Sincero, appassionato, incantevole.
Tra i migliori dischi degli ultimi tempi.
Tra amarcord introspettivi, testimonianze tramandate e cronache di cerimonie collettive, Grant-Lee Phillips scava nella penombra dei ricordi per cercare le proprie radici, la propria storia, ma senza l’obbligo di agguantare il perché degli avvenimenti, più semplicemente per riordinarli tra il caos della memoria. E’ questo, in un suggestivo mix tra storia e leggenda, il modello messo a punto dal cantautore per il nuovo disco acustico.
Walking In The Green Corn è un viaggio nel tempo che contestualizza le tradizioni del passato e ne individua i risvolti nel presente.
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domenica 11 novembre 2012
giovedì 30 dicembre 2010
Elucubrazioni FOLKloristiche di fine anno
Tom Brosseau è un cantante, un musicista, un folksinger vecchia maniera: voce, chitarra e una sporta di malinconia da riversare in fluide melodie.
Sconosciuto ai più, bazzica molto spesso al Largo di Los Angeles, un posto che apre le porte solo ai duri e puri del folk.
Lì Tom ci ha pure inciso un solitario live, Late Night at Largo, nel 2004, sul palco immerso nel silenzio della platea deserta. In scaletta anche la splendida Mary Anne recentemente presa a prestito dall'amico Adam Price (aka Mice Parade) per chiudere il suo ultimo lavoro What It Means To Be Left-Handed.
Proprio di Mary Anne, Brosseau ne ha messo in rete una delicata versione con Angela Correa (aka Correatown). Arrangiamento spartano ma che proprio non necessita di altro per risultare efficace.
A tutto folk i due, che si fanno chiamare Les Shelleys, viaggiano leggeri, con scarpe comode e poca roba nello zaino, tra localini (e definirli tali è già una forzatura) che contano pochi spettatori (e definirli tali è già un’iperbole) e modesti bar frequentati da avventori alticci (e definirli tali è riduttivo). Il loro motto è eloquente: "simple music, good for the soul".
Per stile e umiltà, Brosseau ricorda un grandissimo cantautore che proprio al Largo è di casa: Grant-Lee Phillips.
Grant-Lee ha conquistato il successo, ne ha avidamente mangiato il frutto e ben presto dimenticato il sapore. Sfortuna sua, sì, ma fortuna dei fans che ancora oggi si godono perle ignorate come Virginia Creeper e compagnia bella. Perso il favore delle masse, Phillips suona ancora tra sottoscala fatiscenti e pub indecenti, con incrollabile passione attorniato da band indie di ottima fattura e abbracciato dall'affettuoso pubblico che da anni lo segue nei circuiti paralleli al mainstream.
Con i Winterpills nella scorsa primavera, ha intrapreso un mini tour che l'ha portato in giro per l'America più ruvida e sotterranea (qui una splendida versione di Mona Lisa). La collaborazione è poi proseguita in una non meglio precisata camera da letto (adibita, pare, a nient'altro che sala d'incisione!) dove è nato Tuxedo of Ashes, un EP uscito due mesi fa.

In Italia non c’è un paradisco folk equiparabile al Largo, di sicuro non dalle mie parti. E mi risulta davvero difficile ricordare di una “star” nostrana che sale su un palchetto sgangherato per esibirsi, dietro esiguo compenso, solo per la voglia di divertirsi.
Sarebbe il caso di avvisare Brosseau, Phillips & Co. che se proprio si accontentano di suonare in una bettola, possono farlo anche qui da noi. L’italica accoglienza, del resto, è decisamente calorosa.
_____
P.S.: Di recente è stata ufficializzata, proprio da Grant-Lee, la notizia della reunion dei Grant Lee Buffalo: saranno in tour nel 2011. Spero solo che non gettino alle ortiche il loro passato in nome di denaro e nostalgia.
Sconosciuto ai più, bazzica molto spesso al Largo di Los Angeles, un posto che apre le porte solo ai duri e puri del folk.
Lì Tom ci ha pure inciso un solitario live, Late Night at Largo, nel 2004, sul palco immerso nel silenzio della platea deserta. In scaletta anche la splendida Mary Anne recentemente presa a prestito dall'amico Adam Price (aka Mice Parade) per chiudere il suo ultimo lavoro What It Means To Be Left-Handed.
Proprio di Mary Anne, Brosseau ne ha messo in rete una delicata versione con Angela Correa (aka Correatown). Arrangiamento spartano ma che proprio non necessita di altro per risultare efficace.

A tutto folk i due, che si fanno chiamare Les Shelleys, viaggiano leggeri, con scarpe comode e poca roba nello zaino, tra localini (e definirli tali è già una forzatura) che contano pochi spettatori (e definirli tali è già un’iperbole) e modesti bar frequentati da avventori alticci (e definirli tali è riduttivo). Il loro motto è eloquente: "simple music, good for the soul".
Per stile e umiltà, Brosseau ricorda un grandissimo cantautore che proprio al Largo è di casa: Grant-Lee Phillips.
Grant-Lee ha conquistato il successo, ne ha avidamente mangiato il frutto e ben presto dimenticato il sapore. Sfortuna sua, sì, ma fortuna dei fans che ancora oggi si godono perle ignorate come Virginia Creeper e compagnia bella. Perso il favore delle masse, Phillips suona ancora tra sottoscala fatiscenti e pub indecenti, con incrollabile passione attorniato da band indie di ottima fattura e abbracciato dall'affettuoso pubblico che da anni lo segue nei circuiti paralleli al mainstream.
Con i Winterpills nella scorsa primavera, ha intrapreso un mini tour che l'ha portato in giro per l'America più ruvida e sotterranea (qui una splendida versione di Mona Lisa). La collaborazione è poi proseguita in una non meglio precisata camera da letto (adibita, pare, a nient'altro che sala d'incisione!) dove è nato Tuxedo of Ashes, un EP uscito due mesi fa.

