domenica 7 giugno 2009

State of Play

Intrighi, enigmi e mistificazioni create ad arte da multinazionali senza scrupoli, politica deviata e becero arrivismo al centro di un interessante thriller. In State of Play il cronista Cal McAffrey (il bravo Russell Crowe) tenta coraggiosamente di ricercare, con stile investigativo, la soluzione all’enigmatico omicidio di una collaboratrice presso lo staff di un deputato. L'assassinio ha creato uno strano intreccio che si snoda grazie all’abilità del giornalista, nonostante l’incessante impoverimento intellettuale ed economico del “quarto potere” destinato oggi a reinventarsi per sopravvivere.

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giovedì 4 giugno 2009

Roots Connection - Animystic

Dobro e sintetizzatori, slide e sequencer, vecchi arnesi artigiani e macchine moderne sono i ferri del mestiere adottati per realizzare Animystic.
Il secondo lavoro dei Roots Connection è un album dalle eterogenee matrici musicali che s'intrecciano e danno vita ad un legame simbiotico quasi sempre ben calibrato.
Pubblicato postumo, vede la luce solo dopo la prematura dipartita del leader Enrico Micheletti idealmente congiunto ai suoi ispiratori, Robert Johnson e Leadbelly, nell’Olimpo dei bluesman.

Bagana Records, 2009

Fondere il Blues del Delta con sintetizzatori e sitar è un'ardua impresa, ma i Roots Connection ci riescono rendendo fruibile, anche a chi non è avvezzo, un linguaggio musicale che affonda le proprie radici nella segregata comunità afroamericana degli anni '20.

Enrico “Mad Dog” Micheletti (già con la Hard Time Blues Band), cantante, chitarrista e leader del trio nato nove anni fa a Reggio Emilia, porta a termine un progetto ambizioso per poi lasciarci, a 57 anni, dopo scorribande su palchi di mezzo mondo (USA inclusi), prestigiose collaborazioni (con l'eroe irlandese Rory Gallagher) e inviabili duetti (con John Lee Hooker, big della “musica del diavolo”).

Per dare un titolo all’album è stato coniato un nuovo termine, “Animystic”, sorto dalla fusione tra le parole “animismo” e “mistico”: una definizione nata per rappresentare la luce spirituale che a sprazzi illumina le tracce del disco.

Standard blues e voce sabbiosa costituiscono il nucleo sul quale poggiano Another Man Done Gone e Lemon Juice, mentre nell’introduttiva Wake Up sitar e percussioni orientaleggianti si ritagliano la parte principale in un album composto da dieci ruvidi brani levigati da suoni sintetici, e cantati integralmente in inglese.

In una sala d’incisione ricca di effettistica non proprio affine al genere, Ferraboschi al basso e Tavernelli alla batteria supportano Micheletti tanto quanto il dobro e il bottleneck mentre Lucia Tarì, ospite nel fresco soul di In My Song, sortisce una gradita divagazione sul tema principale.

Fallisce, invece, la troppo alternativa Johnny Too Bad con quel suo eccentrico ritmo dance in levare. Ma è la rilettura della sempre affascinante Dream Baby Dream dei Suicide la vera chicca: dopo aver sedotto Bruce Springsteen, che l’ha regolarmente eseguita nel “Devils & Dust Tour” del 2005, la dolce ballad elettronica qui viene riproposta in una versione blues vagamente rumorista.

Delicata, malinconica ed ammaliante Ring Them Bells lascia il segno per l’ineccepibile stile canoro dell’ospite Alberto Morselli (ex Modena City Ramblers) che, con voce sepolcrale, accompagna le ultime note di chitarra acustica di Micheletti.

Animystic, in sintesi, racchiude gli elementi di eterna lotta fra tradizione e progresso e per una volta riesce a far coesistere, discretamente, vecchia scuola blues e nuovi suoni del millennio.
Progressista è, dunque, il lavoro che chiude la vita artistica del bluesman di razza; poetica, invece, è l’uscita di scena dell’uomo che ha vissuto on the road: le ceneri di Micheletti vengono affidate alle correnti del mare per un ultimo infinito viaggio. A voler credere alla religione animista, richiamata nel titolo del disco, si potrebbe affermare che lo spirito del musicista italiano sarà capace di manifestarsi tra le pieghe di questo album, ogni volta che verrà ascoltato.
Rest in peace “Mad Dog”.

mercoledì 13 maggio 2009

"Facciamo la traccia numero nove!"

