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sabato 10 dicembre 2016

Bruce Springsteen – Born to Run, l'autobiografia

Qualcuno ha detto che “l'uomo ha una vasta gamma di comportamenti e di possibilità che vanno dagli abissi della dissennatezza sino alle vette eccelse di una divina felicità”. Pochi sono gli uomini che hanno potuto esplorare questa varietà emozionale da un estremo all'altro. Pochissimi coloro che hanno avuto la fortuna di poterla raccontare. Uno di questi è Bruce Springsteen, talentuoso e fortunato cantautore americano che per i suoi 67 anni ha pubblicato l'autobiografia Born to Run.

Bruce Springsteen ha recentemente messo su carta la storia di uno dei suoi personaggi più riusciti, uno di quelli che popolano i suoi testi, un tipo che sembra davvero autentico. E di fatto lo è, perché Bruce racconta sé stesso senza la mediazione di uno di quei caratteristi delineati a scopo narrativo per le sue canzoni. Springsteen provvede a traslare il titolo del suo epico album del '75, Born to Run, per dedicarlo alla sua autobiografia e per concedersi la facoltà di sentenziare sul suo passato e sul periodo che lo ha visto formarsi, crescere e prosperare nell'America che tutti i suoi fans hanno imparato a conoscere attraverso un percorso artistico quarantennale.

Il libro, edito da Mondadori e tradotto da Michele Piumini, ripercorre l'esistenza del cantautore del New Jersey in maniera cronologica e con dettagli personali mai pienamente svelati prima. I capitoli introduttivi scorrono all'insegna di una narrazione capace di mappare l'albero genealogico della famiglia Springsteen con una precisione che denota grande interesse per le proprie radici.
Tra queste la dottrina cattolica è parte essenziale e fa da sfondo alla formazione di chi si affaccia al mondo ma malvolentieri accetta le briglie di dogmi e formalismi liturgici. Un rifiuto stemperato dal tempo fino ad un totale annullamento, anzi, fino ad un cambio di prospettiva in età avanzata, ovvero ai giorni nostri, che lascia il passo ad un ritorno religioso prorompente, in una sorta di panteismo sui generis. Il nucleo domestico, dunque, offre suggestioni indelebili i cui frammenti sono sparpagliati nell'intero songbook springsteeniano.
Il parentado è relativamente grande e i singoli componenti educano secondo ruoli indistinti, esacerbando originarie influenze italo-irlandesi, con una faziosa predominanza della tradizione italiana. Un ambito che risulta saturo di conflitti irrisolti e sentimenti negati; un perimetro entro il quale prospera un insolito (per i tempi) groviglio anarcoide che instilla, nel giovane Springsteen, un imprinting umorale alimentato da prostrazione e sbandamento, accanto ai più noti aspetti di tenacia ed esuberanza. Ed è questo un risvolto che Bruce preferisce rimarcare: la sua ordinarietà da contrapporre, una volta su tutte, alla sua eroica immagine pubblica. Una dichiarazione dalla sincerità disarmante (“una storia che avevo bisogno di raccontare”) palesata presumibilmente per esorcizzare un alter ego ancestrale e autodistruttivo.  

Born to Run accoglie pensieri così intimi che a tratti infondono, nel lettore, l'idea di raccogliere una confessione imbarazzante, proprio mentre l'autore usa espedienti per andare e tornare dal precipizio. Ed è questo l'aspetto del privato che più desta attenzione e, dopo un primo momento di sorpresa, stima. Il divario tra la solidità che il cantautore ha sempre rappresentato sotto i riflettori, la facilità di “tenere il palco”, la voce spavalda e dai toni potenti – peraltro accompagnata ad una fisicità solida e implacabile – contrasta con una routine saturata da fragilità, incertezze, psicoterapie e continui viaggi solitari improvvisati per mitigare demoni invincibili. Contrapposizioni mai messe in piena luce prima e che qui hanno il compito di fissare la distanza tra la figura dell'entertainer di successo e la fallibilità dell'uomo che affronta il quotidiano. Springsteen, insomma, ridimensiona sé stesso e straccia (proprio come quei volantini dai toni enfatici nell'Hammersmith Odeon) quelle convinzioni sublimate dai suoi ammiratori sulla scorta di trionfi e riconoscimenti. Sin dalla prima metà del libro emerge, inattesa, l'ammissione di una depressione incipiente: un ponte dai tavolacci sconnessi che pencola sul baratro.

