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venerdì 22 aprile 2016

RNDM - Ghost Riding

Il 2016 segna il ritorno musicale dei RNDM, il trio in passamontagna arancio. Joseph Arthur, Jeff Ament e Richard Stuverud buttano nella mischia Ghost Riding che dal precedente Acts eredita brani mid-tempo, cori orecchiabili e progressioni ariose arricchite da pattern elettronici ed espressioni melodiche lineari.
La registrazione delle tracce vede il solito Brett Eliason coinvolto nel processo d’incisione portato a termine, in parte, anche presso lo Studio Litho di Stone Gossard. Oltre Jeff Ament, quindi, altri elementi riconducono nel perimetro dei Pearl Jam, ma il contatto non è mai sostanziale, anzi rifugge da qualsiasi vincolo con il sound della band di Seattle.
Il mood del nuovo progetto risente della rilassatezza dei RNDM, ovvero Random, che collocano gli undici brani in un alternative rock morbido dalle guise polimorfe. Il risultato è spontaneo, confortevole e si manifesta sin dal primo ascolto. Stray rispolvera e revisiona, attualizzandolo, il credo hippie, mentre Confortable, che a sprazzi ricorda Bowie, non rinuncia a lambire stilemi tracciati da illustri predecessori. Qui la condiscendenza è con tutta probabilità incidentale, al contrario di quanto avviene con il deliberato ritorno (dopo Walking in N.Y.) tra i grattacieli della Big Apple per NYC Freaks.
La volontà di non allontanarsi mai da una comfort zone rassicurante è palese e il disco resta spesso ancorato a certo alternative dei ’90. Sebbene retrospettivo, accademico per alcuni versi, Ghost Riding riesce a destare interesse grazie alle peculiarità da fuoriclasse sciorinate dai componenti della band.
Resta solo un quesito irrisolto: quale sarebbe stato il risultato finale se i tre avessero lasciato affiorare il loro antico ardore? Un briciolo di audacia avrebbe conferito maggiore spessore alle composizioni, ma talento e fiuto per le buone vibrazioni rendono il secondo album dei RNDM – questa volta pubblicato per l’illustre Dine Alone Records – un disco piacevole. Non incendiario, non cruciale, ma in grado di regalare un tappeto sonoro che pencola tre buone trovate e accoglienti rimandi.

venerdì 28 giugno 2013

Pearl Jam - Vitalogy Tour Movie 1995

Ai fans che hanno seguito i Pearl Jam sin dagli esordi farà piacere sapere che, sul web site del regista Duncan Sharp, è stato – finalmente – caricato il Vitalogy Tour Movie 1995.
La selezione di questi 40 minuti, da ritenersi ufficiali, suscita emozioni a stento traducibili.
Per capirne la portata è doveroso vederlo. E magari rivederlo.
Un post relativo a questo agognato video si trova qui.

Enjoy!

sabato 29 dicembre 2012

RNDM - Acts

Una manciata di lettere designano nome del gruppo e titolo del disco: RNDM, Acts. Un parsimonioso formalismo estetico che contrasta con il florido risultato di una proposta dalle diverse anime. I RNDM nascono per volere di Jeff Ament, stacanovista del rock e membro fondatore dei Pearl Jam. Joseph Arthur e Richard Stuverud completano un gruppo che esalta le sfaccettature del rock made in Usa, professando credo punk e dottrina funk. Dietro la consolle, a garantire un suono rocciosamente liquido, Brett Eliason (figura di spicco nel suo campo).

Continua su News mag.



martedì 2 ottobre 2012

Quel film pirata sui Pearl Jam

All'alba dei '90, quando Seattle è solo un "sonnolento villaggio di pescatori", Duncan Sharp si specializza in fotografia musicale. Nel periodo in cui deflagra la locale scena rock, si trova nel posto giusto al momento giusto e ritrae band che negli anni risulteranno autorevoli riferimenti planetari. Come i Pearl Jam, da lui seguiti a vista d’occhio in Asia e Oceania per le tappe del Vitalogy Tour. Sharp vola con il gruppo in Oriente e pone la sua discreta presenza al servizio della band. Li filma e li fotografa ovunque, ricavando materiale per una pellicola di quasi tre ore. Un lungometraggio sicuramente eccessivo per durata – tanto da annoiare con momenti decisamente trascurabili – ma che ha il pregio di fissare i Pearl Jam in un momento metamorfico, con dinamiche interne modificate, con il lutto di Cobain da elaborare, il senso di frustrazione per l'affaire Ticketmaster da reggere e un nuovo batterista - l'ennesimo - da gestire. Una transizione che forse regala le ultime fiammate giovanili del gruppo e che li spinge a mettere a ferro e fuoco il palco, a cazzeggiare, a gironzolare nascosti sotto improbabili parrucche, ad improvvisare un farsesco siparietto in spiaggia e a prendersi pubblicamente (e letteralmente) a torte in faccia con la complicità di Flea.
Riprese naïf e proprio per questo riuscitissime, capaci di rendere al meglio barlumi di positività che i ragazzi ritrovano lontano da casa. Il girato non trova alcuna ufficialità ma non resta a lungo inutilizzato. Ben presto videobootleg su nastro circolano tra i fans, anche se a fatica, mentre nell’era interneutica risulta semplice il ripescaggio tra le onde del web, dove spesso si incrociano rotte di pirati generosi.
Anche il giornalista/regista Cameron Crowe per il suo PJ20 ha recuperato frammenti del film di Sharp (la lotta impari tra Eddie e il mostro scippato ad un horror di fantascienza giapponese viene da lì) ma si è limitato ad usare pochi fotogrammi. Proprio il recente repackaging dell’home video PJ20 (nuovo involucro, ma vecchio contenuto) poteva regalarci tra i bonus la versione ripulita del “Pacific Leg” di Vitalogy, invece neanche questa occasione si è rivelata propizia. Chi vorrà acchiapparlo sarà costretto ad uscire in barca.
 

Duncan Sharp è raggiungibile presso il suo web site.

martedì 20 settembre 2011

PJ20

Debutta stasera il film Pearl Jam Twenty, di Cameron Crowe.
Al cinema, qualche posto libero ancora si trova ...
Nel video qui sotto le sessioni per il Monkeywrench Radio di Seattle nel 1998.



(Tratto dal web site Grantland)

venerdì 9 luglio 2010

La notte Serenissima

“Il mio italiano fa schifo!” si schermisce Eddie Vedder. Ma l'eccitazione suscitata nel pubblico, con poche frasi pronunciate in lingua locale, fa pensare ad una troppo severa autovalutazione. Forse è merito del nostro miglior corroborante rosso rubino, due le bottiglie di vino vuotate tra un brano e l'altro, se il lessico italiano è diventato un po' più accessibile al cantante dei Pearl Jam.

L’ultima data dell'Heineken Jammin' Festival, a Venezia, coincide con l’unica tappa italiana del Backspacer Tour. Più che un concerto, quello del 6 luglio, è un rito purificatore che cancella l'ombra della frustrante edizione, colma di polemiche, del 2007: all’epoca un tornado aveva devastato il palco, impedito l'esibizione della band americana e, per di più, aveva provocato il ferimento, anche grave, di alcuni spettatori. Situato in un luogo decentrato della penisola (non proprio comodo da raggiungere), tendente a perturbazioni meteorologiche in piena estate, questa volta il contestato, sventurato e caotico Heineken Jammin' Festival non miete vittime tra i circa 45.000 “jammers”. Più minacciose dei cumuli cinerei, le imprecazioni dei fans devono aver dirottato le nuvole altrove.

