lunedì 13 ottobre 2014
Michael Stipe - Two times intro. In viaggio con Patti Smith
Vent'anni dopo, il già leader dei REM accompagna la sua dea in tour per un secondo debutto sulle scene. E la fotografa per un diario personale che tempo dopo verrà pubblicato con il titolo Two Times Intro.
Da poco edito da Quarup Editrice, il libro è un documento da avere.
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giovedì 4 luglio 2013
Patti Smith - I tessitori di Sogni
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(grazie a Frida e Iris)
venerdì 20 luglio 2012
Patti Smith and Her Band a Molfetta: Believe or explode
(Tratto dal libro Just Kids, di Patti Smith - Feltrinelli)
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sabato 27 agosto 2011
mercoledì 8 luglio 2009
4th Of July, Alberobello (Patti)
Alberobello, 4 luglio 2009 - Piazza Indipendenza
Con il suo gentile incedere l’immancabile Lenny Kaye, longilineo e ormai quasi canuto, compare al fianco della musicista e poetessa americana. Lei, sorridente nei suoi blue jeans infilati in stivali texani e con la chitarra a tracolla, esordisce con un timido ma preciso “Buonasera”.
Con serenità mista a rassegnazione, una nenia dolce e malinconica, apre il concerto. Si tratta di un nuovo componimento offerto alla memoria dello scomparso Michael Jackson. Un pre-set onirico, quasi astratto dal contesto passionale nel quale si svilupperà lo spettacolo.
Patti Smith mito ribelle degli anni ’70, è al centro di un palco spoglio che contempla solo un fondale nero con la riproposizione del logo del festival ospitante ed essenziali fasci di luce ad illuminare la scena. La sua figura, tutt’altro che curata, catalizza lo sguardo della muraglia umana che le si para di fronte e che è stipata in ogni anfratto dell’anfiteatro. Dopo Radio Baghdad, eseguita solo dalla Smith e da Kaye, Jesse Smith fresca dei suoi 22 anni (presentata semplicemente come “my daughter”) fa il suo ingresso sul palco.
Parte l’accompagnamento al piano per Grateful, poi l’aria s’impregna delle dolenti atmosfere di Birdland: i tasti suonano una melodia solenne, la chitarra insegue note altissime e la voce rincorre l’interminabile testo e all’ennesimo “where we are not human, we’re not human”, Patti lascia partire un primo spurgo di saliva. My Blakean Year mostra una Smith capace di tenere sempre alta l’attenzione del pubblico (abilità rara quando lo show è acustico), ma per non rischiare troppo, Redondo Beach vira verso l’allegro motivo affidato all’organo di Jesse e alla chitarra aggiunta di Mike Campbell, suo compagno di vita, che si aggrega al trio. Testo lugubre per un ritmo reggae che si addice al battimani ritmato del pubblico.
Nell’ipnotica Ghost Dance c’è gloria anche per Lenny, che canta qualche verso smussando il ritornello con la sua vocalità dolce, perfetto contraltare ai toni spigolosi della sacerdotessa “maudit”. Lei spesso canta in trance, spesso cerca il non limite del cielo aperto, spesso accompagna i versi con gesti sinuosi, sbraita e scalcia come un mulo, sembra una debuttante eppure calca i palcoscenici che contano da oltre trent’anni (era il 1975 quando ancora giovane appariva su Horses nel bianco e nero a cura dell’amico fraterno Mapplethorpe). Calcoli anagrafici a parte, l’inesorabile luminosità del palco rende evidente un dato di fatto: Patti Smith è vecchia. E la sua vecchiaia viene ostentata senza indugi. Quello che futilmente pare un limite nell’odierno showbiz, è al contrario, il suo punto di forza. È un’artista, non una diva. La sua immagine è di una brutale essenzialità e riflette senza alcun gioco di prestigio l’immagine di una donna di 62 anni. La mostra come dovrebbe essere, senza temere l’evidente ricrescita di capelli perennemente in disordine, senza trucco su occhi contornati da rughe, senza artifici posati sul o nel viso ormai vinto dal tempo e assalito dalla peluria, e senza timore d’inforcare occhiali (tondi e fuori moda) per correggere la vista. Al contrario di molte sue colleghe – e ahimè molti colleghi – è perentorio il divieto di utilizzo di espedienti volti ad ingannare. Ecco, dunque, l’antidiva per eccellenza mostrare il suo naturale declino fisico in tutta sincerità. Uno stile che, con le dovute differenze, richiama quello dell’attrice Anna Magnani, capace di rimproverare una truccatrice che prima di un ciak intendeva coprire quelle che a lei sembravano rughe, ma che in realtà erano racconti di vita. Così pure per la Smith: ogni piega una sofferenza, ogni solco del viso scavato da lacrime amare per la perdita di marito, parenti e compagni di viaggio.


