Clarence Clarity debutta con il suo primo vero album il 3 marzo.
No Now riprende idee parzialmente comparse nell'EP Save Thyself (2013), ne sviluppa la trama e ne approfondisce la prosodia.
Il numero ipertrofico di brani realizzati, ben venti, attecchisce nel terreno fertile dell'electropop.
L'eccesso di idee elaborate sperimenta una “non” forma-canzone, ampliando i limiti di una proposta strabocchevole.
Il disco non nasconde riferimenti di stile, più che citazioni, richiamando periodi ed evitando accostamenti a personaggi, evidenziando interesse per i suoni che hanno reso celebri i sintetizzatori nella prima metà degli anni '80. In questo, No Now contiene rievocazioni – quasi dei flashback sonori – che si innestano nella contemporaneità di un progetto parcellizzato nel suo fluire.
Barricato dietro un nickname che ne preserva la vita privata, il britannico sembra favorire una certa preferenza per la comunicazione musicale in favore di ogni altro tipo di ostentazione. Il musicista e produttore lascia trapelare scarse informazioni sul proprio conto, preferendo erigere quell’impenetrabile varco che argina pruderie extra-professionali. O forse, è solo una ritrosia di facciata che cela una strategia per incrementare curiosità.
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venerdì 6 marzo 2015
giovedì 26 febbraio 2015
JJ Grey & Mofro - Ol'Glory
Fortemente influenzato dalla roots music, il colletivo Mofro nasce in Florida all’alba degli anni ‘00 per dare voce al proletariato blue-collar con un suono amalgama di soul, blues, rock, folk, funk, gospel e gritty R&B. Dopo due album, il gruppo cambia nome in JJ Grey (band leader e principale autore) & Mofro: lo stile non muta, il traguardo è lo stesso.
Con un successo crescente – alimentato da centinaia di concerti in giro per i continenti – il blend si rinnova ad ogni uscita fino a Ol’Glory, nona pubblicazione. I dischi sembrano avere un fine utilitaristico, un mezzo per lasciar presagire le torride jam concertistiche che esaltano la duttilità del gruppo. Un tocco di originalità e tanti riferimenti a un sound che tange Jerry Reed, Otis Redding e altri maestri del Memphis soul.
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Clic qui per Ol'Glory album teaser.
Con un successo crescente – alimentato da centinaia di concerti in giro per i continenti – il blend si rinnova ad ogni uscita fino a Ol’Glory, nona pubblicazione. I dischi sembrano avere un fine utilitaristico, un mezzo per lasciar presagire le torride jam concertistiche che esaltano la duttilità del gruppo. Un tocco di originalità e tanti riferimenti a un sound che tange Jerry Reed, Otis Redding e altri maestri del Memphis soul.
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martedì 24 febbraio 2015
A long way down to the roots – Michele Giuliani plays Duke Ellington
Nel marasma di scialbe pubblicazioni reclamizzate in pompa magna, con toni enfatici e sparate sensazionali, conforta apprendere che qualcuno risponde solo ad urgenze scevre dai meccanismi del sistema, asservite unicamente alla spontaneità del momento.
Con una pubblicità che neanche può essere definita tale, Michele Giuliani promuove la sua idea di musica. Con poche righe autografe annuncia l’uscita di un nuovo album, affidando i suoi tormenti a un messaggio email capace di far coesistere timidezza ed ira per il letale mix di nefandezze e mercificazione che ha quasi annientato la sensibilità all’arte.
Pianista eclettico, Giuliani è autore che varca spesso i confini del jazz e della world per tornare alle radici del tutto, ad un’essenzialità schietta. A long way down to the roots – Michele Giuliani plays Duke Ellington impiatta il nòcciolo e getta la polpa. Radicalizza lo scontro tra spessore artistico e futilità presentando un monologo per pianoforte che indaga l’origine del legame tra alcune composizioni di Duke Ellington e i suoni dell’Africa. Una fascinazione che il maestro americano riporta in varie partiture, African Flower su tutte.