Partito sin dal primo pomeriggio, il tourbillon di gruppi incassa un poco edificante successo. Il sole ancora alto, la temperatura oltre i 30 gradi e il disinteresse di chi ha comprato il biglietto solo per vedere i propri beniamini, rendono anonimi i set degli italianissimi Plastic Made Sofa, dei tanto bravi quanto fuori contesto Gomez (rimpiazzo dei Wolfmother) e dei Gossip che hanno la fortuna di avere in Beth Ditto un autentico animale da palcoscenico (vittima di una spaventosa caduta senza apparenti postumi). Subito dopo lo show della corpulenta soul woman un repentino cambio di temperatura lascia presagire il peggio. Modeste raffiche di vento misto a pioggia costringono la security a sgomberare il pit (spazio riservato ai primi arrivati), ma l’allarme rientra - come pure i fans nel pit - e i redivivi Skunk Anansie occupano la scena con Skin protagonista di un improvvisato crowd surfing.
Dopo tanto rumore, la buona musica di Ben Harper and Relentless7 è preludio al vero evento, anticipato dal duetto con Vedder su una riabilitata Under Pressure.

Ed ecco l’inizio della messa. Sul main stage della nota rassegna musicale si celebra il culto del rock'n'roll. Sciamàno per i presenti, leader di una band in stato di grazia e destinatario di un lascito che attinge alla tradizione, Eddie Vedder cattura, per poi restituirlo amplificato, il sincero affetto di un pubblico in visibilio. La sola vista dei musicisti sul palco libera l’adrenalina di chi ha varcato i cancelli del Parco San Giuliano già dalle dieci del mattino (in maggioranza ragazzi in fila da molte ore prima dell’apertura).
Given To Fly trancia l’impaziente attesa, la splendida Corduroy, con cenni di Interstellar Overdrive dei Pink Floyd, collauda il pogo e l'anti-war World Wide Suicide ridesta i corpi rattrappiti della fiumana di gente pressata sotto al palco. Vent’anni insieme, e non è un iperbole quando si dice che l’affiatamento ha migliorato certi aspetti della band. McCready è semplicemente perfetto: si carica addosso il peso di ogni intricatissimo assolo, salta come Pete Townshend, imperversa, chitarra dietro la nuca, come fosse Hendrix e regala decine di agognati plettri alla folla. Impeccabili i due fondatori del gruppo: Gossard, alla chitarra ritmica, e Ament, al basso. Puntuali Cameron, alla batteria, e “Boom” Gaspar, membro aggiunto, alle tastiere. Vedder è più rilassato e comunicativo ma non meno arrendevole che in passato. Impone i ritmi aggressivi delle origini che soverchiano quelli recenti e più controllati. Gli otto brani estratti da Ten (disco del 1991), o comunque a quell’album direttamente riconducibili - come le outtake di lusso Breath e State Of Love And Trust - doppiano per numero quelli estrapolati da Backspacer (2009).
Momenti di profonda riflessione frenano le impetuose interpretazioni dei musicisti e digradano la tensione in platea. Succede con la nostalgica Elderly Woman Behind The Counter In A Small Town e con la disperata Black (uno dei tanti colori dell’amore, dice Vedder). Ripartenze brucianti lasciano senza fiato. Succede con la rabbiosa Even Flow, quasi sempre presente in scaletta, e soprattutto con la provocatoria Do To Evolution. Il suo contagioso beat incita a dimenarsi, il testo a rinnegare credo distruttore e mito della prevaricazione. Per Red Mosquito la band si avvale dell’ hawaiian lap steel guitar elettrica di Ben Harper per un sound pervaso di Delta blues. Ma non sono solo i fantasmi del Mississippi ad aleggiare nel buio di questa straordinaria notte nella Serenissima: Arms Aloft in Aberdeen rende omaggio all’ultima visione musicale di Joe Strummer. Un Vedder ebbro, di vino, di passione, stecca l’inno per eccellenza; un lampo di smarrimento segna il suo sguardo desideroso di aiuto, ma non è un problema perché ad assisterlo su Alive ci sono migliaia di voci pronte a cantare i versi dimenticati.

Rockin’ In The Free World si tramuta in un sing-along che richiama sul palco Harper, i suoi Relentless7 e Rob Machado (surfista australiano amico di Eddie) per un finale mozzafiato.
L’ultimo saluto è un atto d’amore per l’Italia. Vedder dice di aver idealizzato, da ragazzo, il nostro Paese, di averlo sempre visto come un posto irraggiungibile come la luna. Ma la conclusiva acclamazione gli offre la certezza di aver raggiunto, oggi, quel posto e di poterne godere di un piccolo pezzo.

sabato 30 gennaio 2010

La classe operaia non va in paradiso

Il 30 gennaio del 1969 i Beatles decisero di porre fine al loro sodalizio artistico.
Suonarono, per l'ultima volta insieme, dal palco allestito sul tetto della Apple Records di Londra.
I fans, accorsero a frotte su Savile Row, bloccando il traffico e costringendo la polizia ad intervenire per porre fine all'improvvisato concerto.
"Get Back" aprì e chiuse i 43 minuti dell'insolito happening. Il "suicidio artistico" dei Beatles consegnò alla storia un gruppo maturo (il White album era uscito due mesi prima), capace di vendite irripetibili (non del tutto stimabili) e ancora in grado di suonare al top (in tutti i sensi!).

Deve essere stato un atto di emulazione quello che in questi giorni, 41 anni dopo i fab four, ha spinto un "gruppo di attempati emergenti" ad imitarli.
In Sicilia, una nutrita formazione di temerari è salita su un edificio alto 20 metri per sfidare un freddo ancora più penetrante di quello londinese. Esposti ad un vento gelido che lacera la carne, anestetizzati dalla pioggia che tenta di spegnere la fioca fiammella della speranza, stanno lì, tra rabbia, paura e frustrazione.
In barba all'immobilismo che ultimamente contraddistingue la classe operaia, 13 lavoratori sono saliti sul tetto del capannone Fiat (che sta per Futuro Infelice A Tutti) di Termini Imerese. Scioperano e rivendicano quanto sancito nell'art. 1 di una Costituzione ormai ignota ai nostri parlamentari.
Incredibile. Eppure questi isolani hanno la fortuna di avere il sole, il mare, l'amore di una delle più alte cariche dello Stato e non portano più neanche l'anello al naso: cosa desiderano oltre a tutto questo, un Grammy Award?!? Se almeno sapessero suonare!

La Fiat pretende, ordina con il ricatto, più di quanto sia lecito chiedere. Management dell'impresa e Governo se ne infischiano delle richieste di lavoratori all'addiaccio da dieci giorni: non importa se per ognuno di loro "nella testa pesa la maledizione di trenta bollette da pagare" (da Unemployable dei Pearl Jam, 2006).
Gli operai di oggi lottano per tenersi il lavoro (qualunque esso sia), quelli di ieri lottavano per un trattamento più equo.