E’ nota ai più la performance televisiva dei Wallflowers registrata a Los Angeles il 4 settembre 1997, per gli MTV Awards. Il gruppo esegue davanti alle telecamere One Headlight con la partecipazione di Bruce Springsteen grande estimatore di “Bringhing Down The Horses”. Ma questo non è che il sequel di un incontro ben più discreto avvenuto sei mesi prima tra la band capitanata da Jakob Dylan e il musicista del New Jersey.

“Quella sera venne a trovarci durante un nostro show in New Jersey. Gli chiesi se aveva voglia di salire sul palco, e proposi una cover immaginando che fosse perfetta per una prima volta insieme. Mi rispose: Facciamo la traccia numero nove (!) God Don’t Make Lonely Girls”.
Ecco come Jakob Dylan racconta quant’è successo l’8 marzo 1997, nel backstage del Tradewinds Nightclub di Sea Bright mentre lui e i Wallflowers si apprestano a tornare in scena per gli encores, accompagnati dall’eroe locale: Bruce Springsteen.
Il fatto che il body builder del NJ ricordi non solo il titolo del brano ma anche il numero di traccia, conferma che ha amato - e molto - Bringing Down The Horse, splendido album della band californiana.
Il pezzo proposto da Bruce a Dylan Jr. è allegro, chitarroso e consente ad un’artista rock reduce da un lungo tour solitario ancora in corso (il The Ghost Of Tom Joad Tour terminerà di lì a poco dopo quasi 2 anni dal suo inizio) di liberare tutta la carica elettrica repressa in favore di scarne esibizioni acustiche.
Dalle cronache risulta che Springsteen ha interpretato al meglio il ruolo di se stesso senza alcuna riserva. Per l’indubbia voglia di far casino, probabilmente, ma anche per l’evidente pertinenza che colloca le composizioni di “Bringing Down The Horse” nello stesso ambito di certe musiche della E Street Band.

Pubblicato nel 1996 - quando il grunge è ormai solo un ricordo, il pop britannico scala le classifiche e una marea di gruppi imita (e male) il sound meticcio dei Rage Against The Machine - l’album concede ai fans del Rock’n’Roll una boccata di ossigeno.
Jakob Dylan (voce e chitarra), Rami Jaffee (piano e organo), Michael Ward (chitarra), Greg Richling (basso) e Matt Chamberlain (batteria, ex Pearl Jam) prodotti da Mr. T-Bone Burnett, danno alla luce un disco fresco, genuino e incentrato su ottimi riff chitarristici, un possente drumming e, su tutto, partiture di organo, piano e tastiere che non si sentivano dai tempi di “The River”. Jaffee, infatti, è l’elemento di spicco del gruppo: eccellente musicista di piano, organo e tutto ciò che ha a che fare con una tastiera, affonda l’umore della band con suoni che rimandano a intime atmosfere o propone di scalare vette dai ritmi sostenuti.

