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lunedì 11 febbraio 2013

Let The Fury Have The Hour

All’epoca della Thatcher i Clash cantavano Let fury have the hour/ Anger can be power/ Do you know that you can use it? (Venga l'ora del furore/ La rabbia può essere forza/ Sai di poterla usare?). Più che un’invettiva scagliata da quattro pallidi inglesi, Clampdown conteneva parole esasperate. Persino dall’altra parte dell’Atlantico venivano adottate da chi viveva con disgusto gli anni del conservatorismo. Liriche fiammeggianti che non hanno smesso di ardere e che oggi ritornano nel titolo di un lungometraggio particolarmente interessante.
Gli ottantasette minuti di Let The Fury Have The Hour forniscono 50 diversi punti di vista sul valore assegnato, ai giorni nostri, alla controcultura. Da dove scaturisce, da dove trae linfa, dove attecchisce e che importanza può avere per propagarsi tra l’opinione pubblica. Queste le analisi approfondite dai protagonisti dell’anticonformismo militante, alcuni musicisti, altri rapper, scrittori, registi, skater, disegnatori che hanno contribuito a sviluppare la trama del film. Tutti cercano, fondamentalmente, di rispondere a due quesiti posti dal regista D’Ambrosio. Uno è preso a prestito dalla penna di Joe Strummer, che in White Riot si chiedeva Are you going backwards or are you going forwards?. Un interrogativo che qui viene mosso al plurale in un ben più coinvolgente “Andiamo indietro o avanti?”. L’altro – “In che mondo volete vivere?” – risulta strettamente personale, ma non meno epocale.
Tra le testimonianze si distinguono quelle concesse da musicisti barricadieri come Billy Bragg, Chuck D (Public Enemy), Wayne Kramer (MC5), Ian MacKaye (Minor Threat) e Tom Morello; quella del regista indipendente John Sayles; quelle di strenue sostenitrici dei diritti civili quali Edwidge Danticat, Eve Ensler e Staceyann Chin; quelle di cattedratici del dissenso come Stephen Duncombe e Richard D. Wolff.

La pellicola è stata scritta e diretta dal “multitasking” Antonino D’Ambrosio, oggi quarantunenne, che ha vissuto (e forse subito) in prima persona l’edonismo reaganiano. Proprio questa sua diretta conoscenza del periodo, associata ad una passione incondizionata per la musica e la street art, caratterizza la materia trattata. D’Ambrosio ha visto innalzare steccati in una comunità abituata a condividere più che a dividere. Anche se per lui, il sogno americano si è palesato in tutto il suo splendore. Figlio di un muratore emigrato da Colli a Volturno (Molise), nasce e cresce in un quartiere operaio di Philadelphia. E’ lì che dopo l’elezione di Reagan respira l’esaltazione per “l’individualismo feroce” e “il consumismo sfrenato”. Negli anni ’80, buona parte dell’occidente sperimenta la progressiva rimozione del welfare state lungo l’asse politico Reagan-Thatcher, mentre nei sobborghi di grandi città risorge una rinnovata controcultura. D’Ambrosio percepisce nei linguaggi dell’arte di strada un metodo di contrasto pervasivo, una risposta creativa al potere, che tenta di contrastare l’ondata di egoismo dominante. Un intreccio tra ritmi ribelli del punk rock, raid anarchici dello skate, graffiti pirateschi e linguaggio di denuncia dell’hip-hop che guidano all’ispirazione e immunizzano al cinismo. Terminati gli studi postuniversitari con un master a New York come borsista (dove riceve ambiti riconoscimenti) D’Ambrosio scrive libri, gira diversi cortometraggi e fonda il sito non profit La Lutta NMC (www.lalutta.org) rimanendo ancorato alla cultura alternativa e indipendente. Il suo libro A Heartbeat and A Guitar: Johnny Cash and the Making of Bitter Tears (2009) riceve ottimi elogi da Jim Jarmush, Pete Seeger e Howard Zinn. Finché ai giorni nostri presenta Let Fury Have The Hour, sua prima opera cinematografica, ispirata ad un suo precedente scritto, in gran parte dedicato al musicista che più di tutti lo ha influenzato: Joe Strummer.

