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sabato 10 dicembre 2016

Bruce Springsteen – Born to Run, l'autobiografia

Qualcuno ha detto che “l'uomo ha una vasta gamma di comportamenti e di possibilità che vanno dagli abissi della dissennatezza sino alle vette eccelse di una divina felicità”. Pochi sono gli uomini che hanno potuto esplorare questa varietà emozionale da un estremo all'altro. Pochissimi coloro che hanno avuto la fortuna di poterla raccontare. Uno di questi è Bruce Springsteen, talentuoso e fortunato cantautore americano che per i suoi 67 anni ha pubblicato l'autobiografia Born to Run.

Bruce Springsteen ha recentemente messo su carta la storia di uno dei suoi personaggi più riusciti, uno di quelli che popolano i suoi testi, un tipo che sembra davvero autentico. E di fatto lo è, perché Bruce racconta sé stesso senza la mediazione di uno di quei caratteristi delineati a scopo narrativo per le sue canzoni. Springsteen provvede a traslare il titolo del suo epico album del '75, Born to Run, per dedicarlo alla sua autobiografia e per concedersi la facoltà di sentenziare sul suo passato e sul periodo che lo ha visto formarsi, crescere e prosperare nell'America che tutti i suoi fans hanno imparato a conoscere attraverso un percorso artistico quarantennale.

Il libro, edito da Mondadori e tradotto da Michele Piumini, ripercorre l'esistenza del cantautore del New Jersey in maniera cronologica e con dettagli personali mai pienamente svelati prima. I capitoli introduttivi scorrono all'insegna di una narrazione capace di mappare l'albero genealogico della famiglia Springsteen con una precisione che denota grande interesse per le proprie radici.
Tra queste la dottrina cattolica è parte essenziale e fa da sfondo alla formazione di chi si affaccia al mondo ma malvolentieri accetta le briglie di dogmi e formalismi liturgici. Un rifiuto stemperato dal tempo fino ad un totale annullamento, anzi, fino ad un cambio di prospettiva in età avanzata, ovvero ai giorni nostri, che lascia il passo ad un ritorno religioso prorompente, in una sorta di panteismo sui generis. Il nucleo domestico, dunque, offre suggestioni indelebili i cui frammenti sono sparpagliati nell'intero songbook springsteeniano.
Il parentado è relativamente grande e i singoli componenti educano secondo ruoli indistinti, esacerbando originarie influenze italo-irlandesi, con una faziosa predominanza della tradizione italiana. Un ambito che risulta saturo di conflitti irrisolti e sentimenti negati; un perimetro entro il quale prospera un insolito (per i tempi) groviglio anarcoide che instilla, nel giovane Springsteen, un imprinting umorale alimentato da prostrazione e sbandamento, accanto ai più noti aspetti di tenacia ed esuberanza. Ed è questo un risvolto che Bruce preferisce rimarcare: la sua ordinarietà da contrapporre, una volta su tutte, alla sua eroica immagine pubblica. Una dichiarazione dalla sincerità disarmante (“una storia che avevo bisogno di raccontare”) palesata presumibilmente per esorcizzare un alter ego ancestrale e autodistruttivo.  

Born to Run accoglie pensieri così intimi che a tratti infondono, nel lettore, l'idea di raccogliere una confessione imbarazzante, proprio mentre l'autore usa espedienti per andare e tornare dal precipizio. Ed è questo l'aspetto del privato che più desta attenzione e, dopo un primo momento di sorpresa, stima. Il divario tra la solidità che il cantautore ha sempre rappresentato sotto i riflettori, la facilità di “tenere il palco”, la voce spavalda e dai toni potenti – peraltro accompagnata ad una fisicità solida e implacabile – contrasta con una routine saturata da fragilità, incertezze, psicoterapie e continui viaggi solitari improvvisati per mitigare demoni invincibili. Contrapposizioni mai messe in piena luce prima e che qui hanno il compito di fissare la distanza tra la figura dell'entertainer di successo e la fallibilità dell'uomo che affronta il quotidiano. Springsteen, insomma, ridimensiona sé stesso e straccia (proprio come quei volantini dai toni enfatici nell'Hammersmith Odeon) quelle convinzioni sublimate dai suoi ammiratori sulla scorta di trionfi e riconoscimenti. Sin dalla prima metà del libro emerge, inattesa, l'ammissione di una depressione incipiente: un ponte dai tavolacci sconnessi che pencola sul baratro.

Per quanto attiene il percorso artistico (e commerciale, s'intende) Bruce Springsteen è ovviamente consapevole di aver colto una rara nonché consolidata affermazione nel mainstream rock e ne parla con toni trionfalistici, pur soffermandosi a meditare su quanto ardua sia risultata la scalata alla vetta degli dèi (“Non sapevo con sicurezza che cosa volevo, ma quando lo trovavo ne riconoscevo l'odore”). Sono numerosi gli aneddoti che ripercorrono le frustrazioni, i passi falsi e le sconfitte: cadute ammortizzate – tutto sommato – grazie all'ausilio di una dote naturale e di una caparbietà straordinaria (“Il mio talento, il mio ego e i miei desideri erano incontenibili”).
Traspare disincanto misto a romanticismo nella ricostruzione dei primi album; si manifesta con tutta la sua importanza la produzione de The Ghost Of Tom Joad, spartiacque di metà carriera; mentre è ben più agrodolce l'osservazione sul recente Wrecking Ball caricato da aspettative sovrastimate, ben presto affossate dal mancato gradimento di pubblico e critica.

(Photo Credit: Art Maillet)

Tra le pagine di Born to Run affiora il pensiero dell'uomo che analizza la genesi di una nuova famiglia, il valore dell'amicizia, l'incongruenza della vita, l'ingiustizia sia personale che sociale, ma che è ben lungi dal rinnegare i piaceri di una vita faraonica pur debitoria di un'estrazione proletaria. Nelle oltre cinquecento pagine che compongono questa storia personale c'è soprattutto l'artista che descrive la sua ispirazione e la sua passione per la musica, l'arte che tutto gli ha concesso in cambio del sacrificio di affetti e relazioni. A tal proposito non mancano motivi per scandagliare un primo naufragio matrimoniale, con la modella e attrice Julianne Phillips, e la successiva autentica ricostruzione della fede in una nuova avventura sentimentale con Patti Scialfa, àncora tra le mura domestiche e primo – nonché unico – elemento femminile in pianta stabile nella E Street Band.