Per quanto attiene il percorso artistico (e commerciale, s'intende) Bruce Springsteen è ovviamente consapevole di aver colto una rara nonché consolidata affermazione nel mainstream rock e ne parla con toni trionfalistici, pur soffermandosi a meditare su quanto ardua sia risultata la scalata alla vetta degli dèi (“Non sapevo con sicurezza che cosa volevo, ma quando lo trovavo ne riconoscevo l'odore”). Sono numerosi gli aneddoti che ripercorrono le frustrazioni, i passi falsi e le sconfitte: cadute ammortizzate – tutto sommato – grazie all'ausilio di una dote naturale e di una caparbietà straordinaria (“Il mio talento, il mio ego e i miei desideri erano incontenibili”).
Traspare disincanto misto a romanticismo nella ricostruzione dei primi album; si manifesta con tutta la sua importanza la produzione de The Ghost Of Tom Joad, spartiacque di metà carriera; mentre è ben più agrodolce l'osservazione sul recente Wrecking Ball caricato da aspettative sovrastimate, ben presto affossate dal mancato gradimento di pubblico e critica.

(Photo Credit: Art Maillet)

Tra le pagine di Born to Run affiora il pensiero dell'uomo che analizza la genesi di una nuova famiglia, il valore dell'amicizia, l'incongruenza della vita, l'ingiustizia sia personale che sociale, ma che è ben lungi dal rinnegare i piaceri di una vita faraonica pur debitoria di un'estrazione proletaria. Nelle oltre cinquecento pagine che compongono questa storia personale c'è soprattutto l'artista che descrive la sua ispirazione e la sua passione per la musica, l'arte che tutto gli ha concesso in cambio del sacrificio di affetti e relazioni. A tal proposito non mancano motivi per scandagliare un primo naufragio matrimoniale, con la modella e attrice Julianne Phillips, e la successiva autentica ricostruzione della fede in una nuova avventura sentimentale con Patti Scialfa, àncora tra le mura domestiche e primo – nonché unico – elemento femminile in pianta stabile nella E Street Band.

Già, la sua sgangherata cricca con strumenti al seguito! Esemplari risultano le pagine incentrate sulle dinamiche di quel fenomeno musicale che risponde al nome di E Street Band, “il” gruppo di Springsteen che in ambito rock ha calamitato popolarità e guadagni principeschi, pur tra diverse scollature e passate tensioni. Particolare non da poco riguarda il legame con il chitarrista Steve Van Zandt, certamente autentico, ma meno solido di quanto pubblicizzato in più di un'occasione. Toccante la sezione dedicata agli scomparsi Danny Federici (organista) e al partner scenico Clarence Clemons (sassofonista). Ogni elemento della band viene posto in piena luce e, finalmente, si rende formale apprezzamento a Nils Lofgren, chitarrista generoso e dotato di mirabile maestria, da sempre relegato a subalterno d'eccellenza.
E dopo il flashback dai contorni opachi sulla separazione con i sodali della E Street, trova spazio l'emozionata rievocazione di un reboot della band ammantato, dopo dieci anni di lontananza, da una coltre di perplessità presto polverizzata dall'assordante attacco di Prove It All Night. Un feeling ritrovato durante una prova lì dove tutto è possibile, su di un palco, spiraglio tra il mondo reale e il mondo vagheggiato, che propizia anche una The Promised Land “leggera come una piuma e profonda come il mare”. Due pezzi capaci di rinsaldare il legame come se non ci fosse mai stata alcuna scissione, due perle tratte da Darkness on the Edge of Town lo stesso disco inclusivo di brani che, parole del musicista, “se ancora oggi formano il nucleo dei nostri concerti forse è perché rappresentano la quintessenza del rock che volevo fare”.