E’ la musica dunque, a fare da collante a immagini che si mescolano in un conglomerato di arti policrome. A far parte della colonna sonora sono, tra le altre, le deflagranti invenzioni di Rage Against The Machine, Public Enemy, Gogol Bordello, MC5, The Clash, Fugazi, Minor Threat, Manu Chao e Streetsweeper Social Club. Un manipolo di artisti che ha disintossicato, con la creatività, l’inquinamento delle politiche reazionarie di certa cultura americana (e non solo) figlia degli anni ’80.
Selezionato per l'edizione 2012 del Festival di Tribeca, il film si avvale anche dell’opera di Shepard Fairey, graphic designer noto per aver realizzato Hope, la quadricromia di Obama.


sabato 10 gennaio 2009

Santa Claus has come to town (part two)

Combinazione di generi se ne trova anche in "Now I Got Worry" (1996), della Jon Spencer Blues Explosion, ove la locuzione assume il suo precipuo significato.
Quest'album è un gran calcio in culo! Si parte per l'orbita (occhio, ci si arriva con la pedata) e non si rimette piede (o natica) sulla terra, se non quando il dischetto è fuori dal lettore. L’iniziale "Skunk" comincia e termina con un urlaccio (non sparare il volume dei diffusori se, insediati nei paraggi, ci sono malati di cuore), "Identify" furoreggia per un minuto e "Wail" è il perfetto brano "brutto, sporco e cattivo". Il disco, pur viaggiando su dinamiche Blues, è assolutamente non convenzionale: sono individuabili chiari riferimenti all'Hip Hop ("Fuck Shit Up"), al Blues più tradizionale ("Booketship" e "Can't Stop"), al Rock funkeggiante degli Stones ("Dynamite Lover") e addirittura alla dance (!) presente con un brevissimo inserto nel mezzo di "Eyeballin".
Cantato con estremo vigore da Jon Spencer (voce e chitarra) e suonato con ruvida potenza da Judah Bauer (l'altra chitarra) e Russel Simins (batteria), questo capolavoro si presenta in uno spartano cartonato (no testi, no booklet) con cover photo di un poco ispirato Danny Clinch (fotografo tra gli altri di Pearl Jam e Springsteen).
Album spacca tutto, da avere ad ogni costo.
Attenzione: Babbo Natale mi ha detto che è difficile da reperire nei “vecchi” negozi di dischi (per chi ancora se ne serve).

"Relish" pubblicato nel 1995, invece, è un album relativamente facile da inquadrare.
Blues e Rock dipingono la stessa tela in un’alternanza di colori caldi che ben tratteggiano uno scenario adeguato alle appassionate pennellate di Joan.
E’ un percorso altalenante, quello intrapreso dalla Osborne, che origina un quesito ancora irrisolto: cantante sfortunata o sopravvalutata? Per mia buona sorte non ho il compito di pronunciare l’ardua sentenza. Il dato di fatto è che la statunitense, con questo grande album vende - meritatamente - oltre 2 milioni di dischi e poi, con i lavori seguenti, smantella quanto edificato.
Ottimi sessionists in studio, grande produzione e un hit invidiabile (il singolone "One Of Us" ripreso anche da Prince o come cacchio si fa chiamare ora), fanno balzare in classifica e agli onori della cronaca musicale la cantante dai boccoli caramello.
Di straordinaria bellezza le malinconiche "St. Teresa" e "Pensacola"; di grande impatto il Blues di "Dracula Moon", su cui la graffiante voce di Joan finalmente si produce in tutta la sua potenza; vivace e con incursione di sax "Right Hand Man"; bello il “quasi Rock” di "Ladder" con tappeto sonoro di organo a fare da contraltare alla voce della Osborne; sbilenca e cantata alla maniera delle bad girls (del resto il titolo non lascia adito a fraintendimenti) "Let's Just Get Naked". Ancora Blues a profusione in "Help Me" con tanto di spazzole a lisciare le pelli, slide a pettinare le corde e muto soffio trasformato in vibrato dall’armonica. In evidenza la magnetica voce della volitiva Joan in "Crazy Baby" prima che la dolcissima chitarra della ballad "Lumina" chiuda il disco.
Ah, quasi dimenticavo, la versione di "Man In The Long Black Coat" (da "Oh Mercy" di tal Bob Dylan) è da antologia.
Manco a dirlo, anche qui, non c'è traccia dei testi nel libretto interno.