A long way down to the roots è proposta autentica che Giuliani offre con un sentito, ma tutt’altro che deferente, tributo all’eccellenza jazz. Reso integralmente disponibili in rete, “il disco” espone dieci reinterpretazioni intrecciate dall’improvvisazione e guidate da ipnotiche suggestioni. Un viaggio immaginifico e libero, in ogni senso, che riporta in auge raffinatezza e profondità artistica. Affidare queste cover allo streaming gratuito non arricchisce, ma buttare sangue per la musica ripaga moralmente e contribuisce a svelare la qualità. Proprietà umana e professionale che a Michele Giuliani non manca.
Con una pubblicità che neanche può essere definita tale, Michele Giuliani promuove la sua idea di musica. Con poche righe autografe annuncia l’uscita di un nuovo album, affidando i suoi tormenti a un messaggio email capace di far coesistere timidezza ed ira per il letale mix di nefandezze e mercificazione che ha quasi annientato la sensibilità all’arte.
Pianista eclettico, Giuliani è autore che varca spesso i confini del jazz e della world per tornare alle radici del tutto, ad un’essenzialità schietta. A long way down to the roots – Michele Giuliani plays Duke Ellington impiatta il nòcciolo e getta la polpa. Radicalizza lo scontro tra spessore artistico e futilità presentando un monologo per pianoforte che indaga l’origine del legame tra alcune composizioni di Duke Ellington e i suoni dell’Africa. Una fascinazione che il maestro americano riporta in varie partiture, African Flower su tutte.
A long way down to the roots è proposta autentica che Giuliani offre con un sentito, ma tutt’altro che deferente, tributo all’eccellenza jazz. Reso integralmente disponibili in rete, “il disco” espone dieci reinterpretazioni intrecciate dall’improvvisazione e guidate da ipnotiche suggestioni. Un viaggio immaginifico e libero, in ogni senso, che riporta in auge raffinatezza e profondità artistica. Affidare queste cover allo streaming gratuito non arricchisce, ma buttare sangue per la musica ripaga moralmente e contribuisce a svelare la qualità. Proprietà umana e professionale che a Michele Giuliani non manca.
lunedì 23 febbraio 2015
Mettercela tutta, sempre
Mettercela tutta. Combinare date e macinare chilometri, calcare palchi e suonare in tutti gli angoli del Paese come fosse la prima volta, con l’urgenza di un nuovo inizio che spinge per manifestarsi, e non l’ultima, che si porta dietro una carico di malinconia e uno scarico di responsabilità da lavoro archiviato.
I Leitmotiv sono fuori da un pezzo, e da un pezzo si dannano l’anima ad ogni concerto. Non hanno timore di assumere rischi là dove conta, on stage. La tappa del 20 febbraio, all’Officina San Domenico di Andria, ha confermato le peculiare spettacolarità delle loro esibizioni e ha trasmesso una buona dose di certezze. Il tour in supporto del nuovo I Vagabondi, quarto album dei pugliesi, prosegue un’evoluzione artistica e un percorso indipendente impostato circa dieci anni fa.
I Leitmotiv dimostrano di aver trovato la formula ideale per uno show che si rinnova di volta in volta. Giorgio Consoli conferma doti carismatiche e non comuni, da affabulatore punk, mentre Giuseppe Soloperto, Dino Semeraro e Natti Lomartire ghermiscono il suono più adatto al mood dei testi. E’ questa una delle certezze dei Leitmotiv: quella di aver cercato e trovato la vibrazione identitaria, quella di aver fatto proprio un linguaggio sonoro che si distingue dagli altri. Un’armatura musicale dalla struttura dinamica che, dapprima ha sostenuto un pun multilingue dall’orientamento cosmopolita, dopo ha agevolato una preferenza per testi italiani, più adatti a trasporre lucide tesi e sinceri interrogativi sulla nostra realtà. Questo è il corredo che la band di Sava cesella continuamente per frapporre un distanza tangibile con le altre proposte musicali in circolazione. Un loro live è una messinscena che porta davvero pezzi di vita sul proscenio. Il gruppo sa blandire con I diciottenni, emozioni legate ai ricordi e ritmo docile, e pestare con Ad occhi chiusi, toni nervosi per uno spaccato sociale. Sa dispiegare, meglio di chiunque, gli umori biografici con I Vagabondi e sbeffeggiare sottilmente con Testa di paglia. Sa pungolare con La Flute Magique, brano opportunamente ripescato dal catalogo, e osare con il medley Puerto Nuevo/ Girls and Boys (Blur).