(Photo Credit: Danny Clinch)
 
Come ogni autobiografia che si rispetti, si notano anche deficit di “sceneggiatura” e scarsità di dettagli lì dove gli hard core fans, per contro, avrebbero preferito apprendere rivelazioni.
Ad esempio non c'è una sola parola a carico dello spiacevole episodio del “No Nukes” quando – il 22 settembre 1979 al Madison Square Garden – durante il concerto tenuto per auspicare un futuro senza energia nucleare, Springsteen schernisce la fotografa Lynn Goldsmith, sua ex compagna.
Irrisolta resta anche la motivazione alla base della decisione di dispensare tutta la E Street Band, sul finire degli anni '80, escluso il tastierista Roy Bittan.
Solo abbozzato, in un passaggio così impersonale che può definirsi cronachistico, un evento che invece avrebbe potuto cambiare le recenti sorti dello Springsteen performer. Viene riportata la notizia, mai trapelata prima, di un'operazione che lo costringe a rimanere muto per più di due mesi. Una piccola grande sciagura per un cantante, archiviata in poche battute quasi ad esorcizzarne la portata (“scoprii che i dischi cervicali del collo schiacciavano i nervi responsabili dei movimenti, dalla spalla in giù. […]L’intervento si svolge così: ti fanno l’anestesia totale, ti aprono la gola, ti spostano le corde vocali di lato, si mettono al lavoro con chiave inglese, cacciavite e titanio, ti staccano un pezzo d’osso dall’anca e ti costruiscono dei dischi nuovi”).

Sovrabbondante, ma basilare per comprendere il corso degli eventi, è, invece, il profilo particolareggiato di Douglas Springsteen. Padre dalla personalità condizionata dai disturbi mentali e dall'abuso di alcol, Douglas sembra impossibilitato ad intrecciare una genuina relazione genitoriale capace di spazzare quella irrisolta condizione di incomunicabilità che lo attanaglia. E' una figura oscura e ingombrante, la sua, che lascia in eredità al figlio un'ombra fredda e abissale. Ed ecco il fulcro del libro: è tutto in questo dualismo che tanta importanza riveste nella poetica di Bruce. Nella parte terminale dell'intera narrazione è recata una delle note più commosse e illuminanti dell'intero libro: “Quel mattino in cui papà venne a trovarmi a Los Angeles poco prima che diventassi padre a mia volta rimane un momento cardine del nostro rapporto. Era venuto per supplicarmi umilmente, per tracciare un bilancio nuovo a partire dagli elementi oscuri e confusi che componevano le nostre vite. […] Mio padre voleva che scrivessi un finale diverso per la nostra storia. È da allora che ci provo, ma storie come questa non hanno fine. La racconta il tuo sangue, per poi trasfonderla nel sangue di coloro che ami, una sorta di eredità”.

(Photo Credit: Frank Stefanko)

Lo Springsteen autore dell'opera letteraria, meno efficace del suo omologo autore di liriche, non è riuscito a compendiare il proprio vissuto alla stregua di una sua proverbiale canzone. Del resto, come avrebbe potuto? Forse val la pena accreditare la tesi che vuole questo scritto punto fermo di un percorso fin qui particolarmente riuscito; il desiderio di imprimere i ricordi per buttarseli alle spalle e ricominciare, se non a correre, a “camminare nel sole” proprio come recita l'epilogo di Born to Run (il singolo).
Per ammissione dello stesso Springsteen – “Non vi ho detto «tutto» di me” –, Born to Run è un'autobiografia parziale e, alla fine della lettura, restano sospese incognite che riguardano la vita pubblica e privata dell'autore. Com'è essere Bruce Springsteen? Fantastico? Un'inimmaginabile babele? Un po' dell'uno e un po' dell'altro? Cosa altro sarebbe successo senza lo splitting tra il Boss e la E Street Band all'apice del successo? Springsteen stesso cerca di risolvere il dilemma tra le pagine di questo memoir, ma forse è proprio l'unico incapace di esporre ipotesi e congetture.
Ci sono molteplici anime che sono riuscite a strappargli un passaggio su quella Chevrolet Corvette del '60 dai cerchioni Cragar sfoggiata come un trofeo in copertina. Sono molteplici le personalità racchiuse nello stesso uomo, nello stesso artista obbligato a “decidere chi far scendere dalla macchina” prima di riprendere il viaggio con una stridente sgommata.
Per questo, a tutti coloro che approcceranno al testo, sarà bene ricordare che Bruce Springsteen è uno storyteller e che come tale si è addentrato in questo esercizio introspettivo. Per dirlo alla sua maniera, “c'è qualcosa di strano nel raccontarsi per iscritto. A conti fatti, non è che una storia, una storia che ho composto a partire dagli episodi della mia vita”.