Per una sorta di legge della compensazione, invece, sono ben due i corposi libretti, ricchi di note, di foto e di tutti i testi dei brani inclusi nella prima antologia realizzata per “The Only Band That Mattered”, che si trovano in "Clash On Broadway" (questa è la stampa del 2000, rimasterizzata a cura della Epic/Legacy).
Pubblicato quando la guerrilla dei Clash è un’esperienza ormai dichiaratamente chiusa, questo coacervo di policarbonato, carta e informazioni digitali, è un pezzo di storia bello da sentire e da vedere.
I Clash mi offrono la possibilità di affermare che qualche colletto bianco del marketing dotato di buon gusto, esiste. Non posso non crederlo avendo appreso che questa raccolta nasce grazie alla pubblicità ideata per un paio di jeans. Ecco quindi risuonare il mitico riff di “Should I Stay Or Should I Go” sulle immagini del martellante spot televisivo che la Levi’s ha commissionato ad un’agenzia pubblicitaria che sa il fatto suo. Che abominio: il gruppo Rock più dichiaratamente di sinistra "usato" per fare marchette in combutta con una multinazionale! Il singolo, a 10 anni dall’esordio, ritorna dunque prepotentemente ed inaspettatamente in classifica (1991). Il rinnovato successo del riff di Jones convince la casa discografica a inventarsi un modo per vendere il brano ritornato popolare. Includerlo insieme a sessantadue brani di “combat Rock”, tra cavalli di battaglia, demo e alcuni inediti, può essere la soluzione. La notizia (pessima) è che tra questi manca “Know Your Rights”.
Attualmente questi 3 dischi si alternano nel mio lettore CD con il "Live at Shea Stadium" da poco edito: ma questa è un'altra storia ...

Grazie Babbo Natale, davvero!
E sappi che non devi sentirti obbligato a passare a trovarmi solo una volta l'anno!

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lunedì 24 novembre 2008

Io so qualcosa che tu non sai

Ascolto la musica dei Clash e ho l’impressione di essere esposto ad una gragnola di proiettili pronti a investirmi. The Clash “The Only Band That Matters” ovvero, Joe Strummer, Mick Jones, Paul Simonon, Nicky “Topper” Headon. Uno, due, tre, quattro! Chitarra, batteria, basso e l’inconfondibile voce di Joe: Rock dallo scoppio rapido a rompere il silenzio, onda sonora che si propaga fino a tutto travolgere.
La mistura tra musica meticcia e testi impegnati, dà forma a un Rock’n’Roll capace di annullare ogni frontiera di genere e qualsiasi distanza tra palco e pubblico. Quattro inglesi dall’aspetto volutamente trasandato pronti ad enunciare l’imminente avvento dell’apocalisse. Gli anni ’70 volgevano al termine, era l’epoca in cui le politiche liberiste smantellavano il welfare state degenerando, fino ai giorni nostri, nell’annientamento di ogni tipo di tutela per la classe lavoratrice. Erano anni in cui aumentavano gli scioperi innanzi alle fabbriche, in cui dilagava la disoccupazione e, last but not least, intere palazzine inglesi rimanevano vuote pur di non essere riqualificate o destinate agli homeless. I Clash, denunciavano tutto, senza riserve. Contestavano queste aberrazioni perché erano parte di quello stesso pubblico che subiva, erano ragazzi angustiati per il proprio futuro, al pari dei loro fans. Questo rapporto simbiotico li poneva in cima alla concisa lista di bands che amavano condividere tutto con i propri estimatori: spartire con loro i camerini era la regola, vietare alla security di essere intransigente durante i concerti era una norma comportamentale imprescindibile, regalare ingressi a schiere di fans, anche occasionali, non era un’insolita iniziativa.
Ma la band imploderà su se stessa nel momento di massima esposizione mediatica. La corrente centripeta del 1982 sgretolerà il gruppo: sarà in gran parte imputabile alle prese di posizione di Joe Strummer, incapace di gestire un inaspettato quanto disprezzato successo planetario.