Già, la sua sgangherata cricca con strumenti al seguito! Esemplari risultano le pagine incentrate sulle dinamiche di quel fenomeno musicale che risponde al nome di E Street Band, “il” gruppo di Springsteen che in ambito rock ha calamitato popolarità e guadagni principeschi, pur tra diverse scollature e passate tensioni. Particolare non da poco riguarda il legame con il chitarrista Steve Van Zandt, certamente autentico, ma meno solido di quanto pubblicizzato in più di un'occasione. Toccante la sezione dedicata agli scomparsi Danny Federici (organista) e al partner scenico Clarence Clemons (sassofonista). Ogni elemento della band viene posto in piena luce e, finalmente, si rende formale apprezzamento a Nils Lofgren, chitarrista generoso e dotato di mirabile maestria, da sempre relegato a subalterno d'eccellenza.
E dopo il flashback dai contorni opachi sulla separazione con i sodali della E Street, trova spazio l'emozionata rievocazione di un reboot della band ammantato, dopo dieci anni di lontananza, da una coltre di perplessità presto polverizzata dall'assordante attacco di Prove It All Night. Un feeling ritrovato durante una prova lì dove tutto è possibile, su di un palco, spiraglio tra il mondo reale e il mondo vagheggiato, che propizia anche una The Promised Land “leggera come una piuma e profonda come il mare”. Due pezzi capaci di rinsaldare il legame come se non ci fosse mai stata alcuna scissione, due perle tratte da Darkness on the Edge of Town lo stesso disco inclusivo di brani che, parole del musicista, “se ancora oggi formano il nucleo dei nostri concerti forse è perché rappresentano la quintessenza del rock che volevo fare”.

(Photo Credit: Danny Clinch)
 
Come ogni autobiografia che si rispetti, si notano anche deficit di “sceneggiatura” e scarsità di dettagli lì dove gli hard core fans, per contro, avrebbero preferito apprendere rivelazioni.
Ad esempio non c'è una sola parola a carico dello spiacevole episodio del “No Nukes” quando – il 22 settembre 1979 al Madison Square Garden – durante il concerto tenuto per auspicare un futuro senza energia nucleare, Springsteen schernisce la fotografa Lynn Goldsmith, sua ex compagna.
Irrisolta resta anche la motivazione alla base della decisione di dispensare tutta la E Street Band, sul finire degli anni '80, escluso il tastierista Roy Bittan.
Solo abbozzato, in un passaggio così impersonale che può definirsi cronachistico, un evento che invece avrebbe potuto cambiare le recenti sorti dello Springsteen performer. Viene riportata la notizia, mai trapelata prima, di un'operazione che lo costringe a rimanere muto per più di due mesi. Una piccola grande sciagura per un cantante, archiviata in poche battute quasi ad esorcizzarne la portata (“scoprii che i dischi cervicali del collo schiacciavano i nervi responsabili dei movimenti, dalla spalla in giù. […]L’intervento si svolge così: ti fanno l’anestesia totale, ti aprono la gola, ti spostano le corde vocali di lato, si mettono al lavoro con chiave inglese, cacciavite e titanio, ti staccano un pezzo d’osso dall’anca e ti costruiscono dei dischi nuovi”).

Sovrabbondante, ma basilare per comprendere il corso degli eventi, è, invece, il profilo particolareggiato di Douglas Springsteen. Padre dalla personalità condizionata dai disturbi mentali e dall'abuso di alcol, Douglas sembra impossibilitato ad intrecciare una genuina relazione genitoriale capace di spazzare quella irrisolta condizione di incomunicabilità che lo attanaglia. E' una figura oscura e ingombrante, la sua, che lascia in eredità al figlio un'ombra fredda e abissale. Ed ecco il fulcro del libro: è tutto in questo dualismo che tanta importanza riveste nella poetica di Bruce. Nella parte terminale dell'intera narrazione è recata una delle note più commosse e illuminanti dell'intero libro: “Quel mattino in cui papà venne a trovarmi a Los Angeles poco prima che diventassi padre a mia volta rimane un momento cardine del nostro rapporto. Era venuto per supplicarmi umilmente, per tracciare un bilancio nuovo a partire dagli elementi oscuri e confusi che componevano le nostre vite. […] Mio padre voleva che scrivessi un finale diverso per la nostra storia. È da allora che ci provo, ma storie come questa non hanno fine. La racconta il tuo sangue, per poi trasfonderla nel sangue di coloro che ami, una sorta di eredità”.

(Photo Credit: Frank Stefanko)

Lo Springsteen autore dell'opera letteraria, meno efficace del suo omologo autore di liriche, non è riuscito a compendiare il proprio vissuto alla stregua di una sua proverbiale canzone. Del resto, come avrebbe potuto? Forse val la pena accreditare la tesi che vuole questo scritto punto fermo di un percorso fin qui particolarmente riuscito; il desiderio di imprimere i ricordi per buttarseli alle spalle e ricominciare, se non a correre, a “camminare nel sole” proprio come recita l'epilogo di Born to Run (il singolo).
Per ammissione dello stesso Springsteen – “Non vi ho detto «tutto» di me” –, Born to Run è un'autobiografia parziale e, alla fine della lettura, restano sospese incognite che riguardano la vita pubblica e privata dell'autore. Com'è essere Bruce Springsteen? Fantastico? Un'inimmaginabile babele? Un po' dell'uno e un po' dell'altro? Cosa altro sarebbe successo senza lo splitting tra il Boss e la E Street Band all'apice del successo? Springsteen stesso cerca di risolvere il dilemma tra le pagine di questo memoir, ma forse è proprio l'unico incapace di esporre ipotesi e congetture.
Ci sono molteplici anime che sono riuscite a strappargli un passaggio su quella Chevrolet Corvette del '60 dai cerchioni Cragar sfoggiata come un trofeo in copertina. Sono molteplici le personalità racchiuse nello stesso uomo, nello stesso artista obbligato a “decidere chi far scendere dalla macchina” prima di riprendere il viaggio con una stridente sgommata.
Per questo, a tutti coloro che approcceranno al testo, sarà bene ricordare che Bruce Springsteen è uno storyteller e che come tale si è addentrato in questo esercizio introspettivo. Per dirlo alla sua maniera, “c'è qualcosa di strano nel raccontarsi per iscritto. A conti fatti, non è che una storia, una storia che ho composto a partire dagli episodi della mia vita”.

lunedì 16 novembre 2015

Alessandro Portelli - Badlands. Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni

Il mondo del lavoro permea una grande parte del songbook di Bruce Springsteen. L’occupazione (o la sua mancanza) determina una serie di conseguenze che influenzano fortemente la condizione umana dei personaggi al centro della sua opera.
E’ questo l’humus che alimenta le redici di Badlands. Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni. Il libro di Alessandro Portelli, pubblicato da Donzelli Editore, rende vivido l’aspetto proletario delle canzoni di Springsteen, lo inquadra in un contesto letterario, storico e lo interconnette all’attualità e alla discografia di altri cantori del lavoro. 
  

Badlands. Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni di Alessandro Portelli – docente di Letteratura angloamericana all’Università “La Sapienza” di Roma – indaga la produzione narrativa che il cantautore del New Jersey incentra sul lavoro, tòpos dell’esperienza artistica di Springsteen: il lavoro che avvia il processo di crescita personale, il lavoro quale propulsore del riscatto sociale.
Come indica il titolo del libro, è Badlands, brano foriero dell’urgenza di affrancare la propria vita dal disprezzo, il leitmotiv che cuce i capitoli uno per uno. Le sue liriche rivelano un protagonista furioso e disilluso, eppure razionale e incline tanto all’autodeterminazione quanto alla denuncia sociale. Sono dinamiche che animano tutto Darkness On The Edge Of A Town, l’album dischiuso proprio dalle note di Badlands.

