venerdì 28 novembre 2008

Suspended in my masquerade (storia di un incontro ravvicinato del III tipo)

- foto di Giapo -

La giornata doveva essere assolutamente spensierata. Noi tre (i soliti!) avevamo programmato tempi, soste e quant’altro, ben prima del giorno fissato per l’ennesimo concerto di Springsteen in Italia. Con l’anima in pace, ci eravamo detti che questo sarebbe stato un concerto tranquillo, di quelli da vivere con poche ansie e zero preoccupazioni. Sveglia ad un orario comodo, giro in città, pranzo e poi con tutta calma, in coda ai cancelli d’ingresso del Forum di Assago. Del resto faceva molto freddo e di restare per ore in fila - stavolta - non se ne parlava. Anzi, dopo pochi minuti di attesa sotto il plumbeo cielo della gelida Milano, già smaniavo dalla voglia di bere un tè caldo!
Il destino, però, aveva in serbo piacevoli sorprese per una serata davvero speciale.
Per brevità espositiva scrivo solo che, in maniera rocambolesca, io, Miss “E” e “Giapo”, grazie al nostro “lEgno passepartout”, ad un pizzico di buona sorte e ad una galoppata niente male, siamo giunti nel “pit”.

Esattamente un anno fa, dunque, mi accingevo ad una visita cardiologica dall’esito incerto: a testare la funzionalità delle mie coronarie, infatti, ci pensava il Dr. Springsteen con un incredibile double shot “Incident On 57th Street/ The E Street Shuffle”. La mia più fervida immaginazione non avrebbe mai potuto partorire tale fantasia ed invece, questi due storici brani, sono stati inseriti in scaletta e riproposti (in sequenza!) con ritrovata freschezza.
Destabilizzante anche l’energia profusa per una versione decisamente Hard Rock di Adam Raised A Cain (per quel che conta) uno dei miei brani preferiti.
Canzoni come questa, fanno davvero (s)correre il sangue nelle vene tanto da mandarlo in ebollizione. Ti fanno sentire vivo.
Sconvolgente, inoltre, l’adattamento blues di Reason To Believe, leggendario pezzo tratto da “Nebraska”, che da solo è valso il prezzo del biglietto. Questa folk song, morta per annegamento nelle fangose rive del Mississippi e risorta con anima intrisa di Delta Blues, è stata presentata in una versione antesignana della “A Night With The Jersey Devil” concessa in dono a tutti gl’internauti lo scorso Halloween. Il vecchio brano, terminato con balbettio simile a quello emesso da Roger Daltrey in “My G(-g-g)eneration”, è stata la migliore novità tra quelle proposte nel “Magic Tour” anche se, a dirla tutta, una scarna versione già rielaborata, Bruce l’aveva esibita durante il “Devils & Dust Tour” del 2005. All’epoca una pedana in legno (sorta di grancassa buona per portarci il tempo con i piedi), l’armonica e un microfono Green Bullet (o Blues Blaster Hohner o qualcosa del genere) sopperivano alla mancanza di altri strumenti.

E poi … che dire della vigorosa stretta di mano al Capo in persona?
Succede che il rocker, si presta ad un piccolo bagno di folla su “Thenth Avenue Freeze-Out”. Ricordo tutto alla perfezione e soprattutto ricordo la sua faccia subito dopo quanto mi appresto a narrare. Un’espressione traducibile in: “Ragazzi, che presa! L’ho scampata bella”.
Springsteen protende il braccio sulle prime file, in pratica dove sono io, in atteggiamento misto tra il rassegnato (Ok, sequestrate la mia mano), l’intimidito (Non mi fratturate le falangi, sono i miei attrezzi da lavoro) e l’atterrito (Mio dio, l’anello!).
Quando il suo avambraccio è ormai accerchiato da mani di altri fans, ben conscio di essere privo del tipico selfcontrol inglese, mi ci fiondo sopra e, anticipando tutti, stringo la mano che ha composto (due a caso) Darkness e Jungleland. Posso tramandare ai posteri il racconto di un fenomeno che - è proprio il caso di dirlo - ho “toccato con mano”.

