A proposito di un sogno – Le più belle interviste a Bruce Springsteen raccoglie opinioni, esperienze e conversazioni "senza rete" che il cantautore statunitense ha concesso ai media nell’arco di quarant’anni. E’ disponibile da giugno per Mondadori Editore.
Non un libro biografico, non un libro agiografico, tantomeno un libro fermacarte.
A proposito di un sogno è stato scritto a quattro mani da Cristopher Philips e Louis P. Masur ed è stato edito in italiano da Mondadori (con la traduzione di Dario Ferrari).
Gli autori non sono improvvisatori in cerca di notorietà, in passato hanno già avuto modo di argomentare sulla carriera di Bruce Springsteen.
Phillips è l’editore del seguitissimo website backstreets.com e di Backstreets, “la” fanzine cartacea che sin dal 1980 sopperisce alla mancanza di un fans club ufficiale del musicista del New Jersey. Masur, docente di Studi americani alla Rutgers University, è l'artefice di Runway Dream (2010) in cui si narra l’intricato processo evolutivo che ha portato all’incisione di Born To Run.
Due autorevoli redattori non di certo a corto di informazioni sul tema, insomma, e che, pur avendone titolo, non hanno la pretesa di vestire i panni dei cattedratici o aggiungere nulla di nuovo a quanto fin qui elargito da altri autori su Springsteen (una rapida scorsa all’elenco sulle pubblicazioni, anche solo in lingua italiana, sbalordisce per sovrabbondanza). Il rischio di ripetersi, e di tediare anche il più devoto discepolo del cantautore, è evidente, per questo il libro propone un racconto mediato dallo stesso Springsteen attraverso interviste rilasciate nell’arco temporale dell’intera carriera (High Hopes escluso).
Springsteen, almeno agli inizi del suo percorso artistico, ha sempre dimostrato una certa diffidenza nei confronti dei media, per questo ha concesso poche interviste. Leggerle porta ad individuare da dove è scoccata la scintilla che ha reso possibile il divampare di una passione travolgente che ha trasformato un esordio dagli esiti incerti in una rara missione in nome del rock’n’roll. Altre, come quelle rilasciate professionalmente a giornalisti europei, sono andate perdute e recuperate solo di recente. Ritrovare le parole di un venticinquenne provinciale e dai modi ruvidi – che però si presta a reclamizzare un vino –, intervistato dal dj Ed Sciaky per la stazione radio WMMR nel ’74, porta a ricordare chi era e da dove veniva il ragazzo che ha poi conquistato sostenitori in ogni angolo del Pianeta.
E’ facile individuare, rispettando la lettura cronologica prevista dalla pubblicazione, i cambiamenti avvenuti nell’uomo e nell’artista, così come appare semplice notare la maturità nell’approccio con gli intervistatori e il modo di relazionarsi, in generale, con i mezzi di comunicazione. Il primordiale intento di non lasciare strumentalizzare le proprie dichiarazioni, con il tempo muta in una situazione da cui trarre vantaggio. Ma a Springsteen, va comunque concesso il merito di non essersi mai arreso totalmente ai dettami dei mass media.
Nelle oltre cinquecento pagine si possono apprezzare riflessioni, aneddoti di prima mano, ricordi e quant’altro Springsteen abbia lasciato in giro per microfoni, a parte quelli del palco e delle sale di registrazione.
Tra le tante, riluce di semplicità ed efficacia l'asserzione che Springsteen offre a Will Percy: “parte di quello che chiamiamo « intrattenimento» dovrebbe essere «cibo per la mente»” (DoubleTake Magazine, 1998). Non sarà la sintesi perfetta che inquadra il rocker americano, ma illustra il credo che ha permesso all'introverso ragazzo di periferia di scalare la vetta. E di rimanerci per oltre quarant’anni.
A proposito di un sogno è un libro utile per i fans, ma significativo soprattutto per chi vuole avvicinarsi allo “Springsteen pensiero”, alle sue liriche che assimilano romanticismo e crudezza, all’uomo e all’artista.
Leggi il primo capitolo.
mercoledì 7 ottobre 2015
venerdì 2 ottobre 2015
Galactic - Into The Deep
Undicesimo lavoro in carriera per i Galactic.
Into The Deep rigenera il funk che ha reso celebre il suono degli statunitensi in oltre due decenni di attività. Tanti i nomi di spessore che celebrano il ritorno del combo.