Il libro di Alessandro Portelli ha il grande valore di rigenerare il significato di brani “inariditi” dall’ascolto, di parole che, a furia di essere mandate a memoria, hanno ormai raggiunto la sazietà semantica. Portelli esprime un punto di vista soggettivo sull’opera di Springsteen ma scandito dall’oggettività del letterato – nonostante il palese coinvolgimento emotivo e una personale aneddotica. Springsteen e l’America: ovvero come Springsteen interpreta la “terra delle possibilità”  riflettendo sulla tanto enfatizzata mobilità del lavoro che dovrebbe promuovere il riscatto sociale ma che, più spesso, degrada in ricatto sociale. L’indagine di Portelli ripercorre quel coacervo di umiliazioni che caratterizzano le dinamiche comportamentali dei protagonisti delle canzoni di Springsteen. Fatiche, benefici, privazioni, successi, iniquità che risollevano o demoliscono la vita di un nugolo di personaggi.
Un lavoro che non ti ispira è come una condanna” scrive Portelli, sostenendo un epifonema pronunciato da Springsteen “in uno dei suoi rari interventi politici in pubblico”. Il  musicista auspica un’America in cui tutti possano ottenere “un lavoro che ti soddisfa, che dà senso e motivazione alla vita”, ma l’utopia di un’ascensione occupazionale è quasi sempre frustrata nelle sue canzoni. Forse solo in Darkness on the Edge of Town, la title track del disco pubblicato nel ’78, Portelli ravvisa gli estremi per delineare “l’unica storia di mobilità verso l’alto in tutto il canone di Springsteen” (Now I hear she's got a house up in Fairview, and a style she's trying to maintain […] Some folks are born into a good life, other folks get it anyway anyhow. I lost my money and I lost my wife) ma con l’inevitabile risvolto negativo, un contrappeso quasi sempre presente “quando si parla di gente coi soldi” invischiata in vicende dai risvolti opachi.

Anche Born In The U.S.A., il brano più popolare di Springsteen, “condensa tre temi di fondo: l’orgoglio patriottico, l’esperienza della guerra, la condizione operaia”. L’orgoglio patriottico, abbinato all’ostentazione di un’estetica da scaricatore di porto postmoderno, è quello che ha alimentato un persistente bias cognitivo mistificatorio: Springsteen nazionalista tout court. Eppure, scrive Portelli, è ben chiara la posizione del reduce dal Vietnam (l’io narrante born in the U.S.A.) “offeso in quanto americano, perché l’America ha fatto ai suoi cittadini una promessa e non l’ha mantenuta, ha fatto balenare un sogno che continua a rinviare”.

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mercoledì 7 ottobre 2015

A proposito di un sogno - Cristopher Philips e Louis P. Masur

A proposito di un sogno – Le più belle interviste a Bruce Springsteen raccoglie opinioni, esperienze e conversazioni "senza rete" che il cantautore statunitense ha concesso ai media nell’arco di quarant’anni. E’ disponibile da giugno per Mondadori Editore.

Non un libro biografico, non un libro agiografico, tantomeno un libro fermacarte. A proposito di un sogno è stato scritto a quattro mani da Cristopher Philips e Louis P. Masur ed è stato edito in italiano da Mondadori (con la traduzione di Dario Ferrari). Gli autori non sono improvvisatori in cerca di notorietà, in passato hanno già avuto modo di argomentare sulla carriera di Bruce Springsteen. Phillips è l’editore del seguitissimo website backstreets.com e di Backstreets, “la” fanzine cartacea che sin dal 1980 sopperisce alla mancanza di un fans club ufficiale del musicista del New Jersey. Masur, docente di Studi americani alla Rutgers University, è l'artefice di Runway Dream (2010) in cui si narra l’intricato processo evolutivo che ha portato all’incisione di Born To Run.
Due autorevoli redattori non di certo a corto di informazioni sul tema, insomma, e che, pur avendone titolo, non hanno la pretesa di vestire i panni dei cattedratici o aggiungere nulla di nuovo a quanto fin qui elargito da altri autori su Springsteen (una rapida scorsa all’elenco sulle pubblicazioni, anche solo in lingua italiana, sbalordisce per sovrabbondanza). Il rischio di ripetersi, e di tediare anche il più devoto discepolo del cantautore, è evidente, per questo il libro propone un racconto mediato dallo stesso Springsteen attraverso interviste rilasciate nell’arco temporale dell’intera carriera (High Hopes escluso).

Springsteen, almeno agli inizi del suo percorso artistico, ha sempre dimostrato una certa diffidenza nei confronti dei media, per questo ha concesso poche interviste. Leggerle porta ad individuare da dove è scoccata la scintilla che ha reso possibile il divampare di una passione travolgente che ha trasformato un esordio dagli esiti incerti in una rara missione in nome del rock’n’roll. Altre, come quelle rilasciate professionalmente a giornalisti europei, sono andate perdute e recuperate solo di recente. Ritrovare le parole di un venticinquenne provinciale e dai modi ruvidi – che però si presta a reclamizzare un vino –, intervistato dal dj Ed Sciaky per la stazione radio WMMR nel ’74, porta a ricordare chi era e da dove veniva il ragazzo che ha poi conquistato sostenitori in ogni angolo del Pianeta.
E’ facile individuare, rispettando la lettura cronologica prevista dalla pubblicazione, i cambiamenti avvenuti nell’uomo e nell’artista, così come appare semplice notare la maturità nell’approccio con gli intervistatori e il modo di relazionarsi, in generale, con i mezzi di comunicazione. Il primordiale intento di non lasciare strumentalizzare le proprie dichiarazioni, con il tempo muta in una situazione da cui trarre vantaggio. Ma a Springsteen, va comunque concesso il merito di non essersi mai arreso totalmente ai dettami dei mass media.

Nelle oltre cinquecento pagine si possono apprezzare riflessioni, aneddoti di prima mano, ricordi e quant’altro Springsteen abbia lasciato in giro per microfoni, a parte quelli del palco e delle sale di registrazione. Tra le tante, riluce di semplicità ed efficacia l'asserzione che Springsteen offre a Will Percy: “parte di quello che chiamiamo « intrattenimento» dovrebbe essere «cibo per la mente»” (DoubleTake Magazine, 1998). Non sarà la sintesi perfetta che inquadra il rocker americano, ma illustra il credo che ha permesso all'introverso ragazzo di periferia di scalare la vetta. E di rimanerci per oltre quarant’anni.
A proposito di un sogno è un libro utile per i fans, ma significativo soprattutto per chi vuole avvicinarsi allo “Springsteen pensiero”, alle sue liriche che assimilano romanticismo e crudezza, all’uomo e all’artista.