lunedì 16 novembre 2015

Alessandro Portelli - Badlands. Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni

Il mondo del lavoro permea una grande parte del songbook di Bruce Springsteen. L’occupazione (o la sua mancanza) determina una serie di conseguenze che influenzano fortemente la condizione umana dei personaggi al centro della sua opera.
E’ questo l’humus che alimenta le redici di Badlands. Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni. Il libro di Alessandro Portelli, pubblicato da Donzelli Editore, rende vivido l’aspetto proletario delle canzoni di Springsteen, lo inquadra in un contesto letterario, storico e lo interconnette all’attualità e alla discografia di altri cantori del lavoro. 
  

Badlands. Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni di Alessandro Portelli – docente di Letteratura angloamericana all’Università “La Sapienza” di Roma – indaga la produzione narrativa che il cantautore del New Jersey incentra sul lavoro, tòpos dell’esperienza artistica di Springsteen: il lavoro che avvia il processo di crescita personale, il lavoro quale propulsore del riscatto sociale.
Come indica il titolo del libro, è Badlands, brano foriero dell’urgenza di affrancare la propria vita dal disprezzo, il leitmotiv che cuce i capitoli uno per uno. Le sue liriche rivelano un protagonista furioso e disilluso, eppure razionale e incline tanto all’autodeterminazione quanto alla denuncia sociale. Sono dinamiche che animano tutto Darkness On The Edge Of A Town, l’album dischiuso proprio dalle note di Badlands.

Il libro di Alessandro Portelli ha il grande valore di rigenerare il significato di brani “inariditi” dall’ascolto, di parole che, a furia di essere mandate a memoria, hanno ormai raggiunto la sazietà semantica. Portelli esprime un punto di vista soggettivo sull’opera di Springsteen ma scandito dall’oggettività del letterato – nonostante il palese coinvolgimento emotivo e una personale aneddotica. Springsteen e l’America: ovvero come Springsteen interpreta la “terra delle possibilità”  riflettendo sulla tanto enfatizzata mobilità del lavoro che dovrebbe promuovere il riscatto sociale ma che, più spesso, degrada in ricatto sociale. L’indagine di Portelli ripercorre quel coacervo di umiliazioni che caratterizzano le dinamiche comportamentali dei protagonisti delle canzoni di Springsteen. Fatiche, benefici, privazioni, successi, iniquità che risollevano o demoliscono la vita di un nugolo di personaggi.
Un lavoro che non ti ispira è come una condanna” scrive Portelli, sostenendo un epifonema pronunciato da Springsteen “in uno dei suoi rari interventi politici in pubblico”. Il  musicista auspica un’America in cui tutti possano ottenere “un lavoro che ti soddisfa, che dà senso e motivazione alla vita”, ma l’utopia di un’ascensione occupazionale è quasi sempre frustrata nelle sue canzoni. Forse solo in Darkness on the Edge of Town, la title track del disco pubblicato nel ’78, Portelli ravvisa gli estremi per delineare “l’unica storia di mobilità verso l’alto in tutto il canone di Springsteen” (Now I hear she's got a house up in Fairview, and a style she's trying to maintain […] Some folks are born into a good life, other folks get it anyway anyhow. I lost my money and I lost my wife) ma con l’inevitabile risvolto negativo, un contrappeso quasi sempre presente “quando si parla di gente coi soldi” invischiata in vicende dai risvolti opachi.

Anche Born In The U.S.A., il brano più popolare di Springsteen, “condensa tre temi di fondo: l’orgoglio patriottico, l’esperienza della guerra, la condizione operaia”. L’orgoglio patriottico, abbinato all’ostentazione di un’estetica da scaricatore di porto postmoderno, è quello che ha alimentato un persistente bias cognitivo mistificatorio: Springsteen nazionalista tout court. Eppure, scrive Portelli, è ben chiara la posizione del reduce dal Vietnam (l’io narrante born in the U.S.A.) “offeso in quanto americano, perché l’America ha fatto ai suoi cittadini una promessa e non l’ha mantenuta, ha fatto balenare un sogno che continua a rinviare”.