I Galactic sono fondamentalmente una jam band. Esportano funk, jazz e soul da New Orleans e dopo 25 anni di carriera il loro appeal nell'ambiente musicale non è mai scemato, almeno a giudicare dalle guest appearances vantate in quest'ultimo progetto. In particolar modo due sono le collaborazioni che meritano menzione.
Into The Deep, la title track, è uno dei momenti migliori del disco. Il brano reca il timbro identitario di una Macy Gray ispirata da un groove lento ma inesorabile. La cantante dell'Ohio condivide lo spettro sonoro con pianoforte e chitarra prima di soverchiare questi e gli altri strumenti nel refrain.
Una grandissima (anche se misurata) Mavis Staples arricchisce di fascino il soul di Does It Really Make A Difference tra una sezione fiati, un organo e una chitarra che risplendono dell'aura magica dei sixties.
Il disco porta in dote un'eccentrica gioia che si perpetua lungo tutti i brani a cominciare dal festaiolo incipit di Sugar Doosie, con fiati in primo piano e il basso leggermente indietro: qualcosa che somiglia ad una marching band della Louisiana in forma ridotta.
Il mix di generi proposto prolifera ulteriormente con il mood "shaftiano" di Higher and Higher, un soul dall'esecuzione viscerale, che può contare sul generoso apporto vocale di JJ Grey.
Coinvolgenti gli strumentali Long Live The Borgne e Today's Blues, ma più che i singoli episodi a rendere valida la proposta di Into The Deep e l'insieme di ritmi avvolgenti che rende tangibile questa ulteriore evoluzione dei Galactic nel nome del funk, un genere così maturo ma tutt'altro che invariabile.
Into The Deep rigenera il funk che ha reso celebre il suono degli statunitensi in oltre due decenni di attività. Tanti i nomi di spessore che celebrano il ritorno del combo.
I Galactic sono fondamentalmente una jam band. Esportano funk, jazz e soul da New Orleans e dopo 25 anni di carriera il loro appeal nell'ambiente musicale non è mai scemato, almeno a giudicare dalle guest appearances vantate in quest'ultimo progetto. In particolar modo due sono le collaborazioni che meritano menzione.
Into The Deep, la title track, è uno dei momenti migliori del disco. Il brano reca il timbro identitario di una Macy Gray ispirata da un groove lento ma inesorabile. La cantante dell'Ohio condivide lo spettro sonoro con pianoforte e chitarra prima di soverchiare questi e gli altri strumenti nel refrain.
Una grandissima (anche se misurata) Mavis Staples arricchisce di fascino il soul di Does It Really Make A Difference tra una sezione fiati, un organo e una chitarra che risplendono dell'aura magica dei sixties.
Il disco porta in dote un'eccentrica gioia che si perpetua lungo tutti i brani a cominciare dal festaiolo incipit di Sugar Doosie, con fiati in primo piano e il basso leggermente indietro: qualcosa che somiglia ad una marching band della Louisiana in forma ridotta.
Il mix di generi proposto prolifera ulteriormente con il mood "shaftiano" di Higher and Higher, un soul dall'esecuzione viscerale, che può contare sul generoso apporto vocale di JJ Grey.
Coinvolgenti gli strumentali Long Live The Borgne e Today's Blues, ma più che i singoli episodi a rendere valida la proposta di Into The Deep e l'insieme di ritmi avvolgenti che rende tangibile questa ulteriore evoluzione dei Galactic nel nome del funk, un genere così maturo ma tutt'altro che invariabile.
giovedì 17 settembre 2015
Gary Clark Jr. - The Story of Sonny Boy Slim
Musicista autodidatta, virtuoso della chitarra, cantautore, afroamericano del Texas.
Sono le tessere del mosaico che raffigura Gary Clark Jr.
Osannato dal gotha del circuito mainstream, il musicista cerca di allargare la propria audience con The Story of Sonny Boy Slim, album blues che favorisce continui cambi di genere in un tripudio di ottima black music.
“Mia madre mi chiamava Sonny Boy di tanto in tanto, e anche i miei artisti preferiti – Sonny Boy Williamson, e tutti quei ragazzi del blues – si chiamavano così”. E ancora “Greg Izor (un grande armonicista) mi chiamava sempre Slim”. Nasce da un arzigogolo di moniker il titolo del nuovo album di Gary Clark Jr.