Leggi il primo capitolo.

mercoledì 28 gennaio 2015

Melissa Etheridge - This Is M.E.

In quasi tre decenni di carriera Melissa Etheridge* si è guadagnata i favori di un vasto pubblico e prestigiosi riconoscimenti (Grammy Award, Academy Award e addirittura una stella sulla Hollywood Walk of Fame). Successi che ne hanno certificato il meritato valore artistico e che, forse, hanno provveduto a mitigare il contraccolpo pregiudizievole di quell’opinione pubblica acerba destinataria, nel 1993, di un coming out imprevisto. Forse proprio questi due elementi – un seguito fedele e una sincerità che scuote ogni sorda potenza – hanno spinto Hetheridge a plasmare This Is M.E., un album personale che inquadra la sfera sentimentale.

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* Melissa Etheridge ha raccolto consensi di pubblico e critica in una carriera che ha spinto sull’acceleratore del cantautorato al servizio del pop/rock. Tanta sostanza, soprattutto tra i solchi dei primi dischi, e un look da dura consumata. Personalità da vendere – con tanto di pubblica ammissione di omosessualità – e ostinazione le valgono il titolo di paladina del movimento LGBT e autorevole testimonial per la lotta contro il cancro (che l’ha colpita dieci anni fa).

Ha tratti identitari che ne nutrono l’ego. La sua voce potente si fa largo tra rivali che non hanno la stessa ruvida espressività, la chitarra a tracolla e poi stivali, jeans, giacche di pelle: tutto rimanda all’iconografia resa celebre da Bruce Springsteen, non per altro, suo eroe dichiarato. E’ un pregio che diventa quasi condanna: l’etichetta non se la toglie più di dosso, ma questo non le impedisce di scalciare ancora oggi, a 54 anni, neanche fosse una debuttante in cerca di un posto al sole.
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giovedì 3 luglio 2014

Dead Man’s Town: A Tribute to Born in the U.S.A.

Born down in a dead man's town/ The first kick I took was when I hit the ground”, questa l’amara asserzione che apre Born In The U.S.A., il più venduto album di Bruce Springsteen. Un disco che ha concesso fama abbacinante e repentina al suo autore, che ha convinto tanto il pubblico quanto la critica, che ha piazzato sette singoli nella Top Ten “Billboard Hot 100” e che ancora oggi riluce di un fascino iconico, solido, difficilmente ripetibile e quasi certamente inimitabile.
Ai giorni nostri, trent’anni dopo la sua pubblicazione, alcuni cantautori americani rendono omaggio all’attualità dei versi contenuti in quelle canzoni e rileggono celebri musiche articolate tra echi di sanguigno rock’n’roll e pseudo modernismo invocato dai synth. Dead Man's Town: A Tribute to Born in the U.S.A., disponibile dal 16 settembre via Lightning Rod Records, digrada la potenza di un suono tutto E Street Band e lo riporta allo stadio embrionale generato tra solitudine creativa, essenzialità acustica e spartana partitura, in quel mood simile alle ispirate session di Nebraska che ne hanno determinato l’avvento. Per dirla con Jason Isbell, che nel tributo reinterpreta proprio la title track, “Born In The U.S.A. ha ingenerato fraintendimenti in molte persone che hanno apparentemente travisato il contenuto lirico e l’assunto del brano. Quando si ascolta la versione demo, con quell’accordo scuro in tonalità minore, si è certi che non si tratta di un inno festoso. Volevamo rimanere fedeli a questa versione”. Argomentazione confermata e rilanciata dalla violinista Amanda Shires (impegnata nella registrazione della cover con il marito Isbell) che circoscrive il significato del testo: “Mi piace come la canzone ricrea un quadro di lotta antitetico al sogno americano e come l'ironia presente nel coro contraddistingua una forza che quasi trascende il resto”.
Chi ritiene superiore la produzione acustica di Springsteen, apprezzerà la sobrietà delle interpretazioni di Jason Isbell & Amanda Shires, Nicole Atkins, Justin Townes Earle, Blitzen Trapper e Trampled By Turtles che riportano il nucleo di Born In The U.S.A. in evidenza, quasi a volerne riproporre quella “naked version” agognata dai fans ma mai concessa dal suo autore.
Per Luther Dickinson, chitarrista in pianta stabile per la North Mississippi Allstars (e con trascorsi nei The Black Crowes), “una qualunque canzone di Born In The U.S.A. potrebbe funzionare anche con la sola chitarra acustica”. Una certezza granitica che ha ispirato l'intero progetto.
Di seguito, accanto alla scaletta dei brani inclusi in “Dead Man's Town: A Tribute to Born in the USA”, sono indicati i musicisti e i gruppi coinvolti nella realizzazione del disco.

1) "Born In The U.S.A" - Jason Isbell & Amanda Shires clic qui per ascoltarla
2) "Cover Me" - Apache Relay
3) "Darlington County" - Quaker City Nighthawks
4) "Working On The Highway" - Blitzen Trapper
5) "Downbound Train" - Joe Pug
6) "I'm On Fire" - Low
7) "No Surrender" - Holly Williams
8) "Bobby Jean" - Ryan Culwell
9) "I'm Goin' Down" - Trampled By Turtles
10) "Glory Days" - Justin Townes Earle
11) "Dancing In The Dark" - Nicole Atkins
12) "My Hometown" - North Mississippi Allstars

domenica 20 gennaio 2013

The Boss?

Apologia di reato!
Lesa maestà!
Usurpazione di titolo!
Appropriazione indebita!
Continua qui.

sabato 5 gennaio 2013

Greetings from Asbury Park, N.J. compie 40 anni

Il 5 gennaio 1973 la Columbia Records pubblica Greetings from Asbury Park, N.J.  E’ il primo album di Bruce Springsteen, il primo vagito della sua arte musicale vestito di ufficialità.
Ventitré anni, autore, chitarrista, cantante che recrimina in tono folk e che modula l’esuberanza nera dell’R&B, Springsteen adotta un blend che ben presto risulta identitario. Nove tracce alternano bozzetti di docile quotidianità a squarci di struggente poesia. Le parole di Springsteen sono come le acque di un fiume: si adattano al suo corso, s’ingrossano o ristagnano, si contaminano, filtrano lentamente o corrono impetuose tra argini che a stento tengono. Una verbosità – per dirla con Lester Bangs – che contraddistingue soprattutto Blinded By The Light, carica di rime che si incalzano come gli stralunati eventi narrati. Greetings colleziona fotogrammi di comprimari erranti che trascinano la propria ombra in un groviglio suburbano fatto di macerie sentimentali e proclami di autodeterminazione. Springsteen recita nei panni del disadattato, fa un primo accenno al baratro sotto i piedi del reduce (le atrocità in Vietnam sono ancora in corso), fotografa un mondo romantico e decadente, innocente eppure ambiguo. Qui debuttano i caratteri di una poetica che brillerà poco più avanti, matura e disillusa come il suo artefice. Una creatività rudimentale, e per questo autentica, che non rimane scalfita dall’eclatante insuccesso commerciale originato da scelte azzardate (tra tutte, quella clamorosa della CBS che presenta il ragazzo alla stregua di un clone dylaniano). L’impalcatura musicale è autografa, traboccante e figlia del tempo, ma in parte regge alle mode anche grazie ai riusciti arrangiamenti di David Sancious (piano e tastiere), Clarence Clemons (sassofono), Garry Tallent (basso) e Vini "Mad Dog" Lopez (batteria). Il primo nucleo di un gruppo che ben presto s’imporrà nell’olimpo rock come The E Street Band.