Non è trascorso molto tempo da quando il proletariato invocava, unito e a gran voce, condizioni di lavoro migliori e un orario sopportabile all'essere umano.
Sull'argomento si sono consumate migliaia di canzoni. Ma su tutte, senza andare troppo a ritroso, me ne vengono in mente alcune del mainstream rock americano. E anche un bel film italiano degli anni '70.
Sembrerà anacronistico menzionare la sottomissione a cui è costretto il protagonista della "Maggie's Farm" (da Bringing It All Back Home, 1965) di Bob Dylan, ma quei versi, pubblicati quasi mezzo secolo fa, sono ancora dannatamente attuali.
"Non lavorerò più nella fattoria di Maggie. Ebbene mi sveglio al mattino, incrocio le mani e prego che piova [...] E' una vergogna come mi fa scrostare il pavimento [...] Non lavorerò più per il fratello di Maggie, lui ti dà cinque cents oppure dieci, ti chiede con una smorfia se ti stai divertendo e poi ti multa ogni volta che sbatti la porta. Non lavorerò più per la madre di Maggie, lei parla, a tutti i domestici, dell'uomo, di dio e della legge [...] Non lavorerò più nella fattoria di Maggie, ho cercato di fare del mio meglio per essere proprio quello che sono, ma tutti vogliono che sia proprio come loro. Ti dicono canta mentre ti ammazzi e io mi sono seccato. Non lavorerò più nella fattoria di Maggie".
Potrebbe essere lo sfogo di uno dei tanti immigrati schiavizzati nei campi del sud, o nei cantieri del nord, e resi celebri dalla battaglia di Rosarno.

Non sempre, però, è possibile ribellarsi alle condizioni di lavoro. Sbattere la porta per andare altrove resta una chimera recintata dai cancelli di una fabbrica. In "Factory" (da Darkness On The Edge Of Town, 1978), di Bruce Springsteen, il fischio della sirena "ha il suono del pianto" e scandisce l'inizio e la fine di un impiego che "ruba l'udito".
In tutto il testo traspare una malcelata sopportazione per un lavoro inevitabile. L'idea di riscatto sociale, in tempi di crisi, si frantuma davanti a calcoli che strillano milioni di disoccupati (due, milioni, in Italia). L'unica considerazione valida, nell'asfittica routine del quotidiano, è che "la fabbrica dà da vivere" a quell'operaio. In "una vita di solo lavoro" ricordare "che qualcuno stanotte si farà male", resta un dettaglio da sottovalutare. ghggggggggggggggggggggggggggggggg

In "Millworker" (da Flag, 1979) James Taylor cambia l'angolo di visuale e con freddezza narra il compito di una madre vedova. Suo marito, "un uomo cattivo del Massachusetts, morto a causa del troppo whiskey", "ha lasciato queste tre bocche da sfamare". L'impiego della donna in fabbrica è "terribilmente noioso", ripetitivo fino all'alienazione: "siamo io e la mia macchina, per il resto della mattinata, il resto del pomeriggio e il resto della mia vita". Al tunnel dell'oblio si sottrae solo la certezza che la sua "vita è stata sprecata, e sono stata pazza a lasciare che questo fabbricante usasse il mio corpo come un attrezzo. Filerò a casa ogni sera guardando le mie mani e giurando il mio rammarico per una giovane ragazza che dovrebbe avere una condizione migliore".

Monopoli industriali che per decenni hanno goduto grazie ai soldi dei contribuenti, (leggasi "incentivi dello Stato", sic!), smontano la loro storia, rinnegano il passato e vanno all'estero dove la mano d'opera costa quattro volte meno che in Italia. La chiamano "delocalizzazione" ed è l'arguto neologismo che maschera il detto "prendi i soldi e scappa". Non c'è più lavoro, insomma, non dove c'è sempre stato, anche se il lavoro si può interpretare in altri modi. Le fabbriche, e le sue maestranze, non sono cave da svuotare per rubarne il didentro.
"Vedo colonne di fumo salire fino al paradiso mentre, sulla terra, sciogliamo questo portentoso minerale ferroso". L’ipnotica "Bethlehem Steel" (Copperopolis, 1996) dei Grant Lee Buffalo racconta l'epopea di generazioni vissute grazie al lovoro nei giacimenti minerari.
Soprannominata “the Steel City” (la città dell’acciaio) Bethlehem è, fino alla metà degli anni '90, il polo siderurgico più importante della Pennsylvania ed un incontrastato fiore all’occhiello per l’economia americana. La stella di acciaio citata nel pezzo è realmente esistita ed è stata eretta su un punto alto della città, visibile per chilometri. Una guida per la gente, un simulacro dell’evangelica cometa di Betlemme che conduce alle fabbriche del metallo e che lascia credere (invano) che mai ci sarà una crisi economica a farle chiudere. Generazioni hanno lavorato nelle industrie durante la seconda guerra mondiale fino a ritrovarsi schegge di metallo nelle mani, sorta di souvenir degli anni del boom.

Scritto, recitato e realizzato a meraviglia, "La classe operaia va in paradiso" (Elio Petri, 1971) mostra lo strazio dell'operaio nella Milano, ancora nebbiosa, funestata dalla lotta di classe. A Gian Maria Volontè, straordinario interprete dell'operaio frustrato, il compito di rendere chiaro il susseguirsi dei misfatti propri nella catena di montaggio.
Molti i punti in comune con i componimenti già citati. L'utilizzatore e l'utensile sono un tutt'uno di carne e ferro, di sudore e fluido refrigerante.
L'unica preoccupazione è la produzione ad oltranza. La fiacca è solo uno snervante fastidio fisiologico da schivare con audaci pensieri: l'idea di consumare sesso è l'antidoto da assumere per annullare la stanchezza. Un pensiero costoso che porta via l'attenzione e un dito del lavoratore. Il maturo operaio finalmente riesce a strappare un appuntamento alla compagna cui dedica sguardi morbosi: in una fabbrica dismessa giungono in una cinquecento. Sono lì, soli, parcheggiati nel capannone. L'auto, che pare di per sé inadeguata ad essere un'auto, sembra non resistere alla foga dell'intenso incontro. Nel freddo inverno milanese, dentro quell'edifcio fatiscente, non tutto fila per il verso giusto ...
La fabbrica s'è portata l'anima, un dito, il sesso. Una vita. E pare proprio non esserci quell'agognato paradiso per la classe operaia. Come dice, per voce di Springsteen, l'anonimo lavoratore di fonderia di "Youngstown" (The Ghost Of Tom Joad, 1995): "da morto non voglio incarichi in paradiso, non saprei fare quei lavori, prego che il diavolo mi prenda e mi metta agli altiforni ardenti dell'inferno".

mercoledì 7 ottobre 2009

A man we'll soon forget

Comporre una canzone per sola voce ed ukulele?
Per Ed Vedder si può fare. Per Chris Cornell proprio no. L’ottimismo nutre la creatività del primo che, con la sola chitarra hawaiana e le corde vocali, prova e riprova a mettere insieme una composizione. Vedder si aggiudica la scommessa e Soon Forget viene inserita nella tracklist di Binaural (2000).
La pungente ballata è critica nei confronti di un certo stile di vita: sotterfugio, prosperità e isolamento tracciano la personalità di un personaggio dalla dubbia moralità. Ma la ricchezza e la potenza dell’uomo vengono derise: stare in alto è bello, sovrastare apporta vantaggio, ma cadere da certe altezze provoca forti dolori e indelebili ammaccature.
Nel testo si cita la parabola, triste a dire il vero, di un uomo in vetta, di un cinico omuncolo in qualche modo “arrivato”, del notabile che ha ciò che serve per vivere sopra tutto e tutti pensando solo ai fattacci propri. Ma l’imprevisto capita anche al più prepotente dei tiranni.
Anche all’uomo potente e ricco, all’uomo scaltro, all’uomo ammanicato, infatti, può succedere di ritrovarsi nel bel mezzo di una giornata da dimenticare.