- foto recuperata in rete -

Il body builder del NJ è immobile sul bordo del palco, con postura da “colpo della strega”. E’ stretto nella mia morsa e in lui, sento ormai prevalere una certa rassegnazione. Poi, mentre cerca di ritrarre il braccio, mi accorgo che sta per lasciarmi (in modo assolutamente involontario) il suo anello in mano. Mollo la presa proprio quando il prezioso (?) cerchietto è molto più vicino alla punta che alla base del suo anulare sinistro. Chissà se quello era l’anello un tempo appartenuto a John Steinbeck. Non so. In tal caso sono ben felice di essere venuto a contato con un vero “tessssoro”.
La mia prolungata ed energica stretta di mano ha consentito a tanti altri attorno a me (a rivedere l’immagine, circa quindici corpi stretti in mezzo metro quadrato!) di toccare l’oracolo. Il pigiato spettatore/testimone che mi sta davanti si gira, mi guarda con occhi sbarrati (come se avesse avuto in regalo un milione di euro) mi porge la mano e, compiaciuto, annuisce. Contraccambio e subito volgo lo sguardo a Bruce: lo vedo andar via, felice per lo scampato pericolo, mentre rimette a posto il prezioso ornamento.
Il mio pensiero subito dopo l’evento? Io, posso camminare sulle nuvole!

- foto di "Rudy" recuperata in rete -

Ammetto di essere stato un feroce critico di “Magic” (sono pronto a reiterare il reato), ma con altrettanta sincerità riconosco che alcuni brani di questo disco, si prestano perfettamente alle dinamiche da concerto. “Radio Nowhere”, su tutte, è un gran bel pezzo con chitarre e batteria in evidenza. E’ il brano più appropriato per iniziare il concerto: consente agli astanti di scaricare tutta l’adrenalina accumulata nelle ore di attesa. Non male “Gypsy Biker” (anche se sa di già sentito), mentre corre l’obbligo di menzionare una piccola rivoluzione avvenuta durante la piacevole “Long Walk Home”: qui Bruce mette da parte il suo individualismo per dare spazio (ma solo per trenta secondi!) alla voce, diversamente gracchiante dal solito, di Steve Van Zandt, concedendogli la possibilità di fare qualche bel vocalizzo in pieno stile soul.
Per la sempre adorabile “Badlands”, non si possono più spendere parole originali: in trent’anni, tutto è stato detto, scritto e pensato.
Su “Born To Run” devo assolutamente rinnovare il mio personalissimo rito paranoico, e lo faccio: svesto la maglia, rigorosamente bianca, che indosso e la lancio.

Il concerto, snello, senza estenuanti coretti tra palco e pubblico e senza pause, termina con “American Land” in un tripudio di luci, colori e gente tanto entusiasta quanto esausta.

Doveva essere solo una passeggiata ed è stata, invece, un’altra corsa verso la spensieratezza dei temerari giorni che furono.

Sotto l’effetto di muscoli intossicati dall’acido lattico che, a stento, reggono scheletri e poco altro, noi tre (sempre i soliti!) ci guardiamo negli occhi e ci mentiamo – coscienti di farlo - ancora una volta: “E stata l’ultima! Sul prossimo biglietto ci sarà scritto tribuna!”. Risate a crepapelle, baci e abbracci.

L’indomani vedrò spuntare la mia dannata faccia tra il pubblico, durante il servizio messo in onda dai vari telegiornali.