domenica 21 ottobre 2012

Tra i chiaroscuri di Born To Run

La musica contemporanea ha sempre trovato un potente alleato nelle immagini. Molte hanno acquisito una fama tanto insperata quanto fuggevole, poche altre hanno strappato un posto all’immortalità. Il movimento rock, nei suoi primi vent'anni, ha promosso una mitologia iconografica assurta a modello estetico. Alla metà dei ’70, Springsteen s’imponeva quale archetipo di una sciatteria educata dai caratteri identitari, alcuni latenti, altri conclamati, riassunti per la copertina di Born To Run. Il look del giovane musicista combinava scampoli di passate stagioni e, inconsciamente, ne introduceva una alle porte. Ma, nel nitido contrasto tra il bianco e il nero, davvero tutto è stato svelato? L’interesse, tutt'oggi, ricade sul generale a scapito del particolare.
 
Famosa, famosissima, la fotografia scelta per rappresentare Born To Run, negli anni ha raggiunto un’esposizione mediatica incredibilmente vasta. Bruce Springsteen è ritratto con la sua Fender, co-protagonista dello scatto, che lì nel mezzo esige attenzione. E’ un immagine che offre qualcosa di magico perché si presenta carica di potenza, tanto da collocarsi tra i riferimenti dell’arte visiva correlata alla musica. E’ solo comunicazione, in fondo, ma porta in dote una quota di incontaminata disinvoltura, una dose di esuberante ingenuità che lascia pensare a qualcosa di diverso dalla propaganda commerciale. Chi ha il disco in vinile sa del retro apribile con tanto di Clarence “Big Man” Clemons a sorreggere lo smilzo “Bad Scooter” (eh sì, se dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, dietro un grande rocker … c’è sempre un grande sassofonista) in una posa che inneggia all’amicizia ed esalta i toni della fratellanza. Il bianco e nero scelto per lo scatto traduce al meglio il contenuto del disco, esprimendo il classicismo di una musica che confida nell’eternità. Indosso a Springsteen, passato e presente riconfermano fonti di ispirazione e credo. L’ostentazione della spilla raffigurante Elvis aggrega orfani della controcultura dei ’50; zazzera e barba incolta richiamano l’esteriorità anticonformista in auge nei ’60; chiodo indossato con disinvoltura, canotta logora (e quelle sneaker lacere visibili in una foto di copertina alternativa) sembrano anticipare involontariamente la moda punk. E’ un simbolismo che riesce a catturare l’immaginario di differenti visioni, a richiamare al senso di appartenenza al mondo rock. Un’impresa titanica compiuta con un look cencioso, ma ricercato, celebrato in versi cantati solo due anni prima, efficaci nel persuadere che è davvero difficile essere un santo in città. Tutti i provini per la copertina vengono realizzati in un'unica sessione il 20 giugno 1975. Sono opera del fotografo Eric Meola che trent’anni dopo li ha resi integralmente manifesti in Born to Run The Unseen Photos, coffee table book da cui trae origine l’ulteriore compendio intitolato Born To Run Revisited, pregiatissimo volume che seleziona stampe dal formato (alla stregua del prezzo) colossale.


Per volontà di Meola il set fotografico di Born To Run appare netto come un foglio candido su cui provare ad imbastire un racconto. Soggetti e scenario devono essere contaminati dal nero e al tempo stesso curati da un antidoto di bianco. Il fotografo decide di fissare quell’attimo in un “non luogo”, in un difetto dell’immaginazione, in un limbo accessibile solo al sogno. E’ un party a numero chiuso che rende la fotografia insolita, astratta com’è da qualsiasi contesto scenografico, calata in una realtà a se stante. Qui ad attrarre lo sguardo sono i dettagli, compresi quelli della chitarra, oggetto inanimato che più vivo non potrebbe essere. Un pezzo di legno che ha imparato a parlare e che, nel testo di Thunder Road, si ritaglia versi magari pretenziosi ma messaggeri di un finale catartico. Springsteen e la sua “dannata chitarra” (come usava apostrofarla Douglas, suo padre) delineano non tanto la puntuale sinossi quanto la perfetta idealizzazione dell’album. Difficile poterne immaginare il postulato a prima vista, ma copertina e contenuto saldano elementi che sorreggono una tesi unica. Tra proclami e dilemmi si inneggia al rock‘n’roll salvifico e rivoluzionario dei primordi. Indizi, mescolati tra particolari figurativi e dettagli compositivi, si combinano: Presley sorride sulla spilla celebrativa di un club di ammiratori newyorkesi, Roy Orbison è menzionato in prima battuta e Bo Diddley è celebrato ogni qual volta rimbalza la sequenza di “mi” e “la” in She’s the One. Ma tutte queste cose sono note, nonché meglio approfondite su centinaia di testi scritti con la massima accuratezza.
 

A sorprendere è una peculiarità di quella chitarra. Una parte ben visibile ma al riparo dietro corde che sono rifugio e al contempo motivo di evidenti graffi. Quella foto ha quasi certamente decuplicato le vendite della Fender e ha garantito l’immortalità alla prima decente chitarra solid-body della storia. Ha fatto sbavare migliaia di teen-ager e di sicuro è stata preda di numerose imitazioni, eppure non tutti si sono soffermati ad osservare il battipenna. E il riferimento non riguarda il tizio, figura solitaria rintanata in una backstreet, che s’intravede tra una corda e l’altra. Sicuramente l'enigmatica "immagine nell’immagine" invita a favoleggiare. Lo scenario notturno è rischiarato dalla luna piena e dalla luce artificiale del lampione che offre sostegno all’uomo. Lo sconosciuto calza un cappello e pare portare una mano alla visiera per assestarla sulla fronte. Potrebbe volere essere nient’altro che un semplice accomodamento eppure potrebbe celare un segnale rivolto a chi si affaccia alla finestra sullo sfondo. Potrebbe essere il cenno d’intesa lanciato a quell’Eddie che in Meeting Across the River deve procurare un passaggio. O forse, potrebbe essere solo il rituale meditativo di un ragazzo che sfumacchia l’ultima sigaretta prima di saltare in macchina con Wendy e scappare da una città che agli uomini, manco fossero animali da macello, strappa le ossa. O ancora, potrebbe essere qualcuno che porta l’armonica alla bocca per farci vibrare dentro il soffio che intona l’incipit del disco. Ad ogni modo, chiunque rappresenti il personaggio stilizzato, ammesso che rappresenti qualcuno, è inciso o stampato su un materiale insolito per il suo utilizzo. Il battipenna ha l’infelice compito di parare i fendenti, di raccogliere il fine corsa del plettro scagliato sulle corde. Vero è che già nel ’75 ben poco c’era da preservare di una povera chitarra che si offriva al mondo in tutta la sua sfregiata bellezza, ma a sapere che il pezzo nero avvitato sotto le sei corde non è in plastica, tantomeno in bachelite, sorprende. Non un prodotto del petrolio, quindi, e nemmeno una resina.
 