Assistere a un loro concerto non è mero svago, è un’esperienza. Equipaggiamento essenziale, scarpe comode e lo sguardo avanti per dare il meglio. Mettercela tutta. Sempre. Questo è il leitmotiv. Questi sono i Leitmotiv.
I Leitmotiv dimostrano di aver trovato la formula ideale per uno show che si rinnova di volta in volta. Giorgio Consoli conferma doti carismatiche e non comuni, da affabulatore punk, mentre Giuseppe Soloperto, Dino Semeraro e Natti Lomartire ghermiscono il suono più adatto al mood dei testi. E’ questa una delle certezze dei Leitmotiv: quella di aver cercato e trovato la vibrazione identitaria, quella di aver fatto proprio un linguaggio sonoro che si distingue dagli altri. Un’armatura musicale dalla struttura dinamica che, dapprima ha sostenuto un pun multilingue dall’orientamento cosmopolita, dopo ha agevolato una preferenza per testi italiani, più adatti a trasporre lucide tesi e sinceri interrogativi sulla nostra realtà. Questo è il corredo che la band di Sava cesella continuamente per frapporre un distanza tangibile con le altre proposte musicali in circolazione. Un loro live è una messinscena che porta davvero pezzi di vita sul proscenio. Il gruppo sa blandire con I diciottenni, emozioni legate ai ricordi e ritmo docile, e pestare con Ad occhi chiusi, toni nervosi per uno spaccato sociale. Sa dispiegare, meglio di chiunque, gli umori biografici con I Vagabondi e sbeffeggiare sottilmente con Testa di paglia. Sa pungolare con La Flute Magique, brano opportunamente ripescato dal catalogo, e osare con il medley Puerto Nuevo/ Girls and Boys (Blur).
Assistere a un loro concerto non è mero svago, è un’esperienza. Equipaggiamento essenziale, scarpe comode e lo sguardo avanti per dare il meglio. Mettercela tutta. Sempre. Questo è il leitmotiv. Questi sono i Leitmotiv.
mercoledì 28 gennaio 2015
Melissa Etheridge - This Is M.E.
In quasi tre decenni di carriera Melissa Etheridge* si è guadagnata i favori di un vasto pubblico e prestigiosi riconoscimenti (Grammy Award, Academy Award e addirittura una stella sulla Hollywood Walk of Fame). Successi che ne hanno certificato il meritato valore artistico e che, forse, hanno provveduto a mitigare il contraccolpo pregiudizievole di quell’opinione pubblica acerba destinataria, nel 1993, di un coming out imprevisto. Forse proprio questi due elementi – un seguito fedele e una sincerità che scuote ogni sorda potenza – hanno spinto Hetheridge a plasmare This Is M.E., un album personale che inquadra la sfera sentimentale.
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* Melissa Etheridge ha raccolto consensi di pubblico e critica in una carriera che ha spinto sull’acceleratore del cantautorato al servizio del pop/rock. Tanta sostanza, soprattutto tra i solchi dei primi dischi, e un look da dura consumata. Personalità da vendere – con tanto di pubblica ammissione di omosessualità – e ostinazione le valgono il titolo di paladina del movimento LGBT e autorevole testimonial per la lotta contro il cancro (che l’ha colpita dieci anni fa).
Ha tratti identitari che ne nutrono l’ego. La sua voce potente si fa largo tra rivali che non hanno la stessa ruvida espressività, la chitarra a tracolla e poi stivali, jeans, giacche di pelle: tutto rimanda all’iconografia resa celebre da Bruce Springsteen, non per altro, suo eroe dichiarato. E’ un pregio che diventa quasi condanna: l’etichetta non se la toglie più di dosso, ma questo non le impedisce di scalciare ancora oggi, a 54 anni, neanche fosse una debuttante in cerca di un posto al sole.