The Story of Sonny Boy Slim: solo a pronunciarlo sembra evocativo e spontaneo. Si presenta come una risacca del passato che, in parte, ne restituisce la mitologia. Il suo autore è l’ultimo profeta di una lunga stirpe intento a (ri)leggere i comandamenti del blues senza badare troppo a mutamenti radicali. E’ fisiologico che prenda a prestito, che alluda, che provi a muoversi – quasi ad ogni passo – nelle orme impresse da strabilianti antesignani. Un’aspirazione, quella di misurarsi con i grandi, che per certi versi denota stima, per altri sottopone il progetto di Clark allo “stress test” delle analogie.
The Story of Sonny Boy Slim assume i contorni del lavoro biografico nell’intestazione e nel messaggio. Dopo una generica auto-presentazione affidata a Blak and Blu, debutto del 2012 per Warner Bros. Records, ora Gary Clark Jr. focalizza i dettagli e avoca per sé la piena autonomia, concettuale e pragmatica, nelle fasi cruciali del lavoro. Dall’ideazione alla scrittura, dall’arrangiamento alla produzione, è lui che progetta, suona, taglia, scarta e ricuce. Blak and Blu aveva provocato alcuni giudizi contrastanti tra i critici. Il disco si insediava autorevolmente nel solco della tradizione blues con significativi apporti soul e rhythm and blues. Ma a pesare sui commenti di certi puristi erano quei rimandi black à la page capaci di far travisare l’intera registrazione e di bollare Clark mero prigioniero nella morsa di un sound ruffiano. Un vero e proprio paradosso per un giovane bluesman che cercava di attualizzare il repertorio del genere raccogliendo giudizi esasperati: o lodi sperticate (per qualità di proposta, abilità tecnica e freschezza di stile) o biasimo (per eterogeneità, artificiosità, sovrapproduzione, pubblicazione tramite una major). Una situazione che non sembra aver pesato sul percorso dell’allora ventottenne, impegnato ad assecondare la propria attitudine dal vivo e in studio di registrazione.
Nell’alveo familiare delle strade di Austin, la sua città, Clark ha compendiato idee abbozzate in tour e le ha sigillate in The Story Of Sonny Boy Slim. L’album sfodera un’atmosfera intensa sin dalle prime battute. Partitura e liriche, pur nella loro relativa essenzialità, competono per la supremazia in un duello che si rivela molto personale. “Il tema di fondo di questo album sono la fede e la speranza nella realtà” conferma Clark “alla fine della giornata è ciò di cui abbiamo bisogno”. L’apertura affidata a The Healing conferma l’assunto. “I’m a hard fighting soldier and I’m on the battlefield” canta la voce fuori campo “I’ll keep bringing souls to Jesus by the service that I pray”. Il pezzo è introdotto dai versi di Hard Fightin’ Soldier, un traditional battista, un gospel che spiana la strada al manifesto di Clark, all’ammissione dogmatica della musica quale strumento catartico per tutte quelle aberrazioni che cingono d’assedio l’esistenza. Una canzone sospesa, di grande impatto, che assurge a metafora potente e salvifica. La solennità abbacinante del ritornello è quasi un mantra. Efficacemente posto in testa al tracklisting, il brano arretra solo grazie all’impatto di Grinder, testo recalcitrante ma indefinito, tra le cui battute aleggia il fantasma di Hendrix. La sacralità introduttiva è compromessa da feedback incisivi e lick ardenti alla maniera del mancino di Seattle.
Più evidente risulta il sentimento di sconforto in Hold On, redatto sull’onda emozionale della recente paternità. L’amarezza sfocia nella collera, nel disorientamento e nella frustrazione: lo squallore del razzismo, nonostante la presidenza di un afroamericano, deflagra con i fatti di Ferguson e Baltimora e risuscita un aspetto celato nella società statunitense di cui anche Clark è incredulo testimone.
Da Blak and Blu il nuovo The Story Of Sonny Boy Slim eredita uno spettro di varietà stilistiche che inclinano il mood. A spostare in ambito nettamente positivo l’“indice della felicità interna lorda” – sì, esiste per davvero – sono Shake, blues scaltro, veloce, senza tempo e BYOB (l’acronimo si riferisce al diritto di tappo?) intermezzo farsesco dall’alto tasso alcolico. La voce di Clark si rivela vincente, è una risorsa persuasiva al pari delle sue innate doti di chitarrista. In Star il texano sfodera lo stesso falsetto che gli è valso il Grammy Award per Please Come Home (Best Traditional R&B Performance) mentre Our Love e Cold Blooded sembrano celebrare la raffinatezza timbrica di Curtis Mayfield. Church, intrisa di spiritualismo – e per ciò legata a doppio filo con The Healing – è tutta voce, chitarra acustica, armonica e un tocco di percussioni. Esempio di scarna bellezza, lascia coincidere ulteriori brandelli di storia personale con quella artistica, dato l’ausilio delle due sorelle Clark, Shawn e Savannah, ai cori.