Hey, questa è per te!

Soon Forget

Sorry is the fool who trades his soul for a corvette
Thinks he'll get the girl, he'll only get the mechanic
What's missing? He's living a day he'll soon forget
That's one more time around,... the sun is going down
The moon is out, but he's drunk and shouting,
Putting people down...he's pissing,.. he's living...
A day he'll soon forget
Counts his money every morning
The only thing that keeps him horny
Locked in a giant house, that's alarming
The townsfolk,... they all laugh

Sorry is the fool who trades his love for high-rise rent
Seems the more you make, equals the loneliness you get
and it's fitting,... he's barely living,... a day he'll soon forget
That's one more time around,... there is not a sound
He's lying dead clutching Benjamins,... never put the money down
He's stiffening,... we're all whistling...
A man we'll soon forget

lunedì 14 settembre 2009

Pearl Jam - Backspacer

Furia punk, pezzi mid-tempo e sentimentali ballate. Backspacer, il nuovo album dei Pearl Jam, racchiude in meno di 40 minuti undici brani dalle diverse sfumature. Il sacro fuoco del rock ricevuto in dono anni fa, viene qui custodito e usato con saggezza: scalda ed illumina ma sa anche ardere e devastare. Ci sono il sound e la personalità che li hanno resi celebri e i primi dieci minuti - con quella Gonna See My Friend che lascia storditi - sono folgoranti. Amongs the Waves, posta al centro della tracklist, è un piccolo gioiello, il ponte di congiunzione che unisce le diverse anime dell’album.

Il 2009 è stato prodigo di pubblicazioni, non proprio significative, di big del mainstream rock. Al modesto Working On A Dream di Springsteen, ad esempio, ha fatto seguito l’inconsistente “No Line On The Orizon” degli U2. Adesso tocca ai Pearl Jam rifarsi vivi con nuovo materiale.

Tra lettere, numeri e simboli, il “Backspacer” (indicato sulle tastiere dei PC dall’abbreviazione “Bk Sp”) è il tasto che svolge l’importante funzione di correggere errori (e/o orrori) con una netta “sbianchettata”, con un semplice ritorno di posizione del cursore. L’omonimo album dei Pearl Jam corregge un bel po’ di scelte della recente storia passata, fino a riannodare la trama di un discorso interrotto undici anni fa.
C’è il ritorno del produttore Brendan O’Brien, con il quale sanno instaurare un dialogo speciale (Vs., Vitalogy, No Code, Yield e la riedizione di Ten sono affar suo) che sembra esclusivo, vista l’impossibilità di funzionare pienamente con altri artisti. Dalla lista dei musicisti il backspacer cancella pure il nome del sesto Jammers, quello “aggiunto”. In sala d’incisione manca il tastierista “Boom” Gaspar e il suono ritrova quel mood naturale, mentre il ritmo riprende quel tiro roccioso che bene sa esprimere la band.

Una curiosità sul titolo. Pochi mesi fa il nome Backspacer ha avuto una destinazione d’uso particolare. Da buoni ambientalisti i Jammers hanno supportato un progetto per la salvaguardia dell’ecosistema marino, battezzando proprio Backspacer la testuggine di mare che nell’aprile scorso (quindi durante le sessions di registrazione) ha partecipato e poi vinto la “Great Turtle Race”, bizzarra gara di nuoto tra simili, indetta per sensibilizzare l’opinione pubblica sul pericolo di estinzione di questa specie animale.
Ma non è di certo lento come l’andamento di una tartaruga, il ritmo dell’album. Gonna See My Friends spara chitarre a tutto volume dalle grate di un garage che dà sul cortile. Partenza bruciante, cattiva come non succedeva con Brain of J tratta da Yield (del ‘98).

Il motore sotto il cofano gira a mille e spinge ancora. L’accelerata di Got Some spazza via tutta la polvere accumulata sulla carrozzeria; il brano è potente, dai cori efficaci anche se discreti, e la sezione ritmica retta dalla premiata ditta Ament & Cameron sfianca i compagni. Lanciato come singolo accalappia clienti The Fixer, testo ottimista e motivo accattivante, da solo non ha senso, ma posto al termine del double-shot di testa forma un trittico che si esaurisce in soli otto minuti: una media da punk band. Bentornati ragazzi!

Una massiccia dose di wah-wah e Johnny Guitar trova nei saliscendi virtuosi della voce di Vedder una soluzione già utilizzata in Alone, b-side inclusa nella raccolta Lost Dogs (del 2003).
E come nel puzzle fumettistico di Tom Tomorrow riproposto in copertina, anche il contenuto del disco è un mosaico di tessere dai colori vividi e opachi che si mescolano per proporre un album dai toni indistinti. O meglio, con Johnny Guitar si chiude il capitolo tosto dell’album (che sarà poi parzialmente riaperto da Supersonic) e con Just Breathe si inaugura il Backspacer dalle sfumature pastello. E’ una ballata uscita direttamente dall’album solista di Vedder (Into the wild, colonna sonora dell’omonimo film di Sean Penn) e si sente. Arrangiamenti di archi e una linea di basso semplice ed in evidenza assicurano un taglio vintage al pezzo.

Da tempo la band ha abbandonato atmosfere cupe fatte di musiche irruente e testi carichi di angoscia, collera e tristezza, ma è in questa nona prova in studio che i musicisti lasciano il passo a soluzioni meno problematiche che includono calma, gioia e piacere. Da bravi patrioti americani che hanno votato dalla parte giusta, i cinque di Seattle non possono esimersi dall’esternare maggiore fiducia nel futuro. Brani come The Fixer, inedito manifesto dell’ottimismo espresso dalla band (“se qualcosa è andato rotto voglio provare a rimettere insieme qualche pezzo”), e la romantica ballad Just Breathe (“Sono un uomo fortunato, per contare sulle mani del mio amore”) sono l’espressione del nuovo corso. Del resto è lo stesso Vedder ad aver dichiarato: “Finalmente un briciolo di speranza, dopo dieci anni di canzoni arrabbiate”. E questo senso di rilassatezza si tramuta in redenzione che permea l’epica Amongst the Waves fortemente influenzata dalla passione di Ed per il surf (“Cavalcando alto fra le onde/ Posso sentire di aver avuto un’anima che è stata risparmiata/ Posso vedere la luce attraversare le nubi sotto forma di raggi”). Liriche ispirate, voce e suoni trattati con effetti eco in aggiunta all’assolo di chitarra di Mike, le conferiscono un taglio epico e la candidano a futuro classico del repertorio.

Unthought known è schiacciata dalla traccia precedente, della quale sembra una copia incolore, e da Supersonic, non eccelsa ma veloce e messaggera di una tesi taciuta fino ad oggi ma tramandata per consuetudine sin dal mitico Ten: “voglio vivere la mia vita a tutto volume” (I wanna live my life with the volume full).