Joe era una scintilla scagliata via dalla stessa lingua di fuoco che gli aveva dato la vita.
Una scheggia infuocata pronta a generare altre fiamme, incendi ovunque.
L’unico chitarrista capace di trovare posto nel “giro che conta” nonostante fosse solo uno “strimpellatore”!
In realtà Mr. John Graham Mellor (in arte Joe Strummer) era discendente dalla stessa virtuosa progenie cui erano appartenuti Elvis, Johnny Cash, Hendrix, MC5, Stooges e ne ha a sua volta vissuto la medesima parabola.
Come loro, era animato dallo stesso spirito rivoluzionario che gli ha consentito di annientare le convenzioni, di recidere i legacci che ad intervalli regolari hanno imbrigliato il mondo del Rock.
Per Joe la musica ha sempre ricoperto un ruolo di vitale importanza. Aveva quella strana febbre, quel raro morbo che prospera solo in certi uomini, quella smania che costringe ad essere alla continua ricerca di un qualcosa che, se conquistato, risulta fuggevole.

Il vuoto lasciato dalla sua scomparsa è - lessico abusato ma autentico - incolmabile: a consolare, resta la constatazione del fatto che il viaggio è stato breve, ma impareggiabile.
Dei folk singers che frequentavano il Greenwich Village nei primi ‘60, Bob Dylan ha detto: “Tutti i grandi artisti che ho visto e a cui volevo assomigliare, avevano una cosa in comune … era nei loro occhi. Il loro sguardo diceva: io so qualcosa che tu non sai”.
Affascinanti parole quelle di Dylan, perfette per descrivere l’enigmatico sguardo di Strummer.

Recentemente ho visto il sensazionale “The Future Is Unwritten” un intenso docu(mentario)film colmo di aneddoti su Joe, sui Clash e su quella magnifica manciata di anni in cui si è manifestato, in tutta la sua essenza, il fenomeno Punk. Da fan non proprio attento, mi sono più volte chiesto dove il regista avesse ripescato quel titolo già sentito finché, dopo alcune ricerche, non ho individuato la piccola epigrafe raffigurata sul retro della copertina dell’LP “Combat Rock”.

Il disegno – ripreso anche per la front cover del singolo “Know Your Rights” – illustra una stella rossa su cui è posto un libro aperto: sulla pagina destra compare un revolver, su quella sinistra campeggia una truculenta scritta di sangue ov’è richiamato il motto “The Future Is Unwritten”.
Già, un revolver: perché dici Clash e ti senti minacciato da una pistola puntata in faccia. Il futuro non è scritto, invece, è l’ineluttabile profezia enunciata a vent’anni dal suo compimento e avvenuta quando tutto invece, pareva scritto. Il gruppo, infatti, era nuovamente pronto a salire sullo stesso palco per l’ingresso nella Rock’n’Roll Hall Of Fame, in un momento in cui vecchi dissapori venivano accantonati (anche se solo per un giorno). Milioni di fans, la band e Joe stesso, beffati dal destino.

Ma non c’è da essere tristi, con tutta l’ottima musica che i quattro inglesi sono stati capaci di diffondere e lasciare in eredità anche a chi, come me, non ha avuto modo di conoscerli da vicino.
E poi Joe aveva quello sguardo enigmatico che pareva celare quel qualcosa d’inconfessabile …


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