George Orwell asseriva che “ci vuole uno sforzo costante per vedere cosa c’è sotto il proprio naso”. Nulla di più vero. Cuoio. Il battipenna è in cuoio. Quella Fender è agghindata con della pelle nera. Una scelta che conferisce personalità ad una chitarra che, con tutte quelle storie sulle sue parti assemblate, favorisce il riscatto dell’ibridazione sull’ordinarietà di strumenti rimasti inviolati. Ma di ordinario in una chitarra che si rispetti, non vi è mai traccia. C’è sempre una minuzia che la rende unica, una tipicità che la distingue dalle altre, non tanto in quanto a spasmodica ricerca del suono distintivo (qui rientrano variabili diverse quali l’approccio stilistico allo strumento, l’amplificazione, l’effettistica e altro ancora) quanto a tratto estetico. Chi deve il proprio successo a quell’accumulo di legname e metallo, tende sempre ad assegnargli un valore che supera di gran lunga quello che occhi profani leggono come una strana suppellettile. Jimi Hendrix usava adornare personalmente la propria “Strato”, Joe Strummer ha iniziato a mettere qualche adesivo sulla propria “Tele” fino a rivestirla integralmente, Tom Morello – altro musicista che si affida ad un ibrido – espone simboli e scrive messaggi radicali sulla sua chitarra customizzata, senza dimenticare Prince che ne ha fatta produrre una identica all’ideogramma col quale ama identificarsi (Love Symbol). Alla stessa stregua, la chitarra di Springsteen è conformata alla personalità del musicista. Vestita da un battipenna nero, quella Fender è strumento antropomorfo che nasconde ossa, muscoli e cuore, proprio come Bruce sotto una giacca dello stesso materiale e colore. In rete sono disponibili ingrandimenti che svelano, nei dettagli, incisioni e colori che col tempo, probabilmente, sono stati spazzati via dal sudore. Una fine che deve essere toccata anche alla pelle conciata del precedente “pickguard”, quello rosso con un ovale giallo oro al centro. Ma di questo accessorio è difficile ritrovare foto a colori che ne illustrino chiaramente i tratti.

Le informazioni circa la provenienza del battipenna con le miniature sono incerte, ma risulta nota la destinazione ultima. Non è dato sapere, infatti, se è stato acquistato o commissionato dal ragazzo del New Jersey. Di sicuro si sa che è finito nelle mani di tale Ed Kosinski, collezionista (di memorabilia rock, in generale, e di Springsteen in particolare), collaboratore per la Rock and Roll Hall of Fame di Cleveland ed esperto chiamato a verificare l’autenticità degli autografi delle rockstar.
Alla foto di Born To Run, dunque, va anche riconosciuto il merito di mostrare un accessorio della chitarra di Bruce mai riproposto altrove (la copertina del primo Gratest Hits riprende una stampa pubblicitaria del ‘75). Tuttavia, ci sono delle eccezioni al passato che non ritorna. Una copia del battipenna, “riveduta e corretta”, potrebbe spuntare da un momento all’altro su un duplicato della Tele-Esquire di Springsteen. Pochi mesi fa Dave Petillo (figlio di Phil, il leggendario liutaio di Bruce scomparso nel 2010) ha ammesso di aver riprodotto quel caratteristico battipenna, anche se con qualche aggiustamento e, soprattutto, senza l’utilizzo del cuoio. Il cast dei soggetti raffigurati nel ’75 è stato personalizzato e ampliato. La ragazza ora ha i capelli rossi di Patti Scialfa e dalla finestra del pianterreno (all’epoca vuota) spunta l’inconfondibile sagoma di Clarence intento a suonare il sax. Fino ad oggi, però, questa riedizione è rimasta chiusa nel cassetto.

Degno di nota è anche un altro particolare, assente dalla copertina di Born To Run, ma allacciato (è proprio il caso di dirlo) al concept promozionale dell’album. Quella delle scarpe è metafora ampiamente utilizzata per celebrare il concetto di chi è “Nato per correre”. Difficile azzardare la congettura che individua in questa campagna pubblicitaria una nuova consuetudine, poi imitata un po’ dappertutto e in serie. Innegabilmente il book fotografico di Meola impone un assioma arrivato fino ai giorni nostri: due Converse lo-top penzolanti significano “Born To Run”, dicono Bruce. Backstreets “la più grande comunità mondiale di fan di Springsteen”, ad esempio, rappresenta nel proprio logo quelle sneaker. Sneaker diverse l’una dall’altra. Una stramba usanza che il ragazzo adottava non solo sul set fotografico ma anche on stage. In più di una foto si può notare la differenza tra quella che sembra la classica All Star modello Chuck Taylor (anche se le tre strisce oblique ricordano il marchio Adidas) e quella che rassomiglia ad una Converse Jack Purcell. Chissà, magari atteggiamenti insoliti come questo, insieme ad altri, possono aver indotto il precipitoso Jay Mernicky – dirigente della CBS all’epoca di Born To Run – a dichiarare che “Springsteen è un vero bluff”, “un drogato” beneficiario di una reclame ipertrofica e immotivata. Ma anche se anomali, quelli erano modi di fare propri di un venticinquenne un po’ guascone, nonché di un musicista esposto all’obiettivo. La storia ha poi emesso la sua sentenza, convalidata da una carriera che di anni è arrivata a contarne 40 e che, proprio con le musiche di Born To Run ha preso il largo. Ma quell’album ha trovato un potente alleato in una pellicola in bianco e nero. Non si potranno mai slegare qualità espressa dalle otto tracce e valore aggiunto di una copertina che ha avuto il pregio di eternare la magia di un momento. Irripetibile. E davvero non importa se non è un capolavoro dell’arte fotografica. Si potrebbe affermare, parafrasando Springsteen stesso, che non è una cover bellissima ma, hey, per i fans va benissimo così.

  
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Riferimenti: Born To Run, Bruce Springsteen, Clarence Clemons e la Tele-Esquire -  Il Fender Forum -  La spilla del fans club di Elvis Presley (FeelNumb.com) -  Articolo sul battipenna recentemente ricreato da Dave Petillo (New Jersey 101.5 Radio) -  Il chiodo (tratto dal sito philly.com) -  GuitarGuruMagazine -  Il sito di Barry Ollman -
Il logo di Backstreets.com
Le foto in bianco e nero sono di Eric Meola.

lunedì 5 marzo 2012

Born in the USA? No, "Scorned in the USA"!