Negli scarsi 40 minuti di durata che servono a riprodurre gli undici brani c’è spazio anche per momenti non proprio all’altezza. Pervaso da una criptica introspezione trova spazio, sul finire del disco, un terzetto di componimenti senza troppe pretese. La ridondante Speed of Sounds (solo omonima della creazione dei Coldplay), l’anonima Force of Nature e la malinconica The End non lasciano un segno indelebile.

A questo punto della carriera i Pearl Jam possono permettersi di avventurarsi in sentieri più commerciali senza perdere credibilità e mantenendo vivo il loro impegno nel tramandare l’essenza di un genere allo sbando. E il rifiuto di sottoscrivere un contratto con una major discografica è la prova che questi uomini hanno scelto di portare avanti, senza pressanti vincoli, una missione nel rispetto di valori inviolabili: su tutti la libertà di esprimere la propria arte.
Let’s rock!

mercoledì 12 novembre 2008

Rearviewmirror

Dodici anni fa assistevo al mio primo concerto dei Pearl Jam.
Un desiderio a lungo agognato tramutato in realtà.
Ma oggi non mi dilungo nel celebrare quell’esaltante concerto.
Niente vivide sensazioni in preda alle emozioni, non oggi.
Solo, mi piace rievocare un Vedder in stato di grazia: la voce al top, lo sguardo sfavillante su “Rockin’ In The Free World”.
Fuoco dalle chitarre per una rivolta in musica.
A Roma, Jack Irons dietro i tamburi, la bandiera della Roma sopra i tamburi.
Diecimila fans stipati nel palazzetto per quello che è il primo grande concerto della Rock band in Italia.
Camicie di flanella in platea e vino sul palco.
Uno del pubblico lancia un plettro sul palco, non l’inverso.
Il concerto: Rock!
L’incoscienza tipica dei ventenni: assolutamente Rock!

- Setlist -

Release
Last Exit
Animal
Hail, Hail
Dissident
In My Tree
Corduroy
Better Man
Not For You
Even Flow
Daughter
Jeremy
Hunger Strike
Black
State Of Love And Trust
Sometimes
Rearviewmirror
Immortality
Lukin
Alive
Who You Are
Once
Present Tense
Smile
Rockin' In The Free World


Creative Commons License
7 ottobre by http://7ottobre.blogspot.com/ is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.

sabato 25 ottobre 2008

Atto di rivolta

Prologo. Ho barato. Questo non è un vero e proprio post su “Riot Act”, o meglio, non solo.
La recensione del settimo album in studio dei Pearl Jam, scritta e pubblicata a suo tempo, è il pretesto per raccontare una brevissima storia.
Con queste poche righe, infatti, intendo rendere tributo all’opera realizzata da coloro che hanno dedicato lunga parte del proprio cammino a qualcosa che oggi - nell’epoca del “tutto, subito e magari nel computer” - risulta incomprensibile.

Esistevano un bel po' di tempo fa delle pubblicazioni periodiche monotematiche, incentrate sul lavoro di un determinato artista o gruppo. Non si trovavano in edicola e avevano un singolare appellativo: “fanzine” (termine nato dalla commistione dei vocaboli inglesi “fan” e “magazine”). Quando affermo “un po’ di tempo fa”, intendo nell’era che precede l’avvento della rete, quando gestire una fanzine significava sacrificare tempo e soldi per un progetto destinato ad esclusivo uso e consumo di aficionados e che, nella migliore delle ipotesi, sarebbe rimasto di nicchia. Qui mi riferisco esclusivamente a quelle musicali (ne esistevano a bizzeffe e per ogni argomento).
Fino a dieci anni fa era l’unico strumento fruibile dai fans più puntigliosi per ampliare le conoscenze circa il passato del proprio idolo, ed era il solo mezzo di comunicazione per avere accesso alle ultime (più o meno) news.
Ovviamente non scarseggiavano le rogne per il curatore che doveva aggiornarsi continuamente tramite la raccolta di informazioni (possibilmente attendibili) sull'artista, doveva reperire interviste da tradurre (dai giornali esteri, quindi, in lingua estera se l'artista era straniero), doveva recensire gli albums, doveva ricercare foto nuove, e chissà di quanti altri oneri doveva farsi carico.
Era fondamentale, poi, impaginare il tutto in modo degno, stampare, autofinanziarsi (attraverso la raccolta di abbonamenti) e inviare per posta il giornale a tutti gl'iscritti. Occorre ricordare inoltre, che l’unico strumento di “marketing” - dettaglio non di poco conto - era il tam-tam tra i fans!
Un lavoraccio assolutamente “casalingo” ma genuino, perché fatto per pura passione a guadagno zero.
Oggi tutto questo non ha più alcun senso (o forse no?): le informazioni, le interviste, sono facilmente reperibili tramite internet per mezzo delle mailing lists, delle webzines, dei blogs, et simili (i “killers” delle fanzines).
Non è un caso se alcune riviste specializzate sono diventate (non a torto) storiche, e oggi, si trovano solo sul sito delle aste online “eBay” spesso a prezzi inaccessibili.

Cito su tutte, due fanzines particolarmente curate che, da devoto lettore, ho avuto modo di conoscere bene.
A stagliarsi tra tutte quelle esistenti negli ’80 e ’90, a detenere i contenuti di maggiore qualità, a presentarsi ai nostri occhi con un’impaginazione che all’epoca era assolutamente lussuosa e all’avanguardia e, soprattutto, ad allegare il mitico CD live, era solo l’insostituibile ed imperdibile "Follow That Dream".
Se eri fan di Springsteen DOVEVI averla! Oggi il suo creatore, Ermanno Labianca, oltre a scrivere libri, a collaborare con riviste musicali, ecc., tiene il suo blog da da queste parti.
Quelle che ho potuto acquistare all’epoca della pubblicazione, sono gelosamente custodite nel loro scrigno insieme ad un mucchio di ricordi di quel tempo e, garantisco, è una gioia maneggiarle, sfogliarle, rileggerle dopo anni.
Un po’ come i vecchi vinili. Come? I dischi a microsolco? Esistono ancora? Nell’epoca del digital download? Sì e … al diavolo, stanno prepotentemente tornando sul mercato!
Anzi come Ed Vedder urlava in tempi non sospetti “Spin the black circle!” (“la copertina di cartone/ Oh, che gioia ... solo tu [disco, ndr] sei degno di vanità”).
Sì! E’ così che ti senti a mettere sul giradischi un vinile o a prendere in mano un vecchio pezzo di carta spruzzato d’inchiostro. Vallo a spiegare a chi ha il pc pieno di “mp3” e “jpg”!
A titolo personale poi, non posso che spendere parole affettuose anche per un’altra fanzine.
Mi riferisco a “Madreperla”: ne sono stato regolarmente iscritto per tutta la sua “vita su carta” (1997-2004). Era egregiamente gestita da Valeria che oggi, principalmente, si occupa dell'organizzazione di eventi di una certa portata.
Proprio lei mi chiese di poter pubblicare nel 2002, una mia recensione su Rioct Act.
Quel disco mi ha lasciato interdetto. Perché? Beh, c'è scritto nell'articolo comparso sul n. 17 di Madreperla! Lo ripropongo qui sotto anche se ... va preso per quello che è: il primo tentativo di recensione, totalmente naïf (molto più degli altri qui presenti!) ed imperfetto. Ma proprio per questo ci tengo a replicarlo nella sua originaria versione.
Lasciandoci alle spalle le belle copertine, il vinile, le foto, le fanzines e quant’altro abbiamo ridotto tutto all'osso. Mi chiedo: oggi, tutto deve necessariamente essere miniaturizzato e/o impalpabile? Diamine! In questo tipo di malsana evoluzione si è perso il gusto dell’attesa, la bramosia del vedere oltre che del toccare: un handicap per buona parte dei sensi. Salomè, insomma, senza il sensuale prologo della danza che porta l’abbandono dei suoi sette veli.
__________