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* Melissa Etheridge ha raccolto consensi di pubblico e critica in una carriera che ha spinto sull’acceleratore del cantautorato al servizio del pop/rock. Tanta sostanza, soprattutto tra i solchi dei primi dischi, e un look da dura consumata. Personalità da vendere – con tanto di pubblica ammissione di omosessualità – e ostinazione le valgono il titolo di paladina del movimento LGBT e autorevole testimonial per la lotta contro il cancro (che l’ha colpita dieci anni fa).
Ha tratti identitari che ne nutrono l’ego. La sua voce potente si fa largo tra rivali che non hanno la stessa ruvida espressività, la chitarra a tracolla e poi stivali, jeans, giacche di pelle: tutto rimanda all’iconografia resa celebre da Bruce Springsteen, non per altro, suo eroe dichiarato. E’ un pregio che diventa quasi condanna: l’etichetta non se la toglie più di dosso, ma questo non le impedisce di scalciare ancora oggi, a 54 anni, neanche fosse una debuttante in cerca di un posto al sole.
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sabato 6 dicembre 2014
The Ringo Jets, debutto folgorante
Difficile capire le dinamiche della promozione.
Se Google non si è sbagliato, in Italia nessuno ha commentato The Ringo Jets, debut album de The Ringo Jets.
Eppure il power trio composto da Tarkan Mertoglu, Deniz Agan e Lale Kardes offre uno stile che, pur ricalcando generi ampiamente esplorati – dall’hard rock al blues psichedelico – presenta un sound personale, trascinante e dannatamente piacevole. Il mood è fresco e vivace anche se vintage: solo chitarre, batteria e occasionalmente basso. Strano che, qui da noi, nessuno gli abbia dedicato un briciolo di attenzione. Il disco, per altro, è stato registrato a Milano sotto la produzione di Tommaso Colliva (Muse, Franz Ferdinand, Afterhours, Calibro35). E poi dentro ci sono un paio di illustri ospiti, due belle cover e volumi a tutto gas.
L'impatto dal vivo è notevole, capace di coinvolgere da subito. E’ nella dimensione live che li ho scoperti, durante l’ultimo Medimex (un plauso a chi li ha invitati). Folgorato sulla via di Damasco, anzi, un po’ prima: sulla via di Istanbul. Il trio viene dalla Turchia e, fare rock da quelle parti non è ancora un’attività del tutto normale. Terra lacerata da divisioni politiche, fazioni religiose e tensioni sociali, il Paese cerca di approdare a una piena democrazia nonostante gli argini innalzati da forze conservatrici e autoritarie.
Per questo e per altri motivi ancora il crudo rock de The Ringo Jets merita di essere apprezzato.
Continua su LSDmagazine.
Eppure il power trio composto da Tarkan Mertoglu, Deniz Agan e Lale Kardes offre uno stile che, pur ricalcando generi ampiamente esplorati – dall’hard rock al blues psichedelico – presenta un sound personale, trascinante e dannatamente piacevole. Il mood è fresco e vivace anche se vintage: solo chitarre, batteria e occasionalmente basso. Strano che, qui da noi, nessuno gli abbia dedicato un briciolo di attenzione. Il disco, per altro, è stato registrato a Milano sotto la produzione di Tommaso Colliva (Muse, Franz Ferdinand, Afterhours, Calibro35). E poi dentro ci sono un paio di illustri ospiti, due belle cover e volumi a tutto gas.
L'impatto dal vivo è notevole, capace di coinvolgere da subito. E’ nella dimensione live che li ho scoperti, durante l’ultimo Medimex (un plauso a chi li ha invitati). Folgorato sulla via di Damasco, anzi, un po’ prima: sulla via di Istanbul. Il trio viene dalla Turchia e, fare rock da quelle parti non è ancora un’attività del tutto normale. Terra lacerata da divisioni politiche, fazioni religiose e tensioni sociali, il Paese cerca di approdare a una piena democrazia nonostante gli argini innalzati da forze conservatrici e autoritarie.
Per questo e per altri motivi ancora il crudo rock de The Ringo Jets merita di essere apprezzato.
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