Jakob Dylan, invece, è il compositore e paroliere del gruppo. Per l’ingombrante cognome, che fieramente ha mantenuto, e per gli analoghi tratti somatici, sopporta un fardello di svariate tonnellate sulle spalle. Ma nessun altro evidente punto di contatto, soprattutto artistico, lo lega al leggendario genitore. Dotato di una splendida voce è capace di modulare il canto tanto sugli aspri registri del rock, quanto su melodiche ballads originate dal folk.
Davvero lunga la sfilza di ospiti che apportano un contributo a questo album. Su tutti il chitarrista Mike Campbell (The Heartbreakers) e il singer Adam Duritz (Counting Crows) che aggiungono preziose sfumature alla maggiore opera pubblicata - ad oggi - dal gruppo.
Ma non dev’essere stato facile rompere il muro di scetticismo che ha assediato il lavoro dei Wallflowers. Quando all’interno del mondo musicale (e non solo) si fa strada un figlio d’arte, si frappone sempre una certa resistenza tra la consueta naturalezza nell’ascolto e il malsano sospetto che il percorso sia stato agevolato. Ma Jacob Dylan dimostra di non essere l’ultimo dei carneadi e s’immerge in quest’avventura ben supportato da un gruppo duttile e capace di accompagnarlo degnamente nell’impresa. Il brano d’apertura, “One Headlight”, spazza ogni dubbio. Il pezzo cova una malcelata mestizia sotto l’alternarsi di caldi accordi tenuti a bada da un incedere mid-tempo, finché il ritornello non celebra un cantato a piena voce. Da menzionare anche la struggente “6th Avenue Heartache” con Duritz al controcanto, “Bleeders” in cui l’organo comanda la melodia e “Laughing Out Loud” che entra in testa e lì rimane a riproporsi in loop tra i meandri della memoria. Ma è davvero difficile esaminare una ad una le undici tracce incluse in questo disco: ognuna racchiude in sé un elemento, un dettaglio, un’invenzione capace di renderla speciale.
Certo alcuni brani hanno “carattere” radiofonico, all’apparenza l’aspetto dei ragazzi è patinato ma, come si dice in questi casi … nessuno è perfetto.
Chissà se il futuro (magari non troppo lontano) presenterà altre opportunità a Springsteen e Dylan per suonare ancora insieme on stage. Si potrebbe ipotizzare un duetto a ruoli inversi, con Jakob nei panni dell’ospite di Bruce durante il “Working On A Dream Tour”, ancora in corso negli States. Ma è un’ipotesi azzardata. Un’idea originata dal desiderio e non dalla ragione, anche se i Wallflowers inizieranno una serie di concerti solo il prossimo 16 giugno, e anche se pare che la E Street Band stia provando “Like A Rolling Stone” di Dylan. Senior.

Non posso lasciare questa parata
Ma dev’esserci uno spiraglio
da qualche parte qui davanti a me
In mezzo a questo labirinto di orrore e avidità
(One Headlight)


venerdì 1 maggio 2009

Terra e Libertà

“People Of The Sun” è un brano dall’esplicito carattere ideologico che sparge ai quattro venti la violenta musica dei Rage Against The Machine. Anche la copertina del singolo riproduce simboli dal contenuto politico che non si prestano ad equivoci. E’ opera di un’artista il cui percorso è stato censurato per oltre quarant’anni e che ancora oggi resta misconosciuta.

Un susseguirsi di parole che è incitamento alla militanza, esortazione alla serrata lotta nei confronti di politiche dispotiche.
People Of The Sun è il secondo bellissimo singolo estratto da “Evil Empire” dei Rage Against The Machine.
Il suo testo, una cronografia rock, mette in fila le vicissitudini di un popolo soggiogato ma mai remissivo.
Zack De La Rocha è un fiume in piena. Con il consueto impeto che contraddistingue il suo incisivo rapping, mette in rima eventi funesti (lo spietato colonialismo di Cortès), sbraita minacce (“Lo spirito di Cuauhtémoc sopravvive indomito”), rievoca cocenti disfatte ai danni dell’ “Impero del Male” (l’offensiva vietnamita del Têt) e addita piaghe sociali (l’appropriazione abusiva di terre e lo sfruttamento del lavoro nei campi di tabacco) nel suggestivo testo.
Schizzano fuori dalla chitarra di Morello, invece, stridenti suoni metallici che anticipano il secco drumming di Wilk, mentre Commerford accompagna il beat con una profonda traiettoria circolare. Il ritmo delle strofe acquisisce potenza grazie ad un tempo rallentato che accelera solo sul ritornello, lasciando l’udito in balia di riff difficili da debellare.
People Of The Sun è riferita ai Maya e ai Méxica - gli Aztechi - comunità devote al culto del sole. Popoli che, oltre a virtù proprie, hanno avuto l’indiretto merito di essere capostipiti di leggendari discendenti. Figure mitiche d'inizio Novecento quali Zapata e i suoi guerriglieri che, al grido di “¡Tierra y Libertad!”, rivendicavano condizioni di vita diverse da quelle miserabili in cui versavano.
O i partigiani dell’E.Z.L.N. del Subcomandante Marcos che, mezzo secolo dopo la Rivoluzione Messicana, sono costretti a battersi al fianco degli indios per ottenere l’annullamento di medievali discriminazioni.
I Rage Against The Machine congiungono musica rivoluzionaria a propaganda di stampo radicale, e per esaltarne il connubio scelgono attentamente come offrire alla vista, prima ancora che all’udito, la loro creazione. Esemplare la rappresentazione di ogni loro intuizione grafica: i Rage attirano lo sguardo con intimidazioni visive, con foto rubate dai libri di storia che servono da monito.
Tra queste anche la splendida immagine ritratta sulla copertina del CD single.

