venerdì 19 dicembre 2008

“The one who left behind his name”

Nel 1982 gli scaffali dei negozi di dischi ospitavano “The Nightfly” di Donald Fagen, combinazione esemplare tra veste grafica tremendamente seducente e alta qualità del contenuto. Da quell’anno non si erano più viste, nei casellari di bottega, ipnotiche cover photo in grado di ispirare l’acquisto di un long playing.

A riconsegnare personalità e fascino a quella che per molto tempo sarà solo una scatola, ci penserà nel 1994, lo scatto a Jeff Buckley per “Grace”.
Grazie a questa romantica pòsa, debitrice dell’iconografia Rock anni ’50, viene restituito all’involucro del disco il dono di “primo messaggio”.
E pensare che, tra i vari provini, l’autrice (la fotografa Merry Cyr), aveva selezionato una ben diversa istantanea raffigurante - udite, udite - il giovane musicista adagiato su un trono.
Fortunatamente a spuntarla sarà Buckley che proporrà, nel ballottaggio, la propria preferenza: quell’inconfondibile, malinconico ed intenso ritratto con cui presenterà il suo capolavoro al mondo.

Lo sguardo basso piuttosto accigliato, i tratti del volto lineari - corredo genetico ricevuto in dono dal padre - un ciuffo di capelli abilmente spettinati sul lato sinistro dell’alta fronte. Una bizzarra giacca di paillettes a coprire una t-shirt bianca. Nel palmo della mano, ben stretto, un microfono d’altri tempi. Uno sfondo scuro su toni blu ad incorniciare la figura dell’artista e a metterla in risalto.
Ecco con quale copertina si offre al mondo uno tra gli album più innovativi degli anni ’90.

Indugiando sullo Shure d’annata, brandito nel pugno come fosse un’arma, si potrebbe facilmente equivocare. Ma tale atto non dev’essere inteso alla stregua di una metaforica minaccia. Il gesto, per contro, simboleggia una risorsa per la musica: Jeff si propone quale portavoce di un risorto movimento che tende a dimostrare la propria vitalità. Un ponte con il passato ricco di significati: dalla riaffermazione della canzoni incentrate su romantiche riflessioni, all’asserzione della propria estraneità alla corrente egemone in quel periodo. Rispolverando taglio di capelli e microfono di Elvis, è come se Buckley, conscio delle implicazioni del caso, andasse dritto contro la tempesta.