In Italia non c’è un paradisco folk equiparabile al Largo, di sicuro non dalle mie parti. E mi risulta davvero difficile ricordare di una “star” nostrana che sale su un palchetto sgangherato per esibirsi, dietro esiguo compenso, solo per la voglia di divertirsi.
Sarebbe il caso di avvisare Brosseau, Phillips & Co. che se proprio si accontentano di suonare in una bettola, possono farlo anche qui da noi. L’italica accoglienza, del resto, è decisamente calorosa.
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P.S.: Di recente è stata ufficializzata, proprio da Grant-Lee, la notizia della reunion dei Grant Lee Buffalo: saranno in tour nel 2011. Spero solo che non gettino alle ortiche il loro passato in nome di denaro e nostalgia.
martedì 12 gennaio 2010
Grant Lee (Buffalo) Phillips
Se non fosse stato per Michael Stipe non avrei mai conosciuto i Grant Lee Buffalo.
Nel ’95 ho avuto la fortuna di assistere ad un concerto dell’ultimo tour dei (degli?) R.E.M. al completo (con Berry alla batteria). Quell’anno Stipe aveva deciso di portare con sé i Buffalo in giro per quattro continenti: a loro il difficile compito di scaldare il pubblico prima degli osannati headliner. Ma quel mini-set si rivelava, ogni sera, ben più di un riempitivo. In giro per Australia, Giappone, Europa ed U.S.A., i Buffalo raccoglievano consensi di pubblico e critica. Chi li ha visti in almeno uno dei quattro show italiani mantiene vivido il ricordo di quelle performance.
Nel ’95 ho avuto la fortuna di assistere ad un concerto dell’ultimo tour dei (degli?) R.E.M. al completo (con Berry alla batteria). Quell’anno Stipe aveva deciso di portare con sé i Buffalo in giro per quattro continenti: a loro il difficile compito di scaldare il pubblico prima degli osannati headliner. Ma quel mini-set si rivelava, ogni sera, ben più di un riempitivo. In giro per Australia, Giappone, Europa ed U.S.A., i Buffalo raccoglievano consensi di pubblico e critica. Chi li ha visti in almeno uno dei quattro show italiani mantiene vivido il ricordo di quelle performance.
Sorta di nume tutelare, il cantante dei R.E.M. incrocia a più riprese il percorso artistico di Grant-Lee Phillips, il leader dei Buffalo. Stipe elegge Fuzzy miglior disco in circolazione nel 1993: l’affermazione alza la soglia di attenzione attorno al debut album dei californiani e le radio raddoppiano i passaggi dell’omonimo singolo. Due anni dopo arriva la grande vetrina grazie alla tournée con i R.E.M.: Grant-Lee Phillips, Paul Kimble e Joey Peters aprono ben 42 date del colossale “Monster Tour”. E’ sempre Stipe, nella veste di produttore esecutivo di Velvet Goldmine, a richiedere alla band un inedito per la colonna sonora del film (istanza accolta ed assolta con The Whole Shebang), ed è sempre lui a profondere inconfondibili armonie vocali in Everybody Needs A Little Sanctuary, brano di Jubilee (1998). Il calvo Mike coinvolge Grant-Lee perfino nel progetto di world music 1 Giant Leap (2002).Ma le collaborazioni del prolifico Phillips sono davvero tante. La smania creativa lo induce a partecipare in diversi ambiti, tant’è che il suo nome viene accreditato in decine di progetti. Nel 1998 c’è un favore da ricambiare e così la sua chitarra e la sua voce finiscono in Electro-Shock Blues degli Eels, con i quali collabora anche per Daisies Of The Galaxy (2000). Il nuovo decennio coincide con l’inizio della collaborazione con Aimee Mann: Grant-Lee è ospite negli album Bachelor No. 2 e @#%&! Smilers. I due, poi, dividono il palco per una serie di annuali concerti, i monotematici “Christmas Show”, che propongono alle platee statunitensi traditional natalizi.
Ma la cooperazione di Phillips che più di tutte desta curiosità è quella con Robyn Hitchcock (ex The Soft Boys). Cantautore inglese attivo sin dal 1979, più volte designato quale omologo al “crazy diamond” Syd Barrett, Hitchcock ospita Grant-Lee in Jewel For Sophia del 1999 e con lui duetta spesso e volentieri lasciandone traccia tangibile nel DVD Elixir And Remedies (2002). Con il sentito omaggiato incluso nell’album Nineteeneighties (2006) il californiano dimostra una vera e propria fascinazione per le opere di Hitchcock eseguendo I Often Dream of Trains.
Grant-Lee Phillips non ha mai prodotto un best seller e non appartiene certo al “club dei vincenti”. Piuttosto rientra nella cerchia dei “capaci ma sfigati”, meglio noti come “musicisti di culto”, che si dileguano tra strette strade secondarie. Ecco perché dopo aver ascoltato il recente Little Moon ho pensato di ripercorrere la carriera artistica del genialoide Phillips, e dei suoi Buffalo, in una monografia (Grant Lee Buffalo: la dodici corde che sfidò il grunge).
Un piccolo tributo da un piccolo scribacchino.
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