Ma chi ne è l’autore?
Nulla è scritto in proposito tra i crediti del leaflet. La risposta è annotata sul retro di copertina della pubblicazione promozionale.
La fotografia è dell’italiana Tina Modotti, giramondo nata sul finire dell’800. L’autrice di “Falce, pannocchia e cartucciera” (Messico, 1927) riprende oggetti di vita quotidiana e strumenti della Rivoluzione, in una personale visione dello stile straight photography.
La straordinaria e poliedrica esistenza di Tina Modotti però è sconosciuta ai più, ed è davvero assurdo averne notizia tramite il tortuoso tragitto che lega il nome di una rock band americana a quello dell’artista friulana.

E poi si dice che il Rock non fa cultura.
Per dirla alla maniera di Bruce Springsteen: “Abbiamo imparato più da un disco di tre minuti che da quanto insegnato a scuola” (No Surrender).


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Altre seducenti fotografie di Tina Modotti sono presenti nel fantastico web site a lei dedicato

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domenica 26 aprile 2009

Tappeti ruvidi che scuotono i timpani

Orient Express
Trani (BT), 18 aprile 2009 - Spazio Off.F.F.

Attivi sin dal 2002 e già gruppo spalla per Tiromancino, Marlene Kuntz e Marta sui Tubi, gli Orient Express si sono esibiti alla Spazio O.F.F. di Trani, proponendo tracce dal debut album Illusion. In un cielo già di per sé plumbeo, la locomotiva a vapore dell’Orient Express, sbuffa fumo oscurando ogni spiraglio sgombro da minacciose nubi. Vintage rock per il gruppo pugliese, qui opener per l’emaciato Moltheni.

Il resto su Revolving Doors o su Musicalnews
(dove l'articolo è stato ripreso con un'insana enfasi!)

giovedì 16 aprile 2009

Leitmotiv: concerto ed intervista

Teatro e rock, leitmotiv di un concerto
Bari, 4 aprile 2009 - Teatro Kismet OperA

Spettacolo originale e convincente quello dei pugliesi Leitmotiv, artigiani che annodano musica e teatro in una sciabica che irretisce senza scampo.


Foulard a profusione, l’idiofono a scuotimento, alcune maschere, il megafono, il bastone da passeggio, gl’occhiali vintage da motociclista e chissà quali altri accessori di scena sarebbero saltati fuori dalla spartana cassapanca da apprendista stregone, posizionata al centro del palco, se lo show avesse avuto una durata “regolare”.


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Italian rhapsody

Teatro e musica, lingue da tutto il mondo, generi diversi per uno spettacolo davvero stravagante messo in scena dai Leitmotiv, gruppo pugliese di belle speranze. Reduci dal debutto discografico con "L’audace bianco sporca il resto", l’ensemble è capace d’incantare con musiche dai profumi mediterranei e testi che incriminano patologie tutte italiane.




4 aprile, tipico pomeriggio pugliese, tiepido e limpido. L’appuntamento con il gruppo tarantino dei Leitmotiv è fissato al Teatro Kismet di Bari, dove il loro live act serale sarà determinante per il proseguimento nel percorso a tappe che li condurrà fino al grande raduno del prossimo 1° maggio, in piazza S. Giovanni a Roma: una vetrina importante per band emergenti e non.


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