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mercoledì 7 ottobre 2015

A proposito di un sogno - Cristopher Philips e Louis P. Masur

A proposito di un sogno – Le più belle interviste a Bruce Springsteen raccoglie opinioni, esperienze e conversazioni "senza rete" che il cantautore statunitense ha concesso ai media nell’arco di quarant’anni. E’ disponibile da giugno per Mondadori Editore.

Non un libro biografico, non un libro agiografico, tantomeno un libro fermacarte. A proposito di un sogno è stato scritto a quattro mani da Cristopher Philips e Louis P. Masur ed è stato edito in italiano da Mondadori (con la traduzione di Dario Ferrari). Gli autori non sono improvvisatori in cerca di notorietà, in passato hanno già avuto modo di argomentare sulla carriera di Bruce Springsteen. Phillips è l’editore del seguitissimo website backstreets.com e di Backstreets, “la” fanzine cartacea che sin dal 1980 sopperisce alla mancanza di un fans club ufficiale del musicista del New Jersey. Masur, docente di Studi americani alla Rutgers University, è l'artefice di Runway Dream (2010) in cui si narra l’intricato processo evolutivo che ha portato all’incisione di Born To Run.
Due autorevoli redattori non di certo a corto di informazioni sul tema, insomma, e che, pur avendone titolo, non hanno la pretesa di vestire i panni dei cattedratici o aggiungere nulla di nuovo a quanto fin qui elargito da altri autori su Springsteen (una rapida scorsa all’elenco sulle pubblicazioni, anche solo in lingua italiana, sbalordisce per sovrabbondanza). Il rischio di ripetersi, e di tediare anche il più devoto discepolo del cantautore, è evidente, per questo il libro propone un racconto mediato dallo stesso Springsteen attraverso interviste rilasciate nell’arco temporale dell’intera carriera (High Hopes escluso).

Springsteen, almeno agli inizi del suo percorso artistico, ha sempre dimostrato una certa diffidenza nei confronti dei media, per questo ha concesso poche interviste. Leggerle porta ad individuare da dove è scoccata la scintilla che ha reso possibile il divampare di una passione travolgente che ha trasformato un esordio dagli esiti incerti in una rara missione in nome del rock’n’roll. Altre, come quelle rilasciate professionalmente a giornalisti europei, sono andate perdute e recuperate solo di recente. Ritrovare le parole di un venticinquenne provinciale e dai modi ruvidi – che però si presta a reclamizzare un vino –, intervistato dal dj Ed Sciaky per la stazione radio WMMR nel ’74, porta a ricordare chi era e da dove veniva il ragazzo che ha poi conquistato sostenitori in ogni angolo del Pianeta.
E’ facile individuare, rispettando la lettura cronologica prevista dalla pubblicazione, i cambiamenti avvenuti nell’uomo e nell’artista, così come appare semplice notare la maturità nell’approccio con gli intervistatori e il modo di relazionarsi, in generale, con i mezzi di comunicazione. Il primordiale intento di non lasciare strumentalizzare le proprie dichiarazioni, con il tempo muta in una situazione da cui trarre vantaggio. Ma a Springsteen, va comunque concesso il merito di non essersi mai arreso totalmente ai dettami dei mass media.

Nelle oltre cinquecento pagine si possono apprezzare riflessioni, aneddoti di prima mano, ricordi e quant’altro Springsteen abbia lasciato in giro per microfoni, a parte quelli del palco e delle sale di registrazione. Tra le tante, riluce di semplicità ed efficacia l'asserzione che Springsteen offre a Will Percy: “parte di quello che chiamiamo « intrattenimento» dovrebbe essere «cibo per la mente»” (DoubleTake Magazine, 1998). Non sarà la sintesi perfetta che inquadra il rocker americano, ma illustra il credo che ha permesso all'introverso ragazzo di periferia di scalare la vetta. E di rimanerci per oltre quarant’anni.
A proposito di un sogno è un libro utile per i fans, ma significativo soprattutto per chi vuole avvicinarsi allo “Springsteen pensiero”, alle sue liriche che assimilano romanticismo e crudezza, all’uomo e all’artista.