Riot Act, Pearl Jam (2002) - Anche l'occhio vuole la sua parte e, come ormai succede da Vitalogy ('94), i sapienti Pearl Jam pubblicano l'ultimo lavoro in una confezione cartonata ben curata, contenente foto in studio di registrazione, disegni e l'elaborazione dei testi scritti di pugno o con la vecchia macchina di Ed.
La cover foto riproduce una scultura, tutt'altro che allegra, appositamente commissionata dai ragazzi ad un'artista amica di Seattle, tale Kelly Gilliam. La scultura è metaforicamente riferita ad una vecchia legge, in parte simile ad una approvata di recente negli States, molto restrittiva, ma il tutto è molto contorto: meglio lasciar perdere, in questo caso, e pensare alla musica.
Dedicato agli scomparsi John Entwistle (bassista negli Who) Dee Dee Ramone (bassista nei Ramones) e a Ray Brown (?), l'album, risulta al primo ascolto ... "diverso". Per i miei gusti è a tratti troppo soft ed "elettronico" (non per gli strumenti, ma per gli effetti delle chitarre, vedi You Are) e, a volte - qui rischio la pelle - banale nei riff strumentali e nei testi - aiuto! - .
Insomma sembrerebbe un po' troppo commerciale, visto che mancano le schitarrate dei bei tempi, penso ad Alive, Rearviewmirror, Last Exit, Hail hail, Brain of J, e ad i testi taglienti di Jeremy, Daughter e Immortality, giusto per citare qualche capolavoro. In Riot Act mancano la verve di Mike e la genialità di Stone, Jeff è meno originale del solito e per piacere, fate stare seduto e zitto Matt a fare i compiti per casa. Dopo un più maturo ascolto, però, risulta chiaro come il gruppo stia seguendo un percorso iniziato da molto tempo.
C'è un filo conduttore che lega tutti gli album realizzati da Ten a Riot Act, sia pure con mille dettagli differenti.
Tra queste due incisioni sono trascorsi circa dieci anni, non una eternità, ma ne è passata di acqua sotto i ponti (nascita e morte di un movimento - il "Grunge" - mai esistito, il dramma di Cobain, la tragedia di Roskilde e molto altro) e i ragazzi, nel mezzo, sono stati assurti (o forse immolati) a nuovi dèi del rock. Le incisioni, quindi, vengono effettuate in diversi periodi storici e mutati contesti culturali, varia il substrato dove germina il seme che diventa l'LP sul nostro giradischi, vinile che lascia sgorgare dai solchi esperienze intraprese dai ragazzi in altre band (penso alla recente sortita di McCready con i Wallflowers, non proprio sullo stesso ramo dei P.J. nell'albero genealogico del rock), progetti paralleli che accrescono la cultura dei singoli musicisti (più di tutti ne ha fruito Vedder, sin dall'esordio grande come cantante, diventato in seguito bravo come musicista). E' sempre il sentimento, però, a condurre i nostri, lungo la rotta.
Insomma i ragazzi sono cresciuti e ci hanno raccontato la loro crescita: e, la crescita porta inevitabilmente dinnanzi a mille direzioni diverse e, scegliere, rimanendo "fedeli alla linea", essere coerenti (mi riferisco solo ed esclusivamente alla direzione musicale e non ideologica del gruppo) non è sempre facile, anche perchè si correrebbe il rischio di ripetersi all'infinito, vivendo sui fasti del passato. I Pearl Jam si sono rinnovati in un primo tempo con No Code ('96), e poi credo che anche Binaural abbia solcato nuovi mari (ma è stato un quasi naufragio). Voltare pagina è coraggioso ed apprezzabile. Ciò che però non mi va' a genio è la totale mancanza di epicità, così tipica nei primi tre album. Mi manca e da troppo ormai, il pezzo alla Pearl Jam, quello col marchio di fabbrica, che metti sù fino a consumare il vinile, il cd o il nastro. Quello che ti fa alzare di una tacca e un'altra un po' il livello del volume, e ti fa' rischiare lo sfratto per disturbo alla quiete pubblica. Un tempo mi arrabbiavo nel sapere che State of Love and Trust era uno scarto (!) di Ten e che God id è entrato in un misero mini-cd, senza godere di altro successo. Oggi i Pearl Jam mettono su disco composizioni che un tempo sarebbero state outtakes. Le musiche, ora, hanno un taglio diverso poichè nel line up, c'è un nuovo elemento. Nello specifico, Kenneth "Boom" Gaspar dietro le tastiere, dà più corpo al sound, ma questo, è molto spesso un limite più che un vantaggio, poichè non ritengo si sia amalgamato granchè col gruppo. Il suono delle tastiere non è stato inserito a dovere nel contesto musicale, insomma, non s'incastra ad arte con chitarre e sezione ritmica. Per esempio in Love Boat Captain, scritta pensando all'incubo di Roskilde ("Lost nine friends we'll never know ... 2 years ago today") l'organo, quando parte in primo piano, respinge l'ascoltatore, e costringe Ed ad un cantato disomogeneo. In modo parziale, anche
I Am Mine è succube del nuovo arrivato.

In tal senso una grossa mano l'avrebbe potuta dare proprio quel Brendan O'Brien, relegato al mixaggio, e che, sarebbe stato più prezioso anche in qualità di produttore, soprattutto dopo
l'esperienza vissuta con Bruce Springsteen (ha prodotto The Rising, in assoluto il miglior album del 2002, e non temo smentita) che ha una band dove convivono tre chitarre, ben due tastiere (generalmente proprio l'organo Hammond B3 ed il pianoforte) ed un sax insieme al resto della band, la precisa e martellante sezione ritmica della E Street. Nella vecchia veste, avrebbe sicuramente apportato know how alla band: peccato, sarà per il prossimo disco (Riot Act è prodotto da un professionista di tutto rispetto, Adam Casper, che ultimamente ha lavorato anche per Foo Fighters e Qeens of the Stone Age con ottimi risultati).
Va' cosiderato, inoltre, un dato statistico di non poco conto: dopo alcune stagioni insieme, molte rock band "muoiono" (in ordine sparso mi vengono in mente Soundgarden, Alice in Chains, Clash) oppure l'edonismo del frontman o contrasti vari (stando alle notizie riportate dalla stampa specializzata) portano allo scioglimento del gruppo (andando un po' indietro, cito i Beatles, poi i Police e, ahimè solo "ieri" i Rage Against The Machine, ...).
Ed, Stone, Mike e Jeff, sono ancora lì (mi sarebbe piaciuto poter ancora annoverare tra questi nomi Dave Abruzzese, a mio avviso il drummer che più di tutti sembrava nato per il Pearl Jam sound): questa è la loro forza.
Suppongo che dopo ore di registrazione in sala e svariati tour, si crei un'intesa eccezionale, suppongo che dopo tanti anni insieme, si parta in quarta per la preparazione del nuovo album, suppongo si diventi una famiglia (e non sempre è un bene perchè si perde un po' di furore), oppure mentono alla grande e ci fanno credere che è tutto rose, fiori e chitarre (bisogna pensarle tutte quando si "alza" una grossa mole di denaro: tutti chi più chi meno, ne sappiamo qualcosa).