In un continuo saliscendi, “Grace” getta lo sguardo, in certi contesti, sul lato spirituale della vicenda umana. Dalla desolazione più cupa all’estasi nel volgere di una nota: un viaggio sulla rotta delle emozioni. Emozioni amplificate dalla magica voce di Jeff.
In modo molto suggestivo il disco si apre (“Mojo Pin”) con un ipnotico vocalizzo assimilabile alla mitologica descrizione del canto delle sirene. Soave e addolorata, questa ammaliante voce, unica, sa esprimere un canto fuori dal comune. Un cantato che è autentico sollievo; un suono capace di infondere tutta la tranquillità necessaria a mitigare l’animo dell’ascoltatore. Backley ha il pregio di soffiare ed urlare le parole in modo da rendere compiutamente il senso dei testi. Lo fa con una modulazione così pertinente ai versi proposti, che farà scuola sia nelle generazioni coeve sia in quelle future. Una voce capace di rompere gli stilemi pregressi del Rock. E’ da questo momento, infatti, che si moltiplicano i cantautori con la voglia di cantare e non solo di strillare: il solo fatto di comparire in scena con una Telecaster a tracolla e un’inquieta band elettrica al seguito, non comporta più l’obbligo di produrre baccano in 4/4.
Ma attenzione a non scambiare per morbida, quasi pop, la raffinata attitudine di Jeff nel cantare come si deve. La pulsante “Eternal Life”, ad esempio, verte verso un Rock contenuto, ovattato ma che ben lascia presagire la dirompente trasfigurazione dal vivo di questo brano.
Borderline per scelta, obbligo oppure attitudine, Jeff esprime al meglio, nell’arco di 52 minuti, le sue funamboliche doti vocali e musicali. Innamorato di Édith Piaf, ma soprattutto grande fan di Robert Plant e Nina Simone (citata con la riproposizione di “Lilac Wine” da lei portata al successo), Backley mescola le opposte qualità canore dei suoi ispiratori in uno stile personale che non ha eguali. Se nel disco prevalgono i brani vellutati è durante i live che la propensione ad un Rock inaspettatamente “tirato”, risulta palese con fulminanti versioni di “Kick Out The Jams” degli MC5 oltre che di brani degli Zeppellin.
Ma a proposito di cover, è la rivisitazione di “Hallelujah” di Leonard Cohen che colloca il nome di Jeff Buckley tra i primi posti di un ipotetico albo d’oro dei migliori cantanti di sempre: un elenco che (in questo caso) prescinde e supera tutte le distinzioni di genere. A quale categoria musicale, è ascrivibile questa fenomenale celebrazione delle possibilità vocali dell’essere umano? Se per alcune religioni dio si è fatto uomo, qui l’essere divino, si è fatto voce dell’uomo. Da questo momento “Hallelujah” non sarà mai più di Cohen: sarà per antonomasia “la canzone di Buckley”.
Ma questo straordinario artista non è solo un eccelso interprete e autore, è anche un chitarrista dotato di tecnica sopraffina. A parte i meriti che spettano ad Andy Wallace per aver abilmente prodotto e mixato il disco, si scorgono lungo le dieci tracce, particolari che provano la smisurata sensibilità di arrangiatore del giovane autore: una caratterizzante proprietà di fraseggio, pennate ora fragili ora potenti ed un drumming sempre in evidenza ma mai importuno.
L’utilizzo del bottleneck in “Last Goodbye” (impiegata anni dopo come sottofondo in alcune riprese di “Vanilla Sky” di Cameron Crowe), suscita grande impatto emotivo abbandonandoci nel limbo prima che la batteria lasci spazio a chitarre acustiche e basso. Solo in seguito, pregevoli arrangiamenti di archi, irrompono per accompagnare i versi di Jeff.
La romanticissima e struggente “Lover, You Should’ve Come Over” contempla accordi particolarmente insoliti per un pezzo Rock che accompagnano ineffabili liriche d’amore, lasciando indelebili nella memoria, intere frasi. E poi la tempestosa title-track (“Grace”) con quel “Wait in the fire” sussurrato a meraviglia: audace, sontuosa, con cori grandiosi, chitarre che simulano il ticchettio dell’orologio e un testo che, con il senno di poi, risulta agghiacciante. L’apice del lirismo in poco più di cinque minuti di emozionante musica (quasi una droga) dall’effetto duraturo.
A chiudere il sipario una visionaria “Dream Brother” che, scritta per un caro amico, è disseminata di aneddoti autobiografici tanto che si potrebbe ribattezzare “Dream Father”, senza vederne mutato il senso.

Desta curiosità notare che il giovane Buckley sceglie di riprendesi nome (e personalità) con l’inizio della sua attività artistica. Perché? Diverse sono le chiavi di lettura ma, nell’intimo ed appassionato lavoro portato a termine con “Grace”, forse, è possibile scorgere la risposta più esauriente.
Sofferta e meravigliosa, questa opera d’arte può essere considerata, in una personale e perfida sensazione, moto liberatorio e di riscatto: slancio creativo scaturito dal travaglio interiore, mai domo in Jeff, per non aver mai conosciuto suo padre Tim (cantautore e sperimentatore del “folk-jazz” negli anni ’60 e ‘70).
Realizza un solo disco in studio rispetto ai nove di suo padre, ma la grandezza di questo unico album sovrasta di gran lunga la pur pregevole produzione di Tim.
Con questo lavoro, Jeff, a 28 anni, è finalmente pronto a spogliarsi del beffardo titolo di “figlio di Tim”: d’ora in poi, infatti, Tim verrà individuato unanimemente come il “padre di Jeff Buckley”.
E questa, non è una differenza da poco.

Don't be like the one who made me so old
Don't be like the one who left behind his name

(“Dream Brother”)

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Per approfondimenti sulla vita artistica di Jeff suggerisco questo ottimo sito


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venerdì 28 novembre 2008

Suspended in my masquerade (storia di un incontro ravvicinato del III tipo)

- foto di Giapo -

La giornata doveva essere assolutamente spensierata. Noi tre (i soliti!) avevamo programmato tempi, soste e quant’altro, ben prima del giorno fissato per l’ennesimo concerto di Springsteen in Italia. Con l’anima in pace, ci eravamo detti che questo sarebbe stato un concerto tranquillo, di quelli da vivere con poche ansie e zero preoccupazioni. Sveglia ad un orario comodo, giro in città, pranzo e poi con tutta calma, in coda ai cancelli d’ingresso del Forum di Assago. Del resto faceva molto freddo e di restare per ore in fila - stavolta - non se ne parlava. Anzi, dopo pochi minuti di attesa sotto il plumbeo cielo della gelida Milano, già smaniavo dalla voglia di bere un tè caldo!
Il destino, però, aveva in serbo piacevoli sorprese per una serata davvero speciale.
Per brevità espositiva scrivo solo che, in maniera rocambolesca, io, Miss “E” e “Giapo”, grazie al nostro “lEgno passepartout”, ad un pizzico di buona sorte e ad una galoppata niente male, siamo giunti nel “pit”.

