venerdì 24 luglio 2009

Born To Rome

Bruce Springsteen and The E Street Band
Roma, 19 luglio 2009 - Stadio Olimpico

Con uno show di tre ore Bruce Springsteen si esibisce per la prima volta in carriera allo stadio Olimpico di Roma aprendo la tre giorni italiana di questo suo ultimo tour. Rinnegati gli ultimi due album, Magic e Working On A Dream, vengono riproposti molti grandi classici che hanno reso celebre l’artista del New Jersey. Nel cuore della notte il generoso ed energico performer si ricongiunge al suo pubblico più devoto con una esibizione che supera il mero aspetto artistico per approdare anche ad una dimensione fisica.
Il palco a ridosso delle prime file annulla tutti gli ostacoli tra il musicista e il suo pubblico e il rapporto empatico si rinnova anche attraverso numerose strette di mano. Al suo fianco, poi, l’imprescindibile ausilio della E Street Band porta Bruce a difendere validamente il titolo di imbattuto campione mondiale di Rock’n’Roll.

Quando Born To Run debutta nel circuito musicale, Springsteen ha 26 anni, un paio di Converse scalcagnate ai piedi, un mucchio d’idee in testa e una travolgente passione nel cuore. Una passione capace di fargli conquistare – ben al di là di ogni più rosea aspettativa – lo status di indiscusso eroe del rock ’n’ roll. È con Born To Run, infatti, che il musicista mette a fuoco sogni e disillusioni di giovani vagabondi alla deriva ma ancora capaci di scorgere un barlume di speranza in un futuro favorevole. Se invece di essere un disco fosse un film (e a tratti pare davvero uno script cinematografico) la scena madre sarebbe individuabile in quella magistrale immagine della coppia che si lascia alle spalle la città per camminare verso il caldo abbraccio e il fulgore dei raggi del sole, metafora di un domani più rassicurante.
Una vita dopo Bruce Springsteen è un artista affermato, ha da tempo rottamato le vecchie Converse, la sua vena creativa si è un po’ inaridita ma dal suo animo sgorga ancora veemente quella passione che lo rende musicista di primo piano (si veda la sua odierna influenza su molteplici artisti), performer imbattibile (si assista anche solo ad un suo concerto a caso) e uomo sensibile al sociale (è noto il suo impegno in numerose cause benefiche).
Born To Run è ancora oggi una presenza fissa nei suoi show, Bruce è prossimo ai sessanta e se non fosse per la convinzione espressa nell’esecuzione del brano, potrebbe tranquillamente essere scambiato per un attempato riccone che blatera di eventi lontani anni luce dalla sua vita. Ma il rischio non sussiste: Born To Run non è più sua. O meglio oggi, forse, è più del suo pubblico che sua. Quando a Roma le luci illuminano tutti i 40.000 e passa presenti (molti dei quali giovanissimi) l’ennesima riproposizione di quello che è l’inno internazionale del rock ’n’ roll viene cantato all’unisono come fosse un’invocazione, una richiesta accorata di quel barlume di speranza individuata dai protagonisti del noto brano. E per almeno cinque minuti tutti sognano di essere vagabondi che camminano nel sole.
Il concerto romano, anzi l’intero tour, fa leva sul risveglio di emozioni che gli ultimi Magic (2007) e Working On A Dream (2009) non possono suscitare. Si punta tutto, allora, sulla proposta di inossidabili brani della produzione passata a scapito di queste due modeste pubblicazioni. La novità, insomma, è che non ci sono novità. Vengono propagandati solo tre pezzi recenti: Outlaw Pete, Working On A Dream e su richiesta Surprise Surprise (Magic, addirittura, non è affatto rappresentato). Bruce è costretto a sbugiardare se stesso mortificando l’avventata scelta di dare alle stampe due album praticamente brutti che non apportano linfa allo show.

I momenti migliori di questo primo concerto italiano sono quelli che recuperano i cavalli di battaglia. Mezzo prezzo del biglietto viene consumato dalla durissima Badlands (che infonde energia a tutti i fans più accaniti, in coda da giorni) ,perfetto esempio di battesimo del fuoco, una No Surrender che ripropone sui megaschermi immagini amarcord della leggendaria E Street Band (con l’organista Federici ancora in vita), una Seeds da brivido, sporca e ringhiata proprio come ai bei tempi, e una felicissima You Can't Sit Down (“from Ciccio to Ciccio, my old friend!”).
Altri componimenti storici quali Johnny 99 e Atlantic City risuonano a cavallo della mezzanotte. Mostrano chiaramente la capacità di una band in grado di dialogare col blues così come di esprimere al meglio quel country rock tanto caro allo Springsteen memore della lezione dei Creedence.
Raise Your Hand, un R&B del passato, lascia il mattatore libero di scorrazzare su e giù per il palco e fa il paio con Hungry Heart la cui apertura, come di consueto, viene affidata alle ugole di un divertito pubblico. Affettuoso, invece, si rivela il gesto di provare a far cantare il refrain di Waitin’ On A Sunny Day, ad un bimbo che proprio non ci riesce. Bello il ripescaggio di Pink Cadillac, testo allusivo e struttura honky tonk per un brano ripreso anche dal “Killer” Jerry Lee Lewis.
Ormai parte integrante dello show, il momento del jukebox ha un ruolo centrale. Tra la selva di cartelli che vengono letteralmente lanciati su Springsteen da ogni angolo del pit (lo spazio sotto il palco riservato ai primi mille arrivati) vengono estratte I’m On Fire, regalata ad una incredula ragazza prossima al matrimonio, e una Surprise Surprise che da un lato rende glorioso il compleanno di una conterranea del Boss presente tra il pubblico, dall’altro getta nello sconforto i “seguaci” di vecchia data (non a torto!). Prove It All Night, qui un po’ scolastica, è sempre meravigliosa e regala al pubblico un assolo di Nils Lofgren complesso e vivace.
La band è indiscutibilmente in palla e Max Weinberg brilla di luce propria dietro la batteria, mentre un rinato Steve Van Zandt sembra vestire, come un tempo, i panni della vera spalla di Bruce a causa della prolungata assenza di Patti Scialfa (moglie e più o meno musicista/corista della band).
Sul finire del main set risuona American Skin, inaspettata e dolorosa come un pugno improvviso allo stomaco molle e indifeso. Viene eseguita per la seconda volta in questo tour. Springsteen ha passato i guai per averla fatta esordire nel glorioso tour del ricongiungimento artistico con la E Street Band.

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mercoledì 8 luglio 2009

4th Of July, Alberobello (Patti)

Patti Smith Acoustic Trio
Alberobello, 4 luglio 2009 - Piazza Indipendenza


In un incantevole scenario architettonico e naturale, Patti Smith regala per un’ora e mezza un’intensa ed appassionata rivisitazione in chiave acustica dei suoi brani. Al chiaro di luna, racconti di vita, morte e resurrezione si vestono di musica e compenetrano sotto pelle come un antidoto salvifico, tra ballate spettrali e rock ’n’ roll impareggiabili. L’artista veste i congeniali panni di sacerdotessa e protagonista assoluta, Lenny Kaye quelli di guitar man e amico fraterno, e Jesse Smith di musicista esordiente e figlia. Il pubblico, invece, ricopre il ruolo di testimone ed esterrefatto comprimario di una serata storica. Assieme alle registrazioni di altri tre concerti, quella pugliese verrà pubblicata in un disco live. Una volta di più, Alberobello è patrimonio mondiale dell’umanità.

Sono le 22 esatte quando Patti Smith entra in scena per aprire questa terza edizione della manifestazione Primitivo Festival - la provincia dei suoni, che coniuga arte e turismo e che mira a richiamare presenze nei luoghi incantevoli della provincia barese con l’avvento di artisti internazionali.
Con il suo gentile incedere l’immancabile Lenny Kaye, longilineo e ormai quasi canuto, compare al fianco della musicista e poetessa americana. Lei, sorridente nei suoi blue jeans infilati in stivali texani e con la chitarra a tracolla, esordisce con un timido ma preciso “Buonasera”.
Con serenità mista a rassegnazione, una nenia dolce e malinconica, apre il concerto. Si tratta di un nuovo componimento offerto alla memoria dello scomparso Michael Jackson. Un pre-set onirico, quasi astratto dal contesto passionale nel quale si svilupperà lo spettacolo.
Patti Smith mito ribelle degli anni ’70, è al centro di un palco spoglio che contempla solo un fondale nero con la riproposizione del logo del festival ospitante ed essenziali fasci di luce ad illuminare la scena. La sua figura, tutt’altro che curata, catalizza lo sguardo della muraglia umana che le si para di fronte e che è stipata in ogni anfratto dell’anfiteatro. Dopo Radio Baghdad, eseguita solo dalla Smith e da Kaye, Jesse Smith fresca dei suoi 22 anni (presentata semplicemente come “my daughter”) fa il suo ingresso sul palco.

Parte l’accompagnamento al piano per Grateful, poi l’aria s’impregna delle dolenti atmosfere di Birdland: i tasti suonano una melodia solenne, la chitarra insegue note altissime e la voce rincorre l’interminabile testo e all’ennesimo “where we are not human, we’re not human”, Patti lascia partire un primo spurgo di saliva. My Blakean Year mostra una Smith capace di tenere sempre alta l’attenzione del pubblico (abilità rara quando lo show è acustico), ma per non rischiare troppo, Redondo Beach vira verso l’allegro motivo affidato all’organo di Jesse e alla chitarra aggiunta di Mike Campbell, suo compagno di vita, che si aggrega al trio. Testo lugubre per un ritmo reggae che si addice al battimani ritmato del pubblico.
Nell’ipnotica Ghost Dance c’è gloria anche per Lenny, che canta qualche verso smussando il ritornello con la sua vocalità dolce, perfetto contraltare ai toni spigolosi della sacerdotessa “maudit”. Lei spesso canta in trance, spesso cerca il non limite del cielo aperto, spesso accompagna i versi con gesti sinuosi, sbraita e scalcia come un mulo, sembra una debuttante eppure calca i palcoscenici che contano da oltre trent’anni (era il 1975 quando ancora giovane appariva su Horses nel bianco e nero a cura dell’amico fraterno Mapplethorpe). Calcoli anagrafici a parte, l’inesorabile luminosità del palco rende evidente un dato di fatto: Patti Smith è vecchia. E la sua vecchiaia viene ostentata senza indugi. Quello che futilmente pare un limite nell’odierno showbiz, è al contrario, il suo punto di forza. È un’artista, non una diva. La sua immagine è di una brutale essenzialità e riflette senza alcun gioco di prestigio l’immagine di una donna di 62 anni. La mostra come dovrebbe essere, senza temere l’evidente ricrescita di capelli perennemente in disordine, senza trucco su occhi contornati da rughe, senza artifici posati sul o nel viso ormai vinto dal tempo e assalito dalla peluria, e senza timore d’inforcare occhiali (tondi e fuori moda) per correggere la vista. Al contrario di molte sue colleghe – e ahimè molti colleghi – è perentorio il divieto di utilizzo di espedienti volti ad ingannare. Ecco, dunque, l’antidiva per eccellenza mostrare il suo naturale declino fisico in tutta sincerità. Uno stile che, con le dovute differenze, richiama quello dell’attrice Anna Magnani, capace di rimproverare una truccatrice che prima di un ciak intendeva coprire quelle che a lei sembravano rughe, ma che in realtà erano racconti di vita. Così pure per la Smith: ogni piega una sofferenza, ogni solco del viso scavato da lacrime amare per la perdita di marito, parenti e compagni di viaggio.

Ma per eroi ed eroine attraversare la tempesta è un obbligo da affrontare con dedizione alla causa. Il fardello di tramandare la stirpe di poeti, maledetti e audaci che va da Rimbaud a Ginsberg, risolleva lo spirito di una donna affranta ma non sconfitta. Una che con slancio ha ripreso un percorso interrotto prima volontariamente (per costruirsi una famiglia) e poi forzosamente (quando la famiglia faticosamente costruita ha perso un cardine con la morte, nel 1994, del marito Fred “Sonic” Smith, già chitarrista degli MC5). Un percorso senza via d’uscita che la veicola nuovamente nel vortice dell’arte. Quel vortice che l’ha condotta in questo piccolo e splendido borgo della provincia barese, dove, per la conclusione dello show, raccoglie ovazioni e gratitudine che ricambia con una passeggiata in platea su Dancing Barefoot. Non è più giovane ma è ancora destinata a cantare l’amore (Because The Night, e questa la sanno pure i trulli), la speranza (People Have The Power) la delusione (la splendida Pissing In A River), il desiderio (Gloria). Recita di anime in pezzi marcite nella disperazione e di ferite rabberciate in qualche modo (proprio in Dancing Barefoot). Per la sua stirpe ogni tempesta muta in arcobaleno, ogni dolore muta in sofisma, in una sorta di congiungimento al nirvana.La sua vecchiaia non ha placato la sua irrequietezza, perché ancora sputa come il codice del movimento punk prescrive e perché, insofferente, punta i pugni ad un cielo che pare voler tirare giù e inchiodare al terreno per annullare un limite invalicabile, con l’intento di disarcionare ipotetici dèi dal loro potere e imporgli un solo giorno di sofferenze su questa terra. La sua autentica aura da bohémien è comprovata da un evento accaduto nel pomeriggio, dopo il soundcheck. Si concede un piccolo giro turistico con l’intento di visitare una minuscola chiesa. Incuriosita dal gruppetto di gente ferma sul sagrato, una giovane famiglia di passaggio si ferma e l’attende. Lei li nota e quasi timidamente chiede il permesso di immortalarli con una foto (“un ricordo da conservare”) che scatta con la sua mitica Polaroid. Esempio sbalorditivo della sua curiosità per persone in cui s’imbatte e per luoghi che l’accolgono. Così come è sorprendente l’improvvisato augurio cantato sul palco (con tanto di “Happy Birthday” intonato in coro da tutto il pubblico) a Stefano, suo locale assistente che è nato il 4 luglio. “Negli U.S.A. il 4 di luglio è il Giorno dell’Indipendenza – dice – e proprio adesso stanno sparando i fuochi d’artificio. È la data designata a celebrare la libertà”, e parte una coinvolgente People Have The Power. Ed è festa, perché nessuno più resta seduto: tutti si riversano sotto il palco richiamati da un’enorme forza invisibile. Ma il lato scapigliato del carattere della Smith non penalizza in alcun modo la professionalità. Lo show, infatti, dev’essere perfetto non solo perché finirà su disco, ma perché il rispetto per il pubblico è sacro. Ed allora, subito dopo Grateful, richiama l’attenzione con un ibrido “Scusè” e chiede al tecnico del suono (che chiama Michele, per nome!) di dare più volume al piano (“Jesse need more piano”) e più spessore alla voce (“and I need a little more vocal”) cosicché la platea possa godere appieno della performance. E conclude con un goffo “Grassie, grassie”. Con la dolce Wing dedicata alla figlia Jesse e a “tutti i bambini in cui è riposta la speranza per un futuro migliore” e l’ardente Gloria (ecco le immagini), si conclude un rito catartico, più che un concerto. Già Signora Smith, non è solo negli States adesso che i botti pirotecnici stanno illuminando la notte. Per una serie di coincidenze, infatti, viene in mente una grande canzone di Springsteen [4th Of July, Asbury Park (Sandy)], che adeguatamente corretta nel nome della protagonista e del luogo sarebbe una perfetta sintesi della serata: “Patti, i fuochi d’artificio scintillano su Alberobello in questo 4 di luglio”.
La "Godmother of Punk", a 62 anni, è poetica, avvincente e più giovane che mai.

Report per Revolving Doors.

domenica 21 giugno 2009

A wop bop a lu bop, a wop bam boom

Fresco, colorato, con un indovinato cast e una sceneggiatura modellata sulla splendida colonna sonora. “I love Radio Rock” (The Boat That Rocked) è zeppo di potente Rock’n’Roll, profondo Soul e sfavillante Rhythm and Blues.
Il lungometraggio di Richard Curtis ripercorre la vera storia di una ciurma di dj rockettari che – è il caso di dirlo – in balia delle onde trasmette illegalmente musica da una nave.
Sotto mentite spoglie il cargo, in realtà una stazione radiofonica in piena regola, diffonde il meglio della musica anni ’60 per tutto il giorno, dal freddo Mare del Nord alla (insospettabile) calda audience inglese.
Una commedia davvero hype con il solito strepitoso Philip Seymour Hoffman, ma soprattutto un film tutto-musica che si pone lì tra Alta Fedeltà, Reign Over Me e School Of Rock.


Bombardare il Regno Unito nel 1966. Ventiquattr’ore su ventiquattro. Dal mare. Colpire i sudditi di Sua Maestà sì, ma a suon di Rock. E’questo l’intento della nave ormeggiata al largo delle coste inglesi. Si tratta di un mercantile occupato da una ciurma di fricchettoni che trasmette illegalmente programmi radiofonici anticonformisti pronti a far dimenticare il noioso palinsesto della BBC.
Rompere gli schemi precostituiti, sconfiggere un bellicoso ministro del governo inglese, far respirare anche ai glaciali inglesi l’odore della libertà attraverso il mezzo radiofonico, mandare in onda la potenza degli Who, i riff dei Kinks, il suono di Hendrix, il miscuglio dei Cream, la melodia di Martha and the Vandellas e il fragore degli Stones per tutto il giorno: a questo serve l’osteggiato progetto di Radio Rock. Certo, anche ad aprire una breccia in un mercato nuovo, s’intende, ma prioritariamente ad esprimere un diverso concetto di radio. Libera.
Gli otto “pirati” dell’etere trovano terreno fertile in un paese che prevede solo 45 striminziti minuti di programmazione Rock. I novelli carbonari, invisi al potere, sono costretti ad ingaggiare con il borioso Kenneth Branagh, una battaglia davvero prodiga di divertenti gag culminanti in sproloqui (e turpiloqui) radiofonici da una parte, e striscianti trame di annientamento dall’altra.
Tanto per rendere le cose subito chiare circa il genere di musica scelto per le immagini, viene affidato ai Kinks dei fratelli Davies il compito di bagnare la pellicola con il corroborante “All Day And All Of The Night”, hard rock ante litteram. La band britannica condivide, tra gli altri, la colonna sonora con i connazionali Cream, presenti con quella “I Feel Free” non inclusa nella prima edizione inglese dell’album “Fresh Cream”, e con l’arcinota With Girl Like You dei meno noti Troggs (quelli di "Wild Thing" che tanto piace alla E Street Band in questo periodo).
Ecco come l’emittente clandestina diventa nel suo piccolo precorritrice di tempi e messaggera di novità che su vasta scala e in ben altro modo, porteranno a quello storico e rivoluzionario ’68. I disc–jockey, del resto, vivono in barca alla stessa stregua di una comune, fanno proprio il motto “make love, not war”, perfino una lesbica fa parte dell’equipaggio e il viaggio, beh, quello non è solo uno spostamento fisico … Tutto sotto gl’occhi del giovane Carl, ultimo arruolato a bordo, in cerca di se stesso ma anche di qualcos’altro.

Il film non dispensa inquadrature a nutrite schiere di dischi, pile di vinili rivestiti da cartoni che ritraggono gli eroi del Rock’n’Roll (è un paradiso visivo quello che si schiude agli occhi sullo scorrere dei titoli di coda), puntine in primissimo piano su solchi di LP danzanti come dervisci rotanti e voci nuove che introducono e sfumano il pezzo con toni inconsueti, a tratti eccentrici, a volte suadenti oppure rozzi, insomma spontanei.
Dischi da custodire come tesori anche in tragici momenti (Bob, dj stagionato, che sprofonda nelle acque con la sua “ricchezza”). Senza dubbio oggetti ma che, diversamente da altre suppellettili, sprigionano un corredo di emozioni che non ha pari. Musiche elettrizzanti o pallide, liriche impegnate o spensierate: tutto l’umano arco emozionale inciso in microsolchi. Difficile abbandonarli, anche a costo di rimetterci la pelle. E poi, a proposito di emozioni estreme, è affidata al “Conte” (ovvero Hoffman) la battuta più divertente di tutto il film. Nell’intraprendere una spericolata sfida con il compagno e rivale Gavin (Rhys Ifans), l’uomo dalla “barba alla Fu Manchu” cerca coraggio in una massima del Reverendo Richard Wayne Penniman (Little Richard) che riassume tutta una filosofia di vita, ovvero: “A wop bop a lu bop, a wop bam boom!”.
Strepitosamente rockeggiante!

mercoledì 17 giugno 2009

Horizons - Quick Change Act

Affiorano intimi racconti dall’ascolto dei sette brani scelti per Quick Change Act, EP d’esordio, scritto, suonato ed autoprodotto dai pugliesi Horizons.
L’album, in lingua inglese, ripercorre con eleganza gli stilemi del pop.

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domenica 7 giugno 2009

State of Play

Intrighi, enigmi e mistificazioni create ad arte da multinazionali senza scrupoli, politica deviata e becero arrivismo al centro di un interessante thriller. In State of Play il cronista Cal McAffrey (il bravo Russell Crowe) tenta coraggiosamente di ricercare, con stile investigativo, la soluzione all’enigmatico omicidio di una collaboratrice presso lo staff di un deputato. L'assassinio ha creato uno strano intreccio che si snoda grazie all’abilità del giornalista, nonostante l’incessante impoverimento intellettuale ed economico del “quarto potere” destinato oggi a reinventarsi per sopravvivere.

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giovedì 4 giugno 2009

Roots Connection - Animystic

Dobro e sintetizzatori, slide e sequencer, vecchi arnesi artigiani e macchine moderne sono i ferri del mestiere adottati per realizzare Animystic.
Il secondo lavoro dei Roots Connection è un album dalle eterogenee matrici musicali che s'intrecciano e danno vita ad un legame simbiotico quasi sempre ben calibrato.
Pubblicato postumo, vede la luce solo dopo la prematura dipartita del leader Enrico Micheletti idealmente congiunto ai suoi ispiratori, Robert Johnson e Leadbelly, nell’Olimpo dei bluesman.

Bagana Records, 2009

Fondere il Blues del Delta con sintetizzatori e sitar è un'ardua impresa, ma i Roots Connection ci riescono rendendo fruibile, anche a chi non è avvezzo, un linguaggio musicale che affonda le proprie radici nella segregata comunità afroamericana degli anni '20.

Enrico “Mad Dog” Micheletti (già con la Hard Time Blues Band), cantante, chitarrista e leader del trio nato nove anni fa a Reggio Emilia, porta a termine un progetto ambizioso per poi lasciarci, a 57 anni, dopo scorribande su palchi di mezzo mondo (USA inclusi), prestigiose collaborazioni (con l'eroe irlandese Rory Gallagher) e inviabili duetti (con John Lee Hooker, big della “musica del diavolo”).

Per dare un titolo all’album è stato coniato un nuovo termine, “Animystic”, sorto dalla fusione tra le parole “animismo” e “mistico”: una definizione nata per rappresentare la luce spirituale che a sprazzi illumina le tracce del disco.

Standard blues e voce sabbiosa costituiscono il nucleo sul quale poggiano Another Man Done Gone e Lemon Juice, mentre nell’introduttiva Wake Up sitar e percussioni orientaleggianti si ritagliano la parte principale in un album composto da dieci ruvidi brani levigati da suoni sintetici, e cantati integralmente in inglese.

In una sala d’incisione ricca di effettistica non proprio affine al genere, Ferraboschi al basso e Tavernelli alla batteria supportano Micheletti tanto quanto il dobro e il bottleneck mentre Lucia Tarì, ospite nel fresco soul di In My Song, sortisce una gradita divagazione sul tema principale.

Fallisce, invece, la troppo alternativa Johnny Too Bad con quel suo eccentrico ritmo dance in levare. Ma è la rilettura della sempre affascinante Dream Baby Dream dei Suicide la vera chicca: dopo aver sedotto Bruce Springsteen, che l’ha regolarmente eseguita nel “Devils & Dust Tour” del 2005, la dolce ballad elettronica qui viene riproposta in una versione blues vagamente rumorista.

Delicata, malinconica ed ammaliante Ring Them Bells lascia il segno per l’ineccepibile stile canoro dell’ospite Alberto Morselli (ex Modena City Ramblers) che, con voce sepolcrale, accompagna le ultime note di chitarra acustica di Micheletti.

Animystic, in sintesi, racchiude gli elementi di eterna lotta fra tradizione e progresso e per una volta riesce a far coesistere, discretamente, vecchia scuola blues e nuovi suoni del millennio.
Progressista è, dunque, il lavoro che chiude la vita artistica del bluesman di razza; poetica, invece, è l’uscita di scena dell’uomo che ha vissuto on the road: le ceneri di Micheletti vengono affidate alle correnti del mare per un ultimo infinito viaggio. A voler credere alla religione animista, richiamata nel titolo del disco, si potrebbe affermare che lo spirito del musicista italiano sarà capace di manifestarsi tra le pieghe di questo album, ogni volta che verrà ascoltato.
Rest in peace “Mad Dog”.