Forse proprio per "rinnovare un po' l'ambiente" e dare nuovo impulso alle composizioni hanno invitato il capelluto tastierista.
Fortunatamente è la vena polemica ancora a trasparire dai solchi del disco, oggi come ieri. Sono ancora lì a puntare il dito: un tempo contro coppie che non hanno preso la patente da genitore, pronti ad ingabbiare i "ratti", denunciare i "dissidenti", contro lo showbiz (No video, thanks!), contro chi vieta il diritto all'aborto, contro le molestie alle donne, contro i maltrattamenti nei confronti degli animali, contro chi detiene un monopolio, Tiketmaster e Microsoft (a tal proposito che farebbero a Berlusconi, se fossero italiani?), pronti a sposare la causa tibetana e a sostenere le vittime di quel dannato 11 settembre. Bravi, davvero, anche e soprattutto nello schernire apertamente il presidente degli U.S.A. (per quel poco che ho capito, un burattino nelle mani delle lobbi americane) e a dirgli, in più di un brano, come la pensano sulle sue gratuite idee bellicose. Help help, per esempio, mi ha favorevolmente colpito. Musicalmente non funziona molto, ma contiene forse i versi più belli ed attuali di tutto l'album. Ed canta nel testo scritto da Jeff: "The man they call my enemy, I've seen his eyes/ He looks just like me, a mirror/ The more you read, we've been deceived/ Everyday it becomes clearer" ed ancora "Not my enemy ... no, not my enemy/ Don't speak for me". Sono versi che sposano le mie idee.
Credo che Riot Act pur non convincendo, sia un buon album, assolutamente da non ritenersi il migliore della produzione Pearl Jam (nella mia personalissima classifica non arriva sul podio), ma di sicuro da collocare tra i migliori del 2002.
In conclusione, sintetizzerei con un voto il lavoro del gruppo, ma lo tengo per me, perchè odio i professori ed io non voglio giudicare come solo loro fanno: dando i numeri!

__________

Epilogo. Intanto ho scoperto chi è Ray Brown: è un musicista jazz, virtuoso del contrabbasso. Anche lui ha lasciato questo mondo nel 2002. Era sposato con la "First Lady Of Song" Ella Fitzgerald (1917-1996). Alla notizia del terzo bassista morto in un anno, suppongo che Jeff Ament abbia fatto scongiuri come non mai!


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lunedì 20 ottobre 2008

My favorite listening spot

Lo stereo prende in pegno il CD appena acquistato e nel silenzio ovattato dell’abitacolo dell’automobile, i diffusori mandano le note di un’ipnotica musica.
Seduto dietro il volante, assorto in un’altra dimensione, lo sguardo è perso oltre il parabrezza e l’udito è teso a raccogliere il passaggio dalla tranquilla e breve “Master/ Slave” alla feroce “Once”.

Ritengo il primo ascolto di una nuova uscita discografica molto importante, non determinante ma importante.
Per farlo a dovere, in primis serve un posto adeguato, poi l’arco temporale necessario, i testi ben in vista e così via.
Ma non sono il solo seguace della filosofia e dei riti legati al primo ascolto.
Il tipo nell’auto cha ha appena iniziato l’ascolto dell’album d’esordio dei Pearl Jam, infatti, non sono io.

E’ Bruce. Quel Bruce! Bruce Springsteen.
Quello con la Telecaster scheggiata a tracolla e decine di invidiabili giubbotti di pelle nel guardaroba. Quello col culo inguainato da un jeans oggetto di uno scatto fotografico poi finito sulla copertina di un album entrato in circa 20.000.000 di case sparse per il globo. Proprio quello che nonostante una “bourgeois house in the Hollywood hills” ama godersi il primo ascolto dell’ultimo CD acquistato, standosene seduto in macchina piuttosto che sprofondato in poltrona in una, che so … stanza insonorizzata situata nella sua mega tenuta. Quello che preferisce usare l’autoradio più che un (probabile) impianto stereo inaccessibile ai comuni mortali.
Già, perché certe abitudini sono dure a morire e, come Springsteen stesso scrive, è “seduto in macchina di fronte a casa il mio luogo d’ascolto preferito”.
Questo emerge da quanto riportato per l’introduzione di “5x1: Pearl Jam Through The Eye Of Lance Mercer”, un libro fotografico che documenta la vita in tour, e più in generale on the road, dei Pearl Jam.

Insieme ad altre riflessioni di illustri colleghi (Pete Townshend, Michael Stipe e Ben Harper), Bruce si è preso la briga di scrivere per questo intrigante volume, le sensazioni provate durante il primo ascolto di “Ten” (album d’esordio del gruppo di Seattle).

Stando alla narrazione della vicenda, l’episodio risale all’epoca della pubblicazione di “Ten” negli USA, cioè sul finire dell’agosto 1991.
Il body builder del NJ è già padre di Evan (luglio 1990) ed è già sposato con Patti (giugno 1991) che attende la nascita di Jessica (data alla luce nel dicembre del 1991).
Ormai attorniato da una gestante, da un marmocchio e da pappe & pannolini più che da chitarre, a questo rocker sui quaranta, lontano dalla scena musicale da un bel po’, serve una botta di vita.
E per uno cresciuto ad hamburgers e chitarre, una botta di vita non può che arrivare da buona musica.
Detto, fatto.
E’ il passaggio radiofonico di “Alive” ad invogliarlo ad acquistare “Ten”.
Anche per lui l’album si rivela una bomba i cui detonatori sono individuabili nei possenti riff delle chitarre di Stone Gossard, compositore della musica di “Alive” (che Dio, anche solo per questo, lo benedica sempre!) e agli a solo dell’indiavolato Mike McCready (lead guitar).


Ma è l’apporto determinante della straordinaria timbrica vocale di Ed Vedder a rendere “Ten” un richiamo, un’adunata, il ruggito che squarcia l’immobilismo Rock di quel periodo e riporta il movimento in auge: l’album che svariati milioni di smaniosi appassionati del genere, aspettano da tempo.
Risolutivo è anche l’apporto del bassista Jeff Ament, cofondatore della band insieme a Gossard e quello di Dave Krusen alla batteria (che però abbandona il gruppo subito dopo le sessioni d’incisione).
Costretti a smentire l’odiosa pubblicità che li imputa quale band assemblata ad arte per sfruttare la reputazione di una Seattle ormai fucina di talenti musicali, questi ragazzi fanno di tutto per risultare ciò che sono: una sola entità con cinque anime e non, elementi all’interno di un gruppo.