Gary Clark Jr. ha mosso i primi passi presso l’Antone’s – del leggendario promoter Clifford Antone – l’ombelico del mondo blues. Da adolescente, in quel locale, ha iniziato a fare proseliti ed ha trovato il prezioso aiuto di Jimmie Vaughan (fratello dell’indimenticato Stevie Ray) fino a scalare le vette del successo ed arrivare ad esibirsi durante il Crossroads Guitar Festival nel 2010. Da quel momento la carriera di Clark è stata un crescendo che lo ha portato a calcare il palco al fianco di numerose star (su tutte, gli Stones per il loro tour 50 & Counting). L’inesorabile esplosione sulla scena musicale non sembra aver disorientato il bluesman che, in proposito, ha schiettamente ammesso: “Realizzo i miei spettacoli e incido i miei dischi. Cerco di non rimanere invischiato nelle campagne pubblicitarie che accompagnano il mio nome. Sono sempre lo stesso: faccio quello che facevo prima”. Oltre alle qualità fin qui mostrate, sono il legame con le radici e l’innato desiderio di incrociarle con il soul, l’hip hop e ulteriori rivoli della musica contemporanea, che forse candidano davvero Gary Clark Jr. a rappresentare, insieme a pochi altri esponenti (l’immarcescibile Prince, il redivivo D’Angelo, e l’ammaliatore Kendrick Lamar), il titolo di campione mondiale della scena black. Il verdetto appartiene al futuro, è certo, ma al presente spetta The Story Of Sonny Boy Slim.
On-line su SENTIREASCOLTARE.
- Fotografie di Frank Maddocks e Jon Shapley.
Osannato dal gotha del circuito mainstream, il musicista cerca di allargare la propria audience con The Story of Sonny Boy Slim, album blues che favorisce continui cambi di genere in un tripudio di ottima black music.
“Mia madre mi chiamava Sonny Boy di tanto in tanto, e anche i miei artisti preferiti – Sonny Boy Williamson, e tutti quei ragazzi del blues – si chiamavano così”. E ancora “Greg Izor (un grande armonicista) mi chiamava sempre Slim”. Nasce da un arzigogolo di moniker il titolo del nuovo album di Gary Clark Jr.
The Story of Sonny Boy Slim: solo a pronunciarlo sembra evocativo e spontaneo. Si presenta come una risacca del passato che, in parte, ne restituisce la mitologia. Il suo autore è l’ultimo profeta di una lunga stirpe intento a (ri)leggere i comandamenti del blues senza badare troppo a mutamenti radicali. E’ fisiologico che prenda a prestito, che alluda, che provi a muoversi – quasi ad ogni passo – nelle orme impresse da strabilianti antesignani. Un’aspirazione, quella di misurarsi con i grandi, che per certi versi denota stima, per altri sottopone il progetto di Clark allo “stress test” delle analogie.
The Story of Sonny Boy Slim assume i contorni del lavoro biografico nell’intestazione e nel messaggio. Dopo una generica auto-presentazione affidata a Blak and Blu, debutto del 2012 per Warner Bros. Records, ora Gary Clark Jr. focalizza i dettagli e avoca per sé la piena autonomia, concettuale e pragmatica, nelle fasi cruciali del lavoro. Dall’ideazione alla scrittura, dall’arrangiamento alla produzione, è lui che progetta, suona, taglia, scarta e ricuce. Blak and Blu aveva provocato alcuni giudizi contrastanti tra i critici. Il disco si insediava autorevolmente nel solco della tradizione blues con significativi apporti soul e rhythm and blues. Ma a pesare sui commenti di certi puristi erano quei rimandi black à la page capaci di far travisare l’intera registrazione e di bollare Clark mero prigioniero nella morsa di un sound ruffiano. Un vero e proprio paradosso per un giovane bluesman che cercava di attualizzare il repertorio del genere raccogliendo giudizi esasperati: o lodi sperticate (per qualità di proposta, abilità tecnica e freschezza di stile) o biasimo (per eterogeneità, artificiosità, sovrapproduzione, pubblicazione tramite una major). Una situazione che non sembra aver pesato sul percorso dell’allora ventottenne, impegnato ad assecondare la propria attitudine dal vivo e in studio di registrazione.
