanica, nonché vincente, con i propri demoni. A rimpolpare la preziosa riedizione di Above, il video del concerto del capodanno 1995, al RKCNDY di Seattle, e le due apparizioni al Self-Pollution Radio voluto da Eddie Vedder. Diciotto anni dopo il debutto, Above si conferma tenebrosa meteora di prima grandezza.


Mad Season - Live at The Moore Theater from DSF on Vimeo.

lunedì 30 marzo 2009

A trip back to the Nineties

R.E.M.
Automatic For The People (1992)

Il nome a quest’album, in pratica, lo ha dato il gestore di un ristorante spesso frequentato dal gruppo. Usava come intercalare il termine "automatic" e così, quei quattro mascalzoni di Athens, che ci tengono a battezzare gli album con nomi assolutamente fuori dal comune, hanno pensato bene di chiamare questo ottavo capitolo del loro epico romanzo “Automatic For The People”.
Il disco che include la bellissima e notissima “Everybody Hurts” succede al più commerciale, ma non meno valido, “Out Of Time”. Tristi perle in musica sono qui raccolte (“Drive” è superlativa) insieme a componimenti più confortanti (“The Sidewinder Sleeps Tonite”). Ma in un’ipotetica classifica dei migliori singoli della musica Rock, “Man On The Moon” ha davvero pochi altri pezzi davanti a se, mentre un discorso a parte merita la straordinaria penultima traccia: “Nightswimming”. Si tratta di una ballata pianistica molto dolce ed intensa, che culla liriche tracimate dal cuore in piena di uno Stipe in stato di grazia. Con questi versi, il buon Michael raggiunge vette poetiche inaccessibili a molti suoi colleghi. In pochi altri casi si può godere di un connubio così alto e spirituale tra note e parole. Curiosità: gli arrangiamenti degli archi presenti in questo brano sono opera dell’ex Led Zeppelin John Paul Jones.

Brad
Shame (1993)

Dall’unione artistica tra Stone Gossard e Shawn Smith nascono i Brad.
Non un side-project dei Pearl Jam che vive di luce riflessa, ma un gruppo rock capace di dar vita a lavori interessantissimi. E’ “Shame”, debut album del 1993, il lavoro che si distingue per originalità e ispirazione tra la parsimoniosa produzione della band di Seattle. Alterna momenti riflessivi (le splendide “Buttercup”, da 10 e lode, e “Good News”) a momenti impetuosi (“My Fingers”, “Raise Love”), ma degni di nota sono anche il funk di “20th Century” e l’orecchiabile “Nadine”.
Efficace lo slap di Jeremy Toback che accompagna al basso il falsetto di Smith su “Bad for the soul”, da dimenticare invece “Rockstar”.
La voce altamente soul di Shawn, il suo piano e le semplici trame chitarristiche di Stone, forgiano un sound davvero alternativo e tutt’oggi raro: undici tracce composte ed incise con sentimento, che dopo 16 anni mantengono tutta la freschezza e l’immediatezza dell'idea originale. Completano la squadra alla batteria Regan Hagar, altro esponente di spicco della scena di Seattle anni ’80 (ex Malfunkshun) e al mixer tale Brendan O’Brien.
Un disco buono per ogni momento, da metter su al risveglio o da godersi all’imbrunire.

Mark Lanegan
I'll Take Care Of You (1999)

E' orfano degli Screaming Trees, Mark Lanegan, quando incide questo fantastico album.
Essenziale sin dalla grafica di copertina, nel disco trovano spazio chitarra, voce (che voce!) e davvero poco altro senza mai annoiare.
Lanegan rivisita undici splendidi brani tra cui spiccano il folk di “Shiloh Town”, del compianto Tim(othy James) Hardin, e il traditional “Little Sadie” ripreso negli ultimi ottant’anni praticamente da tutti i più grandi folk singer americani. Ma anche la title track, resa nota dal grande Bobby “Blue” Bland, è davvero un gioiello: tra soul e blues, campanelli ridondanti, eco della chitarra e quel beat triste, "I'll take Care Of You" scaraventa il sound nel mezzo degli anni ‘60. Anche in “On Jesus’ Program” grande gospel di O(verton) V(ertis) Wright sono presenti toni Sixties, come pure nella fedele copia - canto pastoso e trascinato all inclusive - di “Shanty Man’s Life” del mitico Dave Van Ronk, e nella “Boogie boogie” dalla chitarra acquosa che si abbina alla cavernosa voce di Lanegan.
Chi inciampa da queste parti, merita di sapere quanta bellezza può essere racchiusa in un pugno di canzoni. Poco più di trenta minuti di cura disintossicante da tanta merda che circola, impunemente, al giorno d’oggi.