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lunedì 24 novembre 2008

Io so qualcosa che tu non sai

Ascolto la musica dei Clash e ho l’impressione di essere esposto ad una gragnola di proiettili pronti a investirmi. The Clash “The Only Band That Matters” ovvero, Joe Strummer, Mick Jones, Paul Simonon, Nicky “Topper” Headon. Uno, due, tre, quattro! Chitarra, batteria, basso e l’inconfondibile voce di Joe: Rock dallo scoppio rapido a rompere il silenzio, onda sonora che si propaga fino a tutto travolgere.
La mistura tra musica meticcia e testi impegnati, dà forma a un Rock’n’Roll capace di annullare ogni frontiera di genere e qualsiasi distanza tra palco e pubblico. Quattro inglesi dall’aspetto volutamente trasandato pronti ad enunciare l’imminente avvento dell’apocalisse. Gli anni ’70 volgevano al termine, era l’epoca in cui le politiche liberiste smantellavano il welfare state degenerando, fino ai giorni nostri, nell’annientamento di ogni tipo di tutela per la classe lavoratrice. Erano anni in cui aumentavano gli scioperi innanzi alle fabbriche, in cui dilagava la disoccupazione e, last but not least, intere palazzine inglesi rimanevano vuote pur di non essere riqualificate o destinate agli homeless. I Clash, denunciavano tutto, senza riserve. Contestavano queste aberrazioni perché erano parte di quello stesso pubblico che subiva, erano ragazzi angustiati per il proprio futuro, al pari dei loro fans. Questo rapporto simbiotico li poneva in cima alla concisa lista di bands che amavano condividere tutto con i propri estimatori: spartire con loro i camerini era la regola, vietare alla security di essere intransigente durante i concerti era una norma comportamentale imprescindibile, regalare ingressi a schiere di fans, anche occasionali, non era un’insolita iniziativa.
Ma la band imploderà su se stessa nel momento di massima esposizione mediatica. La corrente centripeta del 1982 sgretolerà il gruppo: sarà in gran parte imputabile alle prese di posizione di Joe Strummer, incapace di gestire un inaspettato quanto disprezzato successo planetario.

Joe era una scintilla scagliata via dalla stessa lingua di fuoco che gli aveva dato la vita.
Una scheggia infuocata pronta a generare altre fiamme, incendi ovunque.
L’unico chitarrista capace di trovare posto nel “giro che conta” nonostante fosse solo uno “strimpellatore”!
In realtà Mr. John Graham Mellor (in arte Joe Strummer) era discendente dalla stessa virtuosa progenie cui erano appartenuti Elvis, Johnny Cash, Hendrix, MC5, Stooges e ne ha a sua volta vissuto la medesima parabola.
Come loro, era animato dallo stesso spirito rivoluzionario che gli ha consentito di annientare le convenzioni, di recidere i legacci che ad intervalli regolari hanno imbrigliato il mondo del Rock.
Per Joe la musica ha sempre ricoperto un ruolo di vitale importanza. Aveva quella strana febbre, quel raro morbo che prospera solo in certi uomini, quella smania che costringe ad essere alla continua ricerca di un qualcosa che, se conquistato, risulta fuggevole.

Il vuoto lasciato dalla sua scomparsa è - lessico abusato ma autentico - incolmabile: a consolare, resta la constatazione del fatto che il viaggio è stato breve, ma impareggiabile.
Dei folk singers che frequentavano il Greenwich Village nei primi ‘60, Bob Dylan ha detto: “Tutti i grandi artisti che ho visto e a cui volevo assomigliare, avevano una cosa in comune … era nei loro occhi. Il loro sguardo diceva: io so qualcosa che tu non sai”.
Affascinanti parole quelle di Dylan, perfette per descrivere l’enigmatico sguardo di Strummer.

Recentemente ho visto il sensazionale “The Future Is Unwritten” un intenso docu(mentario)film colmo di aneddoti su Joe, sui Clash e su quella magnifica manciata di anni in cui si è manifestato, in tutta la sua essenza, il fenomeno Punk. Da fan non proprio attento, mi sono più volte chiesto dove il regista avesse ripescato quel titolo già sentito finché, dopo alcune ricerche, non ho individuato la piccola epigrafe raffigurata sul retro della copertina dell’LP “Combat Rock”.

Il disegno – ripreso anche per la front cover del singolo “Know Your Rights” – illustra una stella rossa su cui è posto un libro aperto: sulla pagina destra compare un revolver, su quella sinistra campeggia una truculenta scritta di sangue ov’è richiamato il motto “The Future Is Unwritten”.
Già, un revolver: perché dici Clash e ti senti minacciato da una pistola puntata in faccia. Il futuro non è scritto, invece, è l’ineluttabile profezia enunciata a vent’anni dal suo compimento e avvenuta quando tutto invece, pareva scritto. Il gruppo, infatti, era nuovamente pronto a salire sullo stesso palco per l’ingresso nella Rock’n’Roll Hall Of Fame, in un momento in cui vecchi dissapori venivano accantonati (anche se solo per un giorno). Milioni di fans, la band e Joe stesso, beffati dal destino.

Ma non c’è da essere tristi, con tutta l’ottima musica che i quattro inglesi sono stati capaci di diffondere e lasciare in eredità anche a chi, come me, non ha avuto modo di conoscerli da vicino.
E poi Joe aveva quello sguardo enigmatico che pareva celare quel qualcosa d’inconfessabile …

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mercoledì 12 novembre 2008

Rearviewmirror

Dodici anni fa assistevo al mio primo concerto dei Pearl Jam.
Un desiderio a lungo agognato tramutato in realtà.
Ma oggi non mi dilungo nel celebrare quell’esaltante concerto.
Niente vivide sensazioni in preda alle emozioni, non oggi.
Solo, mi piace rievocare un Vedder in stato di grazia: la voce al top, lo sguardo sfavillante su “Rockin’ In The Free World”.
Fuoco dalle chitarre per una rivolta in musica.
A Roma, Jack Irons dietro i tamburi, la bandiera della Roma sopra i tamburi.
Diecimila fans stipati nel palazzetto per quello che è il primo grande concerto della Rock band in Italia.
Camicie di flanella in platea e vino sul palco.
Uno del pubblico lancia un plettro sul palco, non l’inverso.
Il concerto: Rock!
L’incoscienza tipica dei ventenni: assolutamente Rock!

- Setlist -

Release
Last Exit
Animal
Hail, Hail
Dissident
In My Tree
Corduroy
Better Man
Not For You
Even Flow
Daughter
Jeremy
Hunger Strike
Black
State Of Love And Trust
Sometimes
Rearviewmirror
Immortality
Lukin
Alive
Who You Are
Once
Present Tense
Smile
Rockin' In The Free World


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lunedì 10 novembre 2008

Miracolo a New Haven

Sulla east cost degli Stati Uniti, nel Connecticut, si trova la città di New Haven nota ai più perché sede della prestigiosa università di Yale.
New Haven, però, è celebre in ambito musicale per la rilevante attività live che da anni svolge il “Toad’s Place”. Basti pensare che in questo piccolo locale, negli anni ’80, hanno suonato U2 e Rolling Stones.
Il 12 gennaio 1990 tocca ad un altro mostro sacro del Rock, salire sul palco del “Toad’s” per trasgredire un tabù che dura da lungo tempo.
Insieme al talentuoso chitarrista George Edward "G.E." Smith, al batterista Christopher Parker e al bassista Tony Garnier (oggi unico “superstite” di quella band), Bob Dylan si appresta a suonare in un club per la prima volta in 25 anni. Non solo: il concerto consta di quattro sets, per oltre cinque ore di ottima musica Rock!
Lo spettacolo, infatti, risulta bello tosto rispetto agli standard resi noti da Dylan nel decennio precedente e, a rendere vivace l’atmosfera non è solo l’euforia degli alticci fans presenti in sala. Complice il line up del gruppo, con un Bob Dylan ben più irrequieto della tanto oltraggiosa svolta elettrica del Festival di Newport (1965), a turbare i fortunati astanti è l’interpretazione dal piglio rigorosamente “nervoso” di vecchi e nuovi brani.

Il suono prodotto risulta grezzo, si bada molto al sodo e l’enfasi interpretativa dei testi passa decisamente in secondo piano.
Ma a rendere speciale questa tappa del “Fastbreak Tour” (un paragrafo del capitolo “Never Ending Tour”) sono giusto tre minuti e mezzo di Rock. Forse per la vicinanza al “Garden State” (circa 2 ore e ½ di auto), forse per puro piacere personale o per chissà quale altra causa, Dylan esegue una canzone di Bruce Springsteen: una circostanza che non si era mai verificata prima e che mai si ripeterà. La scelta ricade su una versione tanto stramba quanto preziosa di "Dancing In The Dark".

L’esecuzione è da shock! Il pezzo è vibrante, la carica di Dylan è sconcertante (sembra davvero voler ripetere l’energia che è propria di Bruce) e ciò che elettrizza, è pensare a come Dylan abbandoni i propri panni e lasci libero sfogo ad un'inconsueta irruenza: è semplicemente spiazzante perché fuori da ogni logica dylaniana.
La riproposizione del testo poi! E’ pazzesca: le liriche - chorus escluso - sono completamente inventate (nel senso che sono davvero immaginarie), cioè le parole sono lamenti gridati a caso. Tuttavia questo rigenerato artista riesce a rendere emozionante la fin troppo personale versione dell’hit di Springsteen, senza intaccarne il significato. A volte sembra di sentire un bambino eccitato che imbraccia una Fender per la prima volta e che ha la possibilità di urlare quel che vuole in un microfono “aperto”. Proprio questa primordiale freschezza trasforma in leggenda una performance decisamente underground. La frenesia del pubblico è chiaramente intuibile al termine dell’esecuzione del brano sia dal boato finale del pubblico, sia dai peculiari “Bruuuuuce!” da concerto springsteeniano. Solo che, non siamo ad un concerto di Springsteen!
Sarebbe interessante conoscere l’opinione del body builder del NJ al recepimento della notizia. Che significato avrà attribuito a quello che a me pare il conseguimento di un tributo? Perché di questo, credo, si tratti. Forse perché ritengo che Bob ammiri Bruce, magari non negli stessi termini in cui Springsteen apprezza Dylan come uomo ed artista ma, un fondo di stima - in mancanza di una dichiarazione urbi et orbi da parte del “Poeta” - è ipotizzabile (nonostante la composizione della quantomeno ostile "Tweeter & The Monkey Man"). Springsteen, d’altronde, non ha mai fatto mistero della propria considerazione nei confronti dell’arte di Dylan. Vale la pena, all’uopo, riportare la parte finale del discorso pronunciato il 20 gennaio 1988 (data del loro primo incontro pubblico ufficiale, che qui, verrà riproposta più volte) per introdurre Dylan nella R’n’R Hall Of Fame:
“Ora, parlando da ammiratore, quando avevo quindici anni e ascoltavo Like A Rolling Stone, ascoltavo un tizio che aveva il coraggio di prendersela col mondo intero e che mi faceva sentire come se anch'io avessi dovuto farlo. Forse alcuni fraintesero quella voce credendo che Bob avesse preso posizione anche per loro, ma crescendo, s’impara che non c'è nessuno che può fare qualcosa al posto tuo. Così stasera sono qui solo per ringraziarti, per dire che non sarei qui se non fosse per te, per dire che non c'è un'anima in questa stanza che non ti debba riconoscenza, e per rubare una frase da una delle tue canzoni, che ti piaccia o no, "tu sei stato il fratello che non ho mai avuto".

Nella sua carriera Bruce ha già provveduto ad omaggiare più volte il “Menestrello di Duluth” con l’esecuzione di capolavori tratti dalla sua opera: un EP del 1988 riporta addirittura il titolo, oltre la registrazione live, del brano “Chimes Of Freedom”.

Il rapporto tra i due, però, mi è sempre parso contrastato. Oserei dire difficile. Tutto ha inizio con una consuetudine in voga nei primi anni ’70. Al pari di altri giovani emergenti, anche Springsteen viene annoverato - ad inizio carriera (‘73) - tra i cloni di Dylan, anzi, stando a quanto scritto dalla stampa di settore, parrebbe il suo più credibile erede. Ridicolo, ovviamente, il solo pensiero: tra i due, sono più le divergenze che i punti di contatto. Solo che davvero alcuni “giornalisti musicali” di basso rango tentano di infangare, in ogni modo, l’operato di Dylan per convincere l’opinione pubblica della necessità di “rimpiazzare” il cantautore del Minnesota, anche se questi ha alle spalle poco più di dieci anni di rivoluzionaria attività e un brano da brividi appena concepito (“Knockin’ On Heaven’s Door” per la soundtrack del film Pat Garrett & Billy The Kid).

Springsteen viene letteralmente messo in croce con questa storia per almeno tre anni. Per esplicitare questa pressione, faccio menzione di un solo episodio. Ad Atlanta un Dj gli chiede: “Come ci si sente ad essere paragonato a Bob Dylan?” e Bruce di rimando: “Come ci si sente a prendere un cazzotto in bocca?” (articolo di Greil Marcus per Rolling Stone, 20 maggio 1976).

Un altro ricordo fa pensare all’affetto unilaterale che Bruce prova per Bob. Ripenso ad un emozionatissimo Springsteen che tortura i palmi delle proprie mani, si gratta nervosamente, strizza gl’occhi innumerevoli volte durante tutta la lettura del discorso e infine passa la mano tra i capelli rimanendo oltremodo scapigliato e goffo davanti a decine di flash pronti ad immortalarlo, mentre pronuncia un bellissimo discorso (in parte sopra citato) per introdurre Dylan nella R’n’R HoF nel 1988. E Dylan che, “freddino”, archivia la pratica con uno sbrigativo bacetto.

E poi tutte le volte che c’è un duetto Bob non fa nulla per nascondere il suo tipico atteggiamento glaciale, tanto da sembrare scostante.
Questo è quanto ho provato nel vederli insieme durante le rare comuni esibizioni. Oltre alla conclusiva jam session con Jagger, Fogerty, Harrison, Little Steven e Joel svoltasi al Waldorf Astoria Hotel di New York per il conseguimento dell’onorificenza nel gennaio ‘88, i due si sono trovati insieme a Neil Young per un concerto a New York il 20 ottobre del 1994 e finalmente soli, per la prima volta, il 2 settembre del 1995 per inaugurare il museo del R’n’R di Cleveland. Anche in questa circostanza, nel duettare su “Forever Young” Dylan sembra stare un po’ sulle sue. Risulta alquanto eloquente una foto scattata in quell’occasione: mostra la distanza, non solo fisica, tra i due.

Eppure Bruce non perde occasione per elogiare pubblicamente Mr. Wolfman.
Il 4 ottobre 2003 allo Shea Stadium per la chiusura del “Rising Tour” Springsteen chiama sul palco Dylan per “Highway 61 Revisited”, grande pezzo, grande resa dal vivo ma anche qui, Bob suona, saluta e va via. Il solito Bruce lo insegue per l’ultimo sorriso, un altro ringraziamento e l’ennesima pacca sulle spalle, prima che questi scompaia nel backstage. Anche in questa sede il discorso pronunciato dal palco è di pura e sincera venerazione per il suo idolo (ma più che altro, è l’incipit, a chiarire il loro rapporto):
"Un buon amico ed una fonte di ispirazione per tutti noi, Bob Dylan è qui stasera. Non saremmo qui se non fosse stato per lui".

Ed ancora: "Cercare la verità è l'american way. L'ho imparato da Bob Dylan". Poi prima di attaccare “Land Of Hope And Dreams” dice: "L'opera di Bob Dylan è fatta di canzoni nate in un'epoca particolare della storia di questo Paese, quando lui da solo, stava in piedi sulla linea di fuoco. Mi ricordo che da piccolo stavo nella mia stanza e le sue canzoni mi davano molteplici possibilità e mi mostravano un mondo al di fuori della mia città. Non lo so se sono i grandi uomini a fare la storia o se è la storia a fare i grandi uomini ma Bob è uno di questi grandi. Ora e per sempre. Grazie per aver impreziosito questo palco e per essere stato una fonte di ispirazione per me. Quando ho scritto questa canzone io stavo cercando di seguire le sue orme".

Non ricordo altre occasioni di condivisione del palco tra i due. Sono certo, invece, che non esista una sola incisione in studio tra questi due grandi artisti*. Dylan, per contro, ha suonato con membri della E Street Band. E’ successo per le registrazioni del suo album “Empire Burlesque”. Per il solo brano "When The Night Comes Fallin From The Sky", nel febbraio del 1985, vengono “arruolati” gli E Streeters, Little Steven (chitarra) e Roy Bittan (tastiere). Le sessioni di registrazione hanno luogo presso i Power Station Studios di New York (gli stessi ove è stato registrato il doppio LP di Springsteen, "The River"). Grazie al contributo dei due “uomini del Boss” il sound del pezzo è fortemente orientato su registri Rock, ma Dylan decide di incidere nuovamente il brano senza Bittan e Van Zandt: il risultato è quello ufficialmente pubblicato su disco (cioè un brano à la mode, con quel tipico suono di synth a imporsi sugli altri strumenti). La registrazione originaria verrà comunque pubblicata, anni dopo, nelle “Bootleg Series, Vol. I-III".
Da notare che è proprio del 1985 il progetto “Sun City” realizzato da Steve Van Zandt: chissà se è durante le prove di “When The Night Comes Fallin From The Sky”, che il musicista/attore riuscirà a strappare l'adesione di Dylan al progetto benefico.

Ora, tra realtà e leggenda, mi appresto a svelare l’ultima parte di questa storia.
Nell’affollato locale di New Haven, tra fans in delirio accalcati sotto il palco, avventori che tracannano birre e coppie che si tengono per mano, in un cantuccio, c’è pure un solitario spettatore dal volto celebre.
Intanto inizia “Dancing In The Dark”, la chitarra parte per prima, seguita dalla batteria e dai rimanenti strumenti. Bob si sforza di emettere un mugolio intonato che tenta di spacciare per il testo originale (!), “G.E.” cerca di star dietro a quel cantato sghembo e Chris con l’aiuto di Tony, regge l’impalcatura di un fabbricato dalle fondamenta incerte. Nel frattempo quel solitario spettatore mal celato dall’oscurità, ricorda sempre più la fisionomia di Bruce Springsteen. Potrebbe essere lui ma non vi è certezza perché la luce che lo illumina è fioca. Difficile dare un responso certo, anche se a pensarci bene, solo una manciata di miglia dividono casa sua dal Toad’s. Sì, deve essere così, Bruce stasera ha deciso di fare un salto al club per godersi lo spettacolo in incognito e, per questo, si palesa al solo Bob. Questi, dunque, in onore del suo amico, si prodiga in un concerto smisuratamente duraturo al pari, anzi superiore, a quelli che abitualmente quell’anonimo ospite è solito tenere, e decide di tributargli una dedica “in codice” eseguendo il pezzo tratto dal suo repertorio. Così, Bruce, nascosto in un angolo del locale, si gode il concerto del suo idolo e amico … ballando nell’oscurità, finché, il brano termina troncato di netto come il ramo di un albero. Scompiglio sotto al palco un “Thank you!” dallo stage e … via!
Altro giro, altra corsa. Bob Dylan è fatto così: diversamente, non sarebbe Bob Dylan.

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* = escluso il singolo "We Are The World" per il progetto "USA for Africa", ove però, erano presenti molti altri cantanti/musicisti.

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