Nell’alveo familiare delle strade di Austin, la sua città, Clark ha compendiato idee abbozzate in tour e le ha sigillate in The Story Of Sonny Boy Slim. L’album sfodera un’atmosfera intensa sin dalle prime battute. Partitura e liriche, pur nella loro relativa essenzialità, competono per la supremazia in un duello che si rivela molto personale. “Il tema di fondo di questo album sono la fede e la speranza nella realtà” conferma Clark “alla fine della giornata è ciò di cui abbiamo bisogno”. L’apertura affidata a The Healing conferma l’assunto. “I’m a hard fighting soldier and I’m on the battlefield” canta la voce fuori campo “I’ll keep bringing souls to Jesus by the service that I pray”. Il pezzo è introdotto dai versi di Hard Fightin’ Soldier, un traditional battista, un gospel che spiana la strada al manifesto di Clark, all’ammissione dogmatica della musica quale strumento catartico per tutte quelle aberrazioni che cingono d’assedio l’esistenza. Una canzone sospesa, di grande impatto, che assurge a metafora potente e salvifica. La solennità abbacinante del ritornello è quasi un mantra. Efficacemente posto in testa al tracklisting, il brano arretra solo grazie all’impatto di Grinder, testo recalcitrante ma indefinito, tra le cui battute aleggia il fantasma di Hendrix. La sacralità introduttiva è compromessa da feedback incisivi e lick ardenti alla maniera del mancino di Seattle.
Più evidente risulta il sentimento di sconforto in Hold On, redatto sull’onda emozionale della recente paternità. L’amarezza sfocia nella collera, nel disorientamento e nella frustrazione: lo squallore del razzismo, nonostante la presidenza di un afroamericano, deflagra con i fatti di Ferguson e Baltimora e risuscita un aspetto celato nella società statunitense di cui anche Clark è incredulo testimone.
Da Blak and Blu il nuovo The Story Of Sonny Boy Slim eredita uno spettro di varietà stilistiche che inclinano il mood. A spostare in ambito nettamente positivo l’“indice della felicità interna lorda” – sì, esiste per davvero – sono Shake, blues scaltro, veloce, senza tempo e BYOB (l’acronimo si riferisce al diritto di tappo?) intermezzo farsesco dall’alto tasso alcolico. La voce di Clark si rivela vincente, è una risorsa persuasiva al pari delle sue innate doti di chitarrista. In Star il texano sfodera lo stesso falsetto che gli è valso il Grammy Award per Please Come Home (Best Traditional R&B Performance) mentre Our Love e Cold Blooded sembrano celebrare la raffinatezza timbrica di Curtis Mayfield. Church, intrisa di spiritualismo – e per ciò legata a doppio filo con The Healing – è tutta voce, chitarra acustica, armonica e un tocco di percussioni. Esempio di scarna bellezza, lascia coincidere ulteriori brandelli di storia personale con quella artistica, dato l’ausilio delle due sorelle Clark, Shawn e Savannah, ai cori.
Gary Clark Jr. ha mosso i primi passi presso l’Antone’s – del leggendario promoter Clifford Antone – l’ombelico del mondo blues. Da adolescente, in quel locale, ha iniziato a fare proseliti ed ha trovato il prezioso aiuto di Jimmie Vaughan (fratello dell’indimenticato Stevie Ray) fino a scalare le vette del successo ed arrivare ad esibirsi durante il Crossroads Guitar Festival nel 2010. Da quel momento la carriera di Clark è stata un crescendo che lo ha portato a calcare il palco al fianco di numerose star (su tutte, gli Stones per il loro tour 50 & Counting). L’inesorabile esplosione sulla scena musicale non sembra aver disorientato il bluesman che, in proposito, ha schiettamente ammesso: “Realizzo i miei spettacoli e incido i miei dischi. Cerco di non rimanere invischiato nelle campagne pubblicitarie che accompagnano il mio nome. Sono sempre lo stesso: faccio quello che facevo prima”. Oltre alle qualità fin qui mostrate, sono il legame con le radici e l’innato desiderio di incrociarle con il soul, l’hip hop e ulteriori rivoli della musica contemporanea, che forse candidano davvero Gary Clark Jr. a rappresentare, insieme a pochi altri esponenti (l’immarcescibile Prince, il redivivo D’Angelo, e l’ammaliatore Kendrick Lamar), il titolo di campione mondiale della scena black. Il verdetto appartiene al futuro, è certo, ma al presente spetta The Story Of Sonny Boy Slim.
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- Fotografie di Frank Maddocks e Jon Shapley.
venerdì 11 settembre 2015
EZTV - Calling Out
Gli EZTV debuttano con "Calling Out", album pregno di potenziali hit segnate dalle ormai famigerate pene d’amor perduto. Buona la prima, dunque, ma per plasmare musica da ricordare occorre più originalità.
Emozionale sul piano testuale e vintage su quello sonoro, l’esordio discografico degli EZTV ricuce tessuti melodici recuperati dai sixties e parsimonia ritmica dagli eighties.
CallingOut potrebbe sembrare gracile, e per gran parte lo è, ma scrostata la sottile vernice di immediatezza che lo ricopre, si rivela più solido di quel che appare.
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Emozionale sul piano testuale e vintage su quello sonoro, l’esordio discografico degli EZTV ricuce tessuti melodici recuperati dai sixties e parsimonia ritmica dagli eighties.
CallingOut potrebbe sembrare gracile, e per gran parte lo è, ma scrostata la sottile vernice di immediatezza che lo ricopre, si rivela più solido di quel che appare.
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martedì 1 settembre 2015
The Lafontaines - Class
Gli scozzesi Kerr Okan (voce), Jamie Keenan (batteria), John Gerard (bass), Iain Findlay (chitarra) e Darren McCaughey (chitarra e tastiere) fondano il gruppo The Lafontaines nel 2010. Il giovane quintetto promuove un crossover che “ufficialmente” prende spunto dal rapping dello statunitense Notorius B.I.G. e dalle sonorità dei connazionali Biffy Clyro. Per certi versi, il duplice orientamento è attendibile: risulta evidente la fascinazione hip hop, meno quella rock. Più che altro è un godibile power pop a brillare, soprattutto durante gli spettacoli dal vivo. Il sound è certamente immediato, ma non rigorosamente radicale. Spesso ricorda episodi moderati del pluripremiato coacervo concepito dai Linkin Park.
Il primo lavoro discografico è l’EP All She Knows, del 2013, ma il vero e proprio debutto è Class (giugno 2015), un lavoro che calca la mano su temi personali e generazionali, e focalizza uno stile bardato con chitarre in overdrive e testi turbinosi. Quasi tutte le tracce del disco presentano suoni pieni ma non necessariamente aggressivi, che si traducono in una voluminosa massa. L’intensa attività live è imprescindibile per una band che vuole farsi una reputazione, per questo i The Lafontaines si esibiscono in numerosi piccoli club (anche negli States) prima di affrontare l’annuale edizione del “T in the Park”, il leggendario festival scozzese.
Il curioso nome della band è stato scelto per onorare il grande voice actor americano Don LaFontaine, scomparso nel 2008 poco prima di mettere in atto una collaborazione con i ragazzi di Glasgow.
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Il curioso nome della band è stato scelto per onorare il grande voice actor americano Don LaFontaine, scomparso nel 2008 poco prima di mettere in atto una collaborazione con i ragazzi di Glasgow.
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mercoledì 26 agosto 2015
Gardens & Villa - Music For Dogs
Tenui melodie e cori à gogo per Music For Dogs, terzo album in carriera del gruppo californiano Gardens & Villa. Poche sorprese, ma una ritrovata verve lirica tiene a galla l’intero lavoro.
Gardens & Villa si riaffacciano sul mercato discografico solo un anno e mezzo dopo la pubblicazione di Dunes. Il gruppo capeggiato da Chris Lynch e Adam Rasmussen ha impiegato poco ad elaborare il nuovo progetto discografico Music For Dogs. Complice la smania di far dimenticare il precedente lavoro – che stando alle ultime dichiarazioni, pare sia stato imposto dalla label – i due hanno elaborato le undici tracce in preda ad un rinnovato delirio creativo libero da vincoli.
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Gardens & Villa si riaffacciano sul mercato discografico solo un anno e mezzo dopo la pubblicazione di Dunes. Il gruppo capeggiato da Chris Lynch e Adam Rasmussen ha impiegato poco ad elaborare il nuovo progetto discografico Music For Dogs. Complice la smania di far dimenticare il precedente lavoro – che stando alle ultime dichiarazioni, pare sia stato imposto dalla label – i due hanno elaborato le undici tracce in preda ad un rinnovato delirio creativo libero da vincoli.
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