Ecco la copertina del settimanale economico Business Week.
Il numero uscito il 27 febbraio scorso propone Mitt Romney, possibile candidato repubblicano alla presidenza USA, in versione Sleeveface.

Quando si tratta di presidenziali statunitensi, in un modo o nell'altro, salta fuori il nome del body builder del New Jersey o il suo all-time best seller: Born In The USA.  

Fortunatamente l'accostamento tra il partito conservatore e il musicista è un mero gioco grafico (anche se la didascalia in basso a destra, sul giornale, non promette nulla di buono).

domenica 13 novembre 2011

Bridge School, musica e filantropia nei concerti voluti da Neil Young

Unplugged ben prima che nascesse la fortunata serie di MTV, il Bridge Benefit di Neil Young ha organizzato show acustici di rara intensità sin dal 1986. The Bridge School Concerts esce a venticinque anni esatti dalla sua prima rappresentazione e cerca di compendiare in un doppio CD (ma esiste anche una versione video di ben 3 DVD), le migliori performance della rassegna benefica ideata e realizzata dal musicista canadese.


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R.E.M. w/Neil Young - Country Feedback (oct. 18, 1998)

giovedì 27 ottobre 2011

Qualche anno fa

La costruzione di una Rockstar
"Un ragazzo del New Jersey, con la sua barbetta da ventenne, che canta canzoncine senza avere la presenza scenica di Elton John, in più è privo della dolcezza di James Taylor e non saprà mai scrivere testi più ficcanti di quelli di Bob Dylan".

Maureen Orth, Janet Huck e Peter S. Greenberg per la cover story di Newsweek del 27 ottobre 1975.





La nuova sensazione del rock
"La sua musica è primitiva, possiede un umore selvaggio, ha uno sguardo malinconico, affronta le tragedie della strada e possiede un'anarchia punk: tutti ingredienti che hanno reso il rock la voce di una generazione [...] E poi i testi hanno una loro poesia notturna".

Jay Cocks per la cover story di Time del 27 ottobre 1975.
 
Thunder Road (18 ott. 1975 - The Roxy, Los Angeles, CA)

mercoledì 19 ottobre 2011

Brucetellers, libro su Springsteen

Brucetellers
Un libro pieno di emozioni e solidarietà nel segno di Bruce Springsteen


Racconti, foto e disegni di 90 autori tra giornalisti, musicisti e semplici fan dell’artista americano. Il ricavato andrà in beneficenza per i bambini dell’ospedale pediatrico Meyer. Tra le adesioni quelle di Vini Lopez, Massimo Bubola, Cristina Donà, Graziano Romani e Marino Severini.

Leggi il comunicato stampa integrale.






Come/ dove acquistare il libro

Serata di presentazione

Web Site ufficiale

domenica 19 giugno 2011

Do I have to say his name?

L’ictus ha avuto conseguenze irreparabili e il sessantanovenne Clarence Clemons è uscito di scena, questa volta, per sempre. Definirlo un semplice sassofonista o il co-protagonista con Bruce Springsteen della E Street Band, o il Big Man che il pubblico adorava è semplicemente riduttivo.Clarence Clemons ha assunto un ruolo prestigioso nello stesso momento in cui Springsteen l’ha fatto ritrarre con se, nel 1975, sulla copertina di Born To Run. Quell’immagine era il poster di un film sceneggiato con i versi di Tenth Avenue Freeze-Out e replicato sui palchi di mezzo mondo. Era l’investitura ad un ruolo determinante e ricco di significato, l’inizio di una viaggio, durato quarant’anni, che ha visto i due conquistare il pubblico rock di tre generazioni. Clarence era il più anziano del gruppo, l’unico colored e il solo in grado di richiamare all’ordine un giovane Springsteen incantato da donzelle sotto il palco.



Ma non era uno stinco di santo, Clarence. In “Big Man. Storie vere & racconti incredibili”, sua recente biografia, emergono particolari legati all’uso e abuso di stupefacenti, alla sua estrema sensibilità al fascino femminile e, per contro, alla sua incrollabile fede orientale e ai suoi innumerevoli atti di coraggio nell’attraversare numerosi travagli fisici. Sofferenze che negli ultimi anni avevano costretto un gigante come lui (per giunta ex giocatore di football) a muoversi con estrema difficoltà e a rimanere, per gran parte degli show, seduto nel buio della scena.
Dopo lo scioglimento della E Street Band, sul finire di quegli anni ’80 che avevano visto i ragazzi di Bruce conquistare fama e classifiche, Clemons si accasa nella All Starr Band di Ringo Starr. Ma resterà deluso, incapace di decifrare il desiderio del suo amico e la volontà di recidere l’antico legame. Refrattario nel perdonare al suo leader lo scioglimento, intraprenderà un curioso atto di rinuncia: il pegno sarà quello di non tagliare mai più i capelli per lasciarli raccolti in nodi che solo la ritrovata amicizia potrà slegare. La riunione definitiva avverrà solo dieci anni dopo e sarà sfavillante quasi come ai tempi dell’innocenza. Si rinsalderanno i legami, si ritroveranno i consensi, la folla negli stadi e gli abiti particolarmente eccentrici e sgargianti (in questo campo sembrava in eterna competizione con Little Steven).

Il suo “stare sul palco” e le sue performance musicali erano capaci di garantire uno spettacolo nello spettacolo. I siparietti con Bruce, il silenzio che richiamavano le sue note - su Jungleland come su altre decine di capolavori - ora sono storia. La storia di un uomo, per sua stessa ammissione fortunato, e di un musicista amato dal suo pubblico. Oggi il suo sito ufficiale (www.clarenceclemons.com/) è inaccessibile per gli innumerevoli tentativi di connessione: ancora una volta Clarence ci ha radunati al suo cospetto.
La roboante introduzione di Bruce a Clarence, da oggi, lascerà un piacere malinconico. And last but not least, do I have to say his name? Do I have to speak his name? In this corner, King of the World, Master of the Universe, weighing in at 260 pounds ... the Big Man, Clarence Clemons!

 
(foto di Danny Clinch)

venerdì 27 maggio 2011

Nebraska

Gli anni ’80 statunitensi si schiudono su posizioni politiche arroccate, conservatrici, che tendono a demolire i rimasugli del welfare state e a riprendere la corsa agli armamenti. Il paese è governato da una classe dirigente che istiga ad agguantare effimeri successi personali, a compiacersi del proprio giardino curato e del frigo pieno, della macchina nuova e del dossier titoli gonfio. Il nuovo corso è imperniato sull’egocentrismo che accresce il divario tra ricchi e poveri e dilania l’equità sociale nel segno del populismo, instillato dai media, e celebrato da un leader che dissimula le difficoltà dietro una scialba faccia da guitto hollywoodiano. Nei primi tempi gli storyteller tacciono e una ragguardevole parte del mondo musicale riesce a dare il peggio di sé, disertando e lasciando il campo a fenomeni da baraccone ad uso e consumo delle masse stordite da MTV.

