Jon Spencer è tornato con il suo gruppo storico e un nuovo album. Meat and Bone sfrutta la tradizione, la propria. Musica tirata, secca e dura come il rock. Dannata e fangosa come il blues.
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Il Silverlake Conservatory of Music non ha scopo di lucro. Qui i meno abbienti hanno la possibilità di imparare a suonare. I corsi si tengono sette giorni su sette e sono aperti a tutti, dato che non si ammettono discriminazioni di alcun genere e non si pongono vincoli di età.
Chitarra a condurre, fiati a dare corpo, contrabbasso più batteria a scandire i ritmi e voce a richiamare il fascinoso, intramontabile, invincibile rock’n’roll.
I Rekkiabilly (lo slang barese recchia, da orecchio, che convola a nozze con l’americano rockabilly) sono capaci di infilare accordi solidi e rozzi in un profluvio di ironia. Il loro nuovo Banana Split esce su un mercato saturo di suoni preda della più turpe retromania (per rubare un termine a Simon Reynolds), dove per emergere serve, il più delle volte, poca sostanza e molta pubblicità ingannevole. Invece Dario Mattoni (chitarra e voce), “Amaro” Luciano Sibona (contrabbasso e voce), Guido "bumbum" Vincenti (batteria), Lidia Bitetti (sax) e Ricky "Ballerino" La Torre (tromba e voce) sublimano qualità e levità.
Il disco è un tonico per il morale, un ceffone alle mode passeggere e alle strabiche visioni di chi diffonde il verbo sintetico dell’ultima band nata sotto il segno dell’elettronica più rigida (per inciso: cos’altro dopo i Depeche Mode?). Certo, ad un superficiale ascolto anche i Rekkiabilly corrono il rischio di essere rapidamente archiviati nell’ipertrofica sfilza di gruppi debuttanti eppure così nostalgici da risultare ammuffiti. Ma lavato via il gel dai capelli, e destata l’espressione vagamente ilare dai volti dei baresi, emerge il nocciolo di una band capace di sgusciare a tutto swing o di sfruttare dinamiche soul, di allacciarsi ai ganci del country e di improvvisare a tutto jazz. Molteplici influenze che si ritrovano nel singolo Sisma (che tramuta la leggerezza in sarcasmo), la title track o la Burn Toast and Black Coffee di Mike Pedicin tradotta in una chilometrica Toast e Caffè Arrosto. La matrice rock anni ’50 è incisa a chiare lettere nel DNA della band, ma l’integrità dei musicisti si lascia costantemente permeare da altri generi, come nella Six By Six che è cover di Earl Van Dyke. Dal vivo, tutto ciò si traduce in baldoria pura, in festa trascinante. E a proposito di concerti, quanti nel curriculum possono scrivere di aver diviso il palco con Robert Gordon? Non è poco in un ambito “artistico” che si conforma sempre più ai reality canori, che inneggia starlets e divulga filastrocche frignate da computer.
Ieri, al grido di We Gotta Get out of This Place, gli Animals proponevano la loro versione di rock engagé. Oggi il più immediato Let Me Out! sintetizza il rock affrancato de The Junction.
A dieci anni dalla prematura scomparsa di Joe Strummer, la HellCat Records ripubblica gli ultimi lavori discografici dei Mescaleros.