Lo dimostrano con una capacità non comune a tutti i gruppi. Springsteen, evidentemente affascinato, dice: “avevano l’abilità di pestare duro e di suonare “morbido” (swing) allo stesso tempo. La musica si sentiva tranquilla e potente con un mucchio di connessioni tra gli strumenti. Queste sono le qualità che inducono a sostenere che sei davanti ad una vera band”.
Anche per Bruce si tratta, quindi, di una “vera band” e non di cinque ragazzi messi sotto contratto e obbligati a lavorare tra le stesse quattro mura. Il libro di Mercer, non a caso, tende a mettere in risalto il forte vincolo tra i compagni sin da quel “5x1” scelto come titolo (avete presente la nota massima, “tutti per uno”?). Ma più di mille parole e di mille libri, è proprio la copertina di “Ten” a chiarire questo spirito di fratellanza con semplicità disarmante: basta osservarla un attimo.

Ma Bruce, mi chiedo, ascoltando questi componimenti, avrà colto tratti in comune con i suoi lavori?
Probabile. Io ci trovo una certa forza in comune. Scorgo lo stesso dannato “sacro fuoco”. La forma-canzone dei (primi) Pearl Jam e diametralmente opposta a quella del musicista del New Jersey, ma a mio avviso spicca la medesima voglia di emergere attraverso un innato stile, una naturale attitudine alla musica Rock.
“Alive”, primo singolo estratto dall’album, è uno degli episodi più epici dell’intero lavoro e della carriera dei cinque e, come racconta Vedder all’ex giornalista, oggi regista cinematografico Cameron Crow, “è fondamentalmente un inno alla vita”. Uhm, anche “Born To Run” (album e omonimo brano), si è da più fonti precisato, è epico ed è un inno alla vita!
Sempre a detta di Vedder, l’ode alla vita è presente - ma, aggiungo io, non facilmente individuabile - nelle 11 composizioni del disco; difficile da riscontrare perché le atmosfere musicali e le liriche enfatizzano una diffusa insoddisfazione della condizione esistenziale. Lo scenario entro cui si muovono i protagonisti, è quello di una nazione post Regan di cui tutto sappiamo e che fa da sfondo alle dolenti storie di ragazzi segnati da un’amara adolescenza, di figlie vessate in ogni modo, di ragazzini incompresi e costretti a chiudere in una plateale ribellione la loro esistenza …
Un paio di rapidi esempi (a rischio linciaggio per il sottoscritto) saranno utili a far comprendere cosa sto blaterando.
Il testo di “Black” (il cui titolo lascia presagire un inquietante scenario) potrebbe essere figlio di quel pensiero pessimista reso noto in letteratura dal nostrano Leopardi. “Tutto l’amore andato a male ha tinto di nero il mio mondo” e poi, “So che un giorno avrai una vita bellissima/ So che sarai una stella/ So che sarai nel cielo di qualcun altro/ Ma perché non può essere il mio?”. Tanto deprimente, quanto bella. Davvero! Una di quelle canzoni che vuoi sentire quando sei triste, sai che nulla potrà tirarti su e decidi - badile in spalla - di andare a scavare un bel buco grosso nel terreno per trovarci l’eterno riposo.
E “Jeremy”? Beh, questa è più che altro la cronaca di una tragedia annunciata (il testo è ispirato ad un fatto realmente accaduto). Potrebbe essere accostata - con opportuni “distinguo” - ai “Dolori del giovane Werther” di Goethe: in tutti e due i casi il protagonista si toglie la vita, più come atto di estrema protesta che come gesto di resa.
E dov’è allora, l’inno alla vita in tutto ciò? Nel percorso quotidiano, siamo tutti più o meno preparati se non a riprendere la corsa, a riacciuffare la nostra faticosa marcia dopo una caduta. Tra mille improperi siamo pronti a risollevarci e a recuperare il passo: siamo pronti, insomma, a rimanere vivi.
E’ quanto asserisce il protagonista di “Alive”: malgrado tutto, sono ancora vivo. Dopo le violenze, fisiche e psicologiche cui sono stato costretto, sono qui, e canto la mia vita.
Ci trovo una certa corrispondenza con il “non mollare” che chiude con un leggendario verso la “This Hard Land” di Springsteen, dove Frank che crede di non farcela, deve tenere duro e nonostante tutto, deve rimanere vivo.

Lì chiuso in macchina, nel suo luogo d’ascolto preferito, Bruce, dev’essersi sentito proprio coinvolto da quei testi carichi di tensione, di rabbia, di solitudine (storie drammatiche e personali in molti casi, autobiografia del giovane Vedder). Nell’arrembante "Even Flow", nella dolce “Oceans”, così come nella rabbiosa “Porch”. Cosa darei per conoscere a fondo quello che ha pensato nell’ascoltare “Once” e “Release”, ovvero Alfa e Omega di questo album epocale. La prima, una tempesta in piena regola, una cavalcata hard rock con la chitarra di Mike McCready sugli scudi; agli antipodi, invece, “Release” a chiudere il capitolo con una melodia dal tessuto sonoro dal grande impatto emotivo: qui insieme a tre accordi (Re – Sol – Do!) la solenne voce di Vedder è in grado di far sanguinare anche i sassi. Con la sensibilità del musicista deve aver individuato talune influenze che la “band heavy metal che piace alla gente che non ama l’heavy metal” esprime in quell’opera prima.
Come già asserito da Springsteen, infatti, il segreto che rende la band, una grande band, è presto palesato: “Ability to play hard and swing at the same time”.
Le parole scritte nero su bianco dal “Capo” offrono un altro interessante spunto di riflessione. Nella musica di questo gruppo, convivono le due anime del rock: quella scura e violenta, e, quella solare e dolce. Perché in certi brani, è bene far suonare le chitarre tanto da rompere i timpani, ed in altre, è opportuno che il suono delle corde carezzi l’udito. L’importante è capire “il quando” e “il come” dosare questi elementi. A questo punto, paragonare le doti ed (in parte) il sound dei Pearl Jam a quelli di Who e Led Zeppelin, è quanto di più straordinario e tremendamente sincero si possa fare. E lui, Bruce, ha l’onestà di farlo, menzionando due bands inglesi che hanno fatto scuola, spodestando l’egemonia nel circuito Rock dei gruppi americani (anche sul loro suolo, nell’èra della cosiddetta “British invasion”). Bands che, appunto, sapevano quando picchiare duro e quando darci dentro con la melodia. Che meraviglia: un grandissimo del Rock che paragona altri grandi del Rock ai capofila di un genere!

Quella frase finale, poi, “sono uscito dall’auto sentendo che avevo del lavoro da svolgere”, per me, è illuminante sull’effetto prodotto su Springsteen dal primo ascolto di “Ten”.
Pare l’ammissione del maestro che questa volta, complice l’occasione fornita dall’allievo, si rimbocca le maniche e si accinge a compiere il proprio “dovere”.
Grande!

La chiudo qui.
“Ten” è finito sulla stessa ipnotica musica “Master/ Slave” di apertura. L’autoradio restituisce il CD e Bruce esce dal suo “punto d’ascolto preferito” con la testa piena zeppa di spunti pronti ad essere concretizzati nella piccola sala d’incisione allestita nella sua villa, ma … “Bruuuuuuce!”, Patti lo chiama perché richiede aiuto per non meglio precisate commissioni domestiche. Ecco come l’ispirazione fornita dal disco dei ‘Jam, svanirà e non sortirà più alcun effetto.
Dài scherzo!

Pubblicato anche su "badlands.it"


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