Leggi il primo capitolo.

sabato 11 febbraio 2012

Claudio Todesco - Grunge, il rock dalle strade di Seattle

Seattle sta nel nord-ovest degli Stati Uniti, stretta tra Canada e Oceano Pacifico, schiacciata tra i toni di grigio dell’asfalto e del cielo. Qui sul finire degli anni ’80 è nato il grunge, un nuovo modo di intendere la musica, di interpretarla, di viverla. Un genere alternativo maturato nell’utero di una città dal forte carattere identitario preservato dalla lontananza con gli itinerari del turismo di massa.
Claudio Todesco esplora la città “frontiera della frontiera” e svela le cause che hanno dato origine al peculiare fenomeno musicale di questo angolo d’America. Il prezioso reportage è racchiuso nelle 256 pagine di Grunge, il rock dalle strade di Seattle, edito da TSUNAMI.

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venerdì 23 dicembre 2011

Grunge. Il rock dalle strade di Seattle

E' da poco uscito "Grunge. Il rock dalle strade di Seattle".
Il libro è firmato da Claudio Todesco, colonna portante del mensile Jam - Viaggio nella Musica e autore di "Long Road - La storia", la prima monografia sui Pearl Jam edita in Italia (1997) nonché la migliore.
La straordinaria epopea del rock di Seattle ha originato una serie infinita di domande che ancora oggi fluttuano in cerca di un solido appiglio. “Cos’è stato veramente il grunge? Perché è nato a Seattle e non altrove? E come ha dialogato con la città?”. Todesco cerca risposte sul campo, lì nella fredda terra che ha visto esplodere “l’ultima rivoluzione musicale del Novecento”.
Il testo, 256 pagine fasciate dalla copertina che ritrae i Mudhoney in uno storico scatto d'archivio, ha un titolo che richiama la cultura urbana (le strade) e il genere musicale (il rock) che, in quel reticolo di strisce d’asfalto, ha cercato qualcosa in più di una semplice via di fuga.

Il libro si può acquistare direttamente dal sito della Tsunami Edizioni (che ne ha reso disponibile una parte in free download).

mercoledì 20 ottobre 2010

“Il figlio del figlio”, il libro di Marco Balzano alle radici di un esodo

Nei romanzi on the road, di solito, si raccontano le storie che narrano il viaggio di andata. Le fughe sono sempre avvincenti, nascondono possibilità dietro ogni evento e gridano vendetta ai luoghi abbandonati.
Il figlio del figlio, di Marco Balzano, narra al contrario le vicende legate ad un ritorno. Un itinerario a ritroso, da Milano a Barletta, da un nord squassato dai sussulti dell’economia a un sud che con i sussulti ci convive da sempre.
Tre uomini, lo stesso sangue nelle vene, il viaggio e ricordi sollevati come nuvoli di polvere ad ogni passo mosso in casa.

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venerdì 13 agosto 2010

La musica assorbe l'attenzione

Militante politico della sinistra rivoluzionaria, operaio, muratore, conducente di convogli umanitari, scalatore, musicista, scrittore e chissà cos’altro.
Erri De Luca ha vissuto scorci di ordinaria esistenza e li ha tradotti in straordinaria prosa; ed ha alleggerito il peso di un'ardua ricerca durata l’arco della sua giovinezza.
Apprendo di poter fare due chiacchiere con lui, faccia a faccia, anche se “il Maestro”, mi dicono, “è molto particolare … parla poco”.
Mi chiedo se la fama dell’autore abbia vinto la semplicità dell’uomo e se, per davvero, dovrò chiamarlo con quell'appellativo ridondante.
Nella hall dell’albergo, mi accoglie con un largo sorriso e una calorosa stretta di mano. Affabile e ben saldo nelle sue convinzioni conferma la sua genuinità anche come uomo.
Prima di cominciare gli domando se preferisce essere chiamato “Maestro” e lui mi chiede in napoletano: “Maestr ‘e che?”. E’ informale e al tempo stesso riservato. Di tanto in tanto l’innata simpatia partenopea si palesa per scacciare l’umore da clausura che lo abita.

- Gli chiedo di come è messo il Paese.

L’Italia non è più un paese decisivo nello scacchiere internazionale mentre negli anni del dopoguerra, proprio per le faccende della Guerra Fredda, il Mondo era diviso in due Blocchi. L’Italia confinava con uno di questi due Blocchi (quello Sovietico, ndr) e aveva il più forte Partito Comunista d’occidente, la più forte sinistra rivoluzionaria d’occidente; era un nervo scoperto di quell’alleanza occidentale (NATO, ndr) era un punto decisivo dell’urto tra questi due Blocchi. Oggi l’Italia è stata completamente assorbita dentro il ventre economico dell’occidente e non ha più alcuna influenza. L’Italia, dal punto di vista internazionale, si può permettere di essere nessuno, e dal punto di vista economico è protetta sotto questo ombrello dell’Euro e quindi distribuisce le sue sorti insieme a quelle degli altri paesi dell’area. Sarebbe stato molto più difficile se fosse rimasta isolata da quest’area monetaria e si fosse tenuta la povera Lira. Adesso, l’Italia, è solo un’espressione economica dell’occidente.

Un po’ come diceva Joyce della sua Irlanda: condannata ad essere “la caricatura eterna del mondo serio”.
Be’ l’Irlanda era una provincia inglese ed è rimasta a lungo sottomessa a quell’isola maggiore. Noi no, insomma, siamo parte di una società monetaria.
Siamo azionisti di minoranza ma di una società monetaria.


- Gli chiedo di musica (ovviamente).

Se il “Peso della farfalla” fosse una sua canzone, la suonerebbe in minore o maggiore?
Minore (è fulmineo nel rispondere, ndr)!

E con quali strumenti la vestirebbe?
Be’ io conosco solo la chitarra. Non saprei … uno strumento a corde, comunque.

Altri strumenti?
No, non c’ho mai pensato. La vestirei con un solo strumento, con l’essenziale.

A dire il vero avevo anche pensato di portarle la mia chitarra acustica.
Be’ (sorride, ndr) ma io non mi trovo con quel coso a suonare (mima la pennata , ndr) …

Il plettro!
Eh! Mi risulta più facile suonare la chitarra classica con le dita.

E “Tre cavalli” potrebbe essere una suite?
Mah (sorride) non c’ho sentito nessuna musica. Ma quando scrivo, in genere, non posso stare a sentire musica. Potrei stare anche nel chiasso ma non immerso nella musica perché la musica pretende una certa attenzione. Non è un sottofondo per me, assorbe l’attenzione.

- Gli chiedo del suo passato, e delle sue storie finite in libri di grande successo.

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lunedì 9 agosto 2010

Incontro con un Cronista giramondo

La lettera maiuscola di Cronista non è casuale.
Minà ha fatto la storia del giornalismo italiano, con serietà e passione. La Rai, in cambio, gli ha dato il benservito.
Sincero come al solito ha risposto con estrema chiarezza a qualche domanda.

Il 5 maggio scorso, Claudio Scajola si è dimesso dal suo incarico lasciando a Berlusconi il mandato di Ministro dello Sviluppo Economico, ruolo che contempla le mansioni del Ministero della Comunicazione. In un Paese in cui il conflitto d'interessi permane irrisolto, quanto è grave un fatto del genere? E perché l'opposizione continua a latitare su questi temi?

Be’ ci sono anche altri gravi problemi! C'è un senatore della Repubblica due volte condannato per collaborazione con la Mafia; c'è il Presidente del Consiglio che ha almeno tre/quattro processi irrisolti ... cioè il limite ormai dell'abnorme nel nostro Paese non si ferma solo a quanto lei dice. C'è qualcosa di più clamoroso. Ci vorrebbe un’opposizione. Un’opposizione che avesse gli attributi maschili per farsi valere, invece che un’opposizione attenta solo ai tatticismi. Non è più tempo di aspettare … non c’è più tempo.


Nichi Vendola, finalmente un politico del sud, è l'alternativa tanto agognata? Sarebbe in grado di fare dura opposizione a questo Governo e a certa politica?

Sicuramente sì, ma la presunta sinistra gli ha già "sparato addosso"!
Abbiamo una sinistra che deve andare a casa, perché ha sempre perso e ci ha lasciato in questa situazione. Deve farsi da parte e lasciare il campo a chi ha ancora speranza!


L'intervista continua su LSDmagazine