venerdì 22 aprile 2016

RNDM - Ghost Riding

Il 2016 segna il ritorno musicale dei RNDM, il trio in passamontagna arancio. Joseph Arthur, Jeff Ament e Richard Stuverud buttano nella mischia Ghost Riding che dal precedente Acts eredita brani mid-tempo, cori orecchiabili e progressioni ariose arricchite da pattern elettronici ed espressioni melodiche lineari.
La registrazione delle tracce vede il solito Brett Eliason coinvolto nel processo d’incisione portato a termine, in parte, anche presso lo Studio Litho di Stone Gossard. Oltre Jeff Ament, quindi, altri elementi riconducono nel perimetro dei Pearl Jam, ma il contatto non è mai sostanziale, anzi rifugge da qualsiasi vincolo con il sound della band di Seattle.
Il mood del nuovo progetto risente della rilassatezza dei RNDM, ovvero Random, che collocano gli undici brani in un alternative rock morbido dalle guise polimorfe. Il risultato è spontaneo, confortevole e si manifesta sin dal primo ascolto. Stray rispolvera e revisiona, attualizzandolo, il credo hippie, mentre Confortable, che a sprazzi ricorda Bowie, non rinuncia a lambire stilemi tracciati da illustri predecessori. Qui la condiscendenza è con tutta probabilità incidentale, al contrario di quanto avviene con il deliberato ritorno (dopo Walking in N.Y.) tra i grattacieli della Big Apple per NYC Freaks.
La volontà di non allontanarsi mai da una comfort zone rassicurante è palese e il disco resta spesso ancorato a certo alternative dei ’90. Sebbene retrospettivo, accademico per alcuni versi, Ghost Riding riesce a destare interesse grazie alle peculiarità da fuoriclasse sciorinate dai componenti della band.
Resta solo un quesito irrisolto: quale sarebbe stato il risultato finale se i tre avessero lasciato affiorare il loro antico ardore? Un briciolo di audacia avrebbe conferito maggiore spessore alle composizioni, ma talento e fiuto per le buone vibrazioni rendono il secondo album dei RNDM – questa volta pubblicato per l’illustre Dine Alone Records – un disco piacevole. Non incendiario, non cruciale, ma in grado di regalare un tappeto sonoro che pencola tre buone trovate e accoglienti rimandi.

lunedì 16 novembre 2015

Alessandro Portelli - Badlands. Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni

Il mondo del lavoro permea una grande parte del songbook di Bruce Springsteen. L’occupazione (o la sua mancanza) determina una serie di conseguenze che influenzano fortemente la condizione umana dei personaggi al centro della sua opera.
E’ questo l’humus che alimenta le redici di Badlands. Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni. Il libro di Alessandro Portelli, pubblicato da Donzelli Editore, rende vivido l’aspetto proletario delle canzoni di Springsteen, lo inquadra in un contesto letterario, storico e lo interconnette all’attualità e alla discografia di altri cantori del lavoro. 
  

Badlands. Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni di Alessandro Portelli – docente di Letteratura angloamericana all’Università “La Sapienza” di Roma – indaga la produzione narrativa che il cantautore del New Jersey incentra sul lavoro, tòpos dell’esperienza artistica di Springsteen: il lavoro che avvia il processo di crescita personale, il lavoro quale propulsore del riscatto sociale.
Come indica il titolo del libro, è Badlands, brano foriero dell’urgenza di affrancare la propria vita dal disprezzo, il leitmotiv che cuce i capitoli uno per uno. Le sue liriche rivelano un protagonista furioso e disilluso, eppure razionale e incline tanto all’autodeterminazione quanto alla denuncia sociale. Sono dinamiche che animano tutto Darkness On The Edge Of A Town, l’album dischiuso proprio dalle note di Badlands.

Il libro di Alessandro Portelli ha il grande valore di rigenerare il significato di brani “inariditi” dall’ascolto, di parole che, a furia di essere mandate a memoria, hanno ormai raggiunto la sazietà semantica. Portelli esprime un punto di vista soggettivo sull’opera di Springsteen ma scandito dall’oggettività del letterato – nonostante il palese coinvolgimento emotivo e una personale aneddotica. Springsteen e l’America: ovvero come Springsteen interpreta la “terra delle possibilità”  riflettendo sulla tanto enfatizzata mobilità del lavoro che dovrebbe promuovere il riscatto sociale ma che, più spesso, degrada in ricatto sociale. L’indagine di Portelli ripercorre quel coacervo di umiliazioni che caratterizzano le dinamiche comportamentali dei protagonisti delle canzoni di Springsteen. Fatiche, benefici, privazioni, successi, iniquità che risollevano o demoliscono la vita di un nugolo di personaggi.
Un lavoro che non ti ispira è come una condanna” scrive Portelli, sostenendo un epifonema pronunciato da Springsteen “in uno dei suoi rari interventi politici in pubblico”. Il  musicista auspica un’America in cui tutti possano ottenere “un lavoro che ti soddisfa, che dà senso e motivazione alla vita”, ma l’utopia di un’ascensione occupazionale è quasi sempre frustrata nelle sue canzoni. Forse solo in Darkness on the Edge of Town, la title track del disco pubblicato nel ’78, Portelli ravvisa gli estremi per delineare “l’unica storia di mobilità verso l’alto in tutto il canone di Springsteen” (Now I hear she's got a house up in Fairview, and a style she's trying to maintain […] Some folks are born into a good life, other folks get it anyway anyhow. I lost my money and I lost my wife) ma con l’inevitabile risvolto negativo, un contrappeso quasi sempre presente “quando si parla di gente coi soldi” invischiata in vicende dai risvolti opachi.

Anche Born In The U.S.A., il brano più popolare di Springsteen, “condensa tre temi di fondo: l’orgoglio patriottico, l’esperienza della guerra, la condizione operaia”. L’orgoglio patriottico, abbinato all’ostentazione di un’estetica da scaricatore di porto postmoderno, è quello che ha alimentato un persistente bias cognitivo mistificatorio: Springsteen nazionalista tout court. Eppure, scrive Portelli, è ben chiara la posizione del reduce dal Vietnam (l’io narrante born in the U.S.A.) “offeso in quanto americano, perché l’America ha fatto ai suoi cittadini una promessa e non l’ha mantenuta, ha fatto balenare un sogno che continua a rinviare”.

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mercoledì 4 novembre 2015

Medimex 2015

Si è svolta a Bari, dal 29 al 31 ottobre, la quinta edizione del Medimex. Il salone dell’innovazione musicale ha incrementato il suo seguito e ha portato in Puglia artisti desiderosi di farsi strada e musicisti già nel “giro che conta”. Fiore all’occhiello della manifestazione l’installazione «Light Paintings» (aperta fino al 14 novembre presso il Teatro Margherita) di Brian Eno.

Per ospitare il Medimex la Fiera del Levante si è trasformata per la quinta volta in una cittadella della musica, crocevia di artisti indie e mainstream, capace di attirare un numero vastissimo di spettatori, operatori del settore e artisti. Il bilancio finale computa 50.000 presenze e conferma l’utilità dell’investimento sulla cultura musicale.

Gli invitati a condividersi la scena erano tanti: l’impresa vera era seguirli tutti. In cima alla lista delle priorità c’era il panel con Brian Eno, artefice di una trattazione tanto sincera (“ho promesso a me stesso che non avrei mai avuto un lavoro") quanto autoironica (“dirò cose che non importano ad alcuno”) che ha solo lambito i trascorsi di musicista e produttore per dettagliare il suo percorso di visual artist e cercare di spiegare genesi e finalità di Light Paintings, una serie di opere da lui concepite e “dipinte con la luce”.

Appuntamenti interessanti anche quelli con Lo Stato Sociale, gruppo di ragazzi che hanno le idee ben chiare e che vantano una coerenza che sembra fuoriuscire d’altri tempi; con i Deproducers che hanno presentato la loro idea di “musica per conferenze spaziali”; con il sempre lucido Erri De Luca che annovera un recente sodalizio artistico con Nicky Nicolai e Stefano Di Battista.
Tra i più celebrati Ludovico Einaudi – impressionante il seguito del compositore tra i giovanissimi – Carmen Consoli che racconta come “è tutto in costruzione” dopo aver data alla luce un figlio e David Lang – premio Pulizer per la musica e compositore USA dell’anno nel 2013 – autore della colonna sonora del film Youth (Paolo Sorrentino).
Seguitissimo anche l’incontro d’autore con Vinicio Capossela, autore del libro Il paese dei copoloni da cui è stato tratto l’omonimo lungometraggio presentato in anteprima in versione non definitiva.

Nutrita anche la sezione live, con una predominanza femminile. Hindi Zara ha ottenuto consensi per una performance molto intensa, Natalie Imbruglia ha fatto leva sulla nostalgia dei fans e Carmen Consoli ha raccolto il maggior numero di spettatori.
Gli organizzatori del Medimex confermano una formula ormai rodata, e decisamente vincente, scevra di novità formali. Fiduciosi, aspettiamo di sapere se ci sarà un seguito nel 2016.













domenica 18 ottobre 2015

Joss Stone - Water For Your Soul

Svincolata dai legacci delle major, Joss Stone continua la propria ricerca musicale in piena autarchia. Water For Your Soul fotografa un ulteriore stadio di maturazione professionale che travalica generi e tendenze. Su tutto è la solita duttile voce a persuadere.

Una gestione travagliata, debitoria di viaggi ed esperienze, ma libera di spaziare senza argini. Da un percorso che scioglie nodi, personali e professionali, nasce l'intuizione per il disco. In autonomia da schemi e restrizioni di genere, Joss Stone ha pubblicato Water For Your Soul, album riconducibile al reggae eppure inclusivo di una ricchezza espressiva che travalica le catalogazioni. La Stone convalida il proprio talento con una voce versatile, densa di soul, ma capace di farsi protagonista o di rimettersi al servizio della struttura dei brani. Tra questi, una buona quota degli accenti musicali è in levare e avanza a ritmo di reggae, ma la grana blues sottende ed emerge, a tratti, abbacinante.

Damien Marley, figlio d’arte, collabora al progetto, come pure Dennis Bovell: la loro influenza è tangibile e invita, idealmente, la cerea inglese a lasciare i freddi lidi della terra natia per rigenerare spirito e canto su spiagge battute da sole e ritmi caraibici. Ma anche di world music è intriso Water For Your Soul che la Stone reputa una ricerca sulla presa di coscienza, del risveglio della consapevolezza pur nella realizzazione individuale. Una sorta di new age moderata, riveduta e corretta, che punta sull'elemento naturale di purezza per antonomasia: l'acqua – simulacro che supplisce la musica o qualsiasi altra cosa – capace di dissetare il proprio ego. E’ questo il concetto portante su cui sono strutturati i quattordici brani inclusi nel disco, introdotti dal coinvolgente Love Me scritto con Damien Marley all’epoca della comune militanza nei SuperHeavy.
Pubblicato per l’etichetta da lei fondata, la Stone'd Records, il mood eterogeneo del sound è sicuramente influenzato dalla composizione delle tracce in epoche diverse e qui riunite per dare sostanza all’idea di libertà, purezza e sazietà che l’arte può donare. L’intento dichiarato sembra raggiunto: l’album riluce in un mix di gratificazione personale, di gioiosa condivisione con fans di vecchia data e sostenitori novizi.

Water For Your Soul si lascia ascoltare – nonostante tanta opulenza includa momenti non essenziali – e rientra tra le produzioni più riuscite dell’anno (oltre alla Stone ci hanno messo mano Steve Greenwell e Jonathan Shorten).
Stuck on You e The Answer, ottimi singoli scelti per promuovere l’uscita discografica, si muovono tra territori che offrono impeccabili occasioni per lasciar librare un cantato dai risvolti solari e dai guizzi raffinati.
Water For Your Soul sembra nato per appagare l’io di una Joss Stone in continua evoluzione.

martedì 13 ottobre 2015

Warren Haynes - Ashes & Dust

Warren Haynes mette a nudo il suo lato meditativo e tralascia la sei corde elettrica. È la chitarra acustica la principale risorsa di un disco che desta meraviglia per immediatezza, nonostante la profondità di un sound composito e a tratti maestoso. 

Ci voleva una lacerazione nella routine per lasciare sanguinare il flusso emozionale più denso e profondo di Warren Haynes. Una pausa dai Gov’t Mule ha ricreato le condizioni per ispirare brani autografi nuovi e manifestarne altri sopiti nell’oscurità da decenni.
Il chitarrista americano ha lasciato emergere un aspetto di sé per gran parte inedito, svelato grazie ad Ashes & Dust, un tripudio di country, bluegrass e soul: musica che affonda le radici nel solco dell’Americana, insomma.

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lunedì 12 ottobre 2015

Joe Bonamassa - Live at Radio City Music Hall

È disponibile dal 2 ottobre il Live at Radio City Music Hall di Joe Bonamassa.
Su uno degli stage più importanti e suggestivi d’America, il guitar man si produce in un concerto dai due volti: acustico e intimo nella prima parte, elettrico e a tratti esaltante nella seconda.

Apprezzato nell’ambiente blues, il trentottenne Joe Bonamassa ha sempre avuto un seguito di nicchia molto affezionato. Nell’arco di tre lustri ha inciso, senza contare i side-project, una dozzina di dischi autografi.
Enfant prodige, Bonamassa ha bruciato le tappe di una carriera che l’ha portato ad iscrivere il proprio nome nel gotha dei chitarristi blues più stimati.

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