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(Foto di Frank Stefanko)

venerdì 8 aprile 2011

Jerseyboy Hero

Chris Vaughn, musicista del New Jersey, vuole promuovere i propri componimenti al cospetto di due illustri conterranei: Bruce Springsteen e Jon Bon Jovi. Per farlo, deve scovarli. Da qui l’idea di tenere una sorta di diario filmato che illustra le tappe di una personalissima caccia al tesoro lungo le strade del Garden State. La pellicola, intitolata Jerseyboy Hero, è stata prodotta con pochi mezzi sulla scorta del DIY (l’acronimo inglese fa sempre figo) e difficilmente verrà proiettata fuori i ristretti lembi del Jersey. Il documentario, più che altro, sembra uno spot ben congegnato per reclamizzare l’anonima attività musicale dello stesso film-maker. Cameo di Springsteen travestito da Steve Van Zandt (si veda foto qui a sinistra).

Official Trailer

mercoledì 5 gennaio 2011

Lost dogs

Lost dogs, cani dispersi. Un modo di dire che indica incisioni rare, b-side e canzoni rimaste fuori dalle pubblicazioni ufficiali. Brani persi proprio come quelli raccolti in un doppio dei Pearl Jam di qualche anno fa.
Qui non ci sono cani da accalappiare e nemmeno brani da rastrellare. I miei lost dogs sono solo tre dischi. Album sfuggiti all’acquisto compulsivo, al dnld corsaro o al prestito di un chierico Dick piuttosto che un Barry psichedelico (chissà quanti la capiranno questa). Titoli che sono arrivati tardi per l’assenza del giusto passaparola, perché usciti nel debosciato periodo estivo o perché eclissati da assillanti scadenze di fine anno.
Non solo per valutazioni oggettive, ma anche per affetto e gusto personale, ecco tre lost dogs nel 2010 recuperati “solo” oggi.


Michele Giuliani & Reunion Platz
Roots
(marzo 2010)

Splendidi ritmi, sontuose melodie e audaci interazioni tra jazz e musica etnica. Roots è un lavoro istintivo e appassionato. Un disco per resettare la mente e ripulire i timpani da tutte le porcate che ci propinano in questi periodi. E’ il modo “per riconquistare la piena padronanza del nostro mondo”.
Michele Giuliani, il suo piano e la Reunion Platz ricreano una “musica radicale”. Il jazz riportato alle radici, nella terra che l’ha originato, con i suoi strumenti e con i suoi colori.
Da non perdere.

MySpace ufficiale qui


Brad
Best Friends?
(agosto 2010)

Il rock morbido della chitarra di Stone Gossard e il soul pianistico e vocale del corpulento Shawn Smith: così germoglia la personale visione di un sound senza tempo che ipnotizza senza lasciare scampo. I Brad licenziano il loro quarto album in 17 anni! Al di là dei numerosi e preminenti impegni (su tutti quello di Stone con i Pearl Jam), dai risultati ottenuti appare evidente che il gruppo pubblica solo dischi genuini ed ispirati.
Best Friends? contende a Shame (debutto del 1993) lo scettro di miglior lavoro della band.
Semplicemente irrinunciabile.

Web site ufficiale qui


Artisti Vari (Billy Joel/ Bruce Springsteen & The E Street Band/ Crosby, Stills & Nash/ Simon & Garfunkel/ Jeff Beck/ Jerry Lee Lewis/ Lou Reed/ Metallica/ Mick Jagger/ Stevie Wonder/ Sting/ U2 …)
The 25th Anniversary Rock & Roll Hall Of Fame Concerts (novembre 2010)

Per i 25 anni della Rock’n’Roll Hall of Fame, una schiera di rockstar si raduna per festeggiare un genere che ha resistito a tutte le mode, rinnovandosi e contaminandosi, pur restando fedele alla propria ragion d’essere: la rivoluzionaria corsa controcorrente, la cronaca della strada, i sogni e le sconfitte musicati nel 4/4 in battere che spacca i timpani e smuove le viscere.
I due concerti, tenuti nella splendida cornice del MSG di New York, sono stati registrati il 29 e 30 ottobre 2009. La versione da 4 CD include 54 performance di attempati musicisti che hanno tramandato il verbo rock nel corso di questi ultimi quattro decenni. Vecchietti, sì, ma che a tratti danno la polvere alle nuove leve. Certo, il concerto in se – sorta di autocelebrazione – è una contraddizione in termini, un compromesso con l’establishment musicale. Ma il binomio “arte/affari” a certi livelli pare inscindibile. Mainstream rock da comprare (per l’appunto). Disponibile anche in DVD.

Pre-ascolto qui

mercoledì 3 novembre 2010

“Darkness on the Edge of Town” rabbia, promesse e rock’n'roll

Born To Run è pietra miliare del rock.
Darkness On The Edge Of Town no. Per fortuna.
Non è album per tutti.
Essenziale ma esauriente, dolente eppure incoraggiante.
Springsteen confina il suo alterego nelle tenebre e, come se non bastasse, ai confini della città “"dove nessuno fa domande o ti guarda troppo a lungo in faccia"”. Un postaccio (fisico e spirituale) dove tutto ciò che puoi fare è piegarti al peso degli eventi oppure sfuggire a quanto preordinato. A caro prezzo.
Nessuna zona grigia dove consumare una tregua.

Come lampi nell'oscurità sette musicisti saccheggiano il meglio dai propri strumenti. La E Street Band è sublime, cattiva, oltraggiosamente rock and roll. Tutto Darkness On The Edge Of Town è declinazione rock del verbo essere e Springsteen si dimostra quintessenza di tale linguaggio. Bruce non è artefice di uno stile nuovo e non ha il fascino dell’artista dannato, ma è puro rock: è la voce rock, è il performer rock, è l’autore che cuce i lembi tra sobrio folk e ruvido rock. E’ Dylan con la voce ferma e decisa, è Elvis fuori dal suo costume, è Guthrie con la Telecaster. E’ uno col fiato in gola che incarna lo spirito del rock’n’roll.
E il rock lenisce. O forse salva?


Darkness su LSDmagazine


mercoledì 4 agosto 2010

Sfogliabile, ma con il mouse

Continuo a preferire l'odore della carta, il flessuoso volgere delle pagine colorate e il compulsivo leggere tra le righe subito dopo l'acquisto.
Però questo aggeggio è davvero attraente.
Davvero una gran bella scoperta per tutti i fans di Bruce Springsteen!

venerdì 25 giugno 2010

Hyde Park Calling

London Calling: Live In Hyde Park, resoconto filmato dell’ultimo tour mondiale di Bruce Springsteen, sarà in vendita dal 29 giugno. Il DVD, disponibile anche nel formato Blu-Ray, cattura il concerto inglese tenuto dalla E Street Band il 28 giugno dell’anno scorso.


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