Esattamente un anno fa, dunque, mi accingevo ad una visita cardiologica dall’esito incerto: a testare la funzionalità delle mie coronarie, infatti, ci pensava il Dr. Springsteen con un incredibile double shot “Incident On 57th Street/ The E Street Shuffle”. La mia più fervida immaginazione non avrebbe mai potuto partorire tale fantasia ed invece, questi due storici brani, sono stati inseriti in scaletta e riproposti (in sequenza!) con ritrovata freschezza.
Destabilizzante anche l’energia profusa per una versione decisamente Hard Rock di Adam Raised A Cain (per quel che conta) uno dei miei brani preferiti.
Canzoni come questa, fanno davvero (s)correre il sangue nelle vene tanto da mandarlo in ebollizione. Ti fanno sentire vivo.
Sconvolgente, inoltre, l’adattamento blues di Reason To Believe, leggendario pezzo tratto da “Nebraska”, che da solo è valso il prezzo del biglietto. Questa folk song, morta per annegamento nelle fangose rive del Mississippi e risorta con anima intrisa di Delta Blues, è stata presentata in una versione antesignana della “A Night With The Jersey Devil” concessa in dono a tutti gl’internauti lo scorso Halloween. Il vecchio brano, terminato con balbettio simile a quello emesso da Roger Daltrey in “My G(-g-g)eneration”, è stata la migliore novità tra quelle proposte nel “Magic Tour” anche se, a dirla tutta, una scarna versione già rielaborata, Bruce l’aveva esibita durante il “Devils & Dust Tour” del 2005. All’epoca una pedana in legno (sorta di grancassa buona per portarci il tempo con i piedi), l’armonica e un microfono Green Bullet (o Blues Blaster Hohner o qualcosa del genere) sopperivano alla mancanza di altri strumenti.

E poi … che dire della vigorosa stretta di mano al Capo in persona?
Succede che il rocker, si presta ad un piccolo bagno di folla su “Thenth Avenue Freeze-Out”. Ricordo tutto alla perfezione e soprattutto ricordo la sua faccia subito dopo quanto mi appresto a narrare. Un’espressione traducibile in: “Ragazzi, che presa! L’ho scampata bella”.
Springsteen protende il braccio sulle prime file, in pratica dove sono io, in atteggiamento misto tra il rassegnato (Ok, sequestrate la mia mano), l’intimidito (Non mi fratturate le falangi, sono i miei attrezzi da lavoro) e l’atterrito (Mio dio, l’anello!).
Quando il suo avambraccio è ormai accerchiato da mani di altri fans, ben conscio di essere privo del tipico selfcontrol inglese, mi ci fiondo sopra e, anticipando tutti, stringo la mano che ha composto (due a caso) Darkness e Jungleland. Posso tramandare ai posteri il racconto di un fenomeno che - è proprio il caso di dirlo - ho “toccato con mano”.

- foto recuperata in rete -

Il body builder del NJ è immobile sul bordo del palco, con postura da “colpo della strega”. E’ stretto nella mia morsa e in lui, sento ormai prevalere una certa rassegnazione. Poi, mentre cerca di ritrarre il braccio, mi accorgo che sta per lasciarmi (in modo assolutamente involontario) il suo anello in mano. Mollo la presa proprio quando il prezioso (?) cerchietto è molto più vicino alla punta che alla base del suo anulare sinistro. Chissà se quello era l’anello un tempo appartenuto a John Steinbeck. Non so. In tal caso sono ben felice di essere venuto a contato con un vero “tessssoro”.
La mia prolungata ed energica stretta di mano ha consentito a tanti altri attorno a me (a rivedere l’immagine, circa quindici corpi stretti in mezzo metro quadrato!) di toccare l’oracolo. Il pigiato spettatore/testimone che mi sta davanti si gira, mi guarda con occhi sbarrati (come se avesse avuto in regalo un milione di euro) mi porge la mano e, compiaciuto, annuisce. Contraccambio e subito volgo lo sguardo a Bruce: lo vedo andar via, felice per lo scampato pericolo, mentre rimette a posto il prezioso ornamento.
Il mio pensiero subito dopo l’evento? Io, posso camminare sulle nuvole!

- foto di "Rudy" recuperata in rete -

Ammetto di essere stato un feroce critico di “Magic” (sono pronto a reiterare il reato), ma con altrettanta sincerità riconosco che alcuni brani di questo disco, si prestano perfettamente alle dinamiche da concerto. “Radio Nowhere”, su tutte, è un gran bel pezzo con chitarre e batteria in evidenza. E’ il brano più appropriato per iniziare il concerto: consente agli astanti di scaricare tutta l’adrenalina accumulata nelle ore di attesa. Non male “Gypsy Biker” (anche se sa di già sentito), mentre corre l’obbligo di menzionare una piccola rivoluzione avvenuta durante la piacevole “Long Walk Home”: qui Bruce mette da parte il suo individualismo per dare spazio (ma solo per trenta secondi!) alla voce, diversamente gracchiante dal solito, di Steve Van Zandt, concedendogli la possibilità di fare qualche bel vocalizzo in pieno stile soul.
Per la sempre adorabile “Badlands”, non si possono più spendere parole originali: in trent’anni, tutto è stato detto, scritto e pensato.
Su “Born To Run” devo assolutamente rinnovare il mio personalissimo rito paranoico, e lo faccio: svesto la maglia, rigorosamente bianca, che indosso e la lancio.

Il concerto, snello, senza estenuanti coretti tra palco e pubblico e senza pause, termina con “American Land” in un tripudio di luci, colori e gente tanto entusiasta quanto esausta.

Doveva essere solo una passeggiata ed è stata, invece, un’altra corsa verso la spensieratezza dei temerari giorni che furono.

Sotto l’effetto di muscoli intossicati dall’acido lattico che, a stento, reggono scheletri e poco altro, noi tre (sempre i soliti!) ci guardiamo negli occhi e ci mentiamo – coscienti di farlo - ancora una volta: “E stata l’ultima! Sul prossimo biglietto ci sarà scritto tribuna!”. Risate a crepapelle, baci e abbracci.

L’indomani vedrò spuntare la mia dannata faccia tra il pubblico, durante il servizio messo in onda dai vari telegiornali.

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lunedì 24 novembre 2008

Io so qualcosa che tu non sai

Ascolto la musica dei Clash e ho l’impressione di essere esposto ad una gragnola di proiettili pronti a investirmi. The Clash “The Only Band That Matters” ovvero, Joe Strummer, Mick Jones, Paul Simonon, Nicky “Topper” Headon. Uno, due, tre, quattro! Chitarra, batteria, basso e l’inconfondibile voce di Joe: Rock dallo scoppio rapido a rompere il silenzio, onda sonora che si propaga fino a tutto travolgere.
La mistura tra musica meticcia e testi impegnati, dà forma a un Rock’n’Roll capace di annullare ogni frontiera di genere e qualsiasi distanza tra palco e pubblico. Quattro inglesi dall’aspetto volutamente trasandato pronti ad enunciare l’imminente avvento dell’apocalisse. Gli anni ’70 volgevano al termine, era l’epoca in cui le politiche liberiste smantellavano il welfare state degenerando, fino ai giorni nostri, nell’annientamento di ogni tipo di tutela per la classe lavoratrice. Erano anni in cui aumentavano gli scioperi innanzi alle fabbriche, in cui dilagava la disoccupazione e, last but not least, intere palazzine inglesi rimanevano vuote pur di non essere riqualificate o destinate agli homeless. I Clash, denunciavano tutto, senza riserve. Contestavano queste aberrazioni perché erano parte di quello stesso pubblico che subiva, erano ragazzi angustiati per il proprio futuro, al pari dei loro fans. Questo rapporto simbiotico li poneva in cima alla concisa lista di bands che amavano condividere tutto con i propri estimatori: spartire con loro i camerini era la regola, vietare alla security di essere intransigente durante i concerti era una norma comportamentale imprescindibile, regalare ingressi a schiere di fans, anche occasionali, non era un’insolita iniziativa.
Ma la band imploderà su se stessa nel momento di massima esposizione mediatica. La corrente centripeta del 1982 sgretolerà il gruppo: sarà in gran parte imputabile alle prese di posizione di Joe Strummer, incapace di gestire un inaspettato quanto disprezzato successo planetario.

Joe era una scintilla scagliata via dalla stessa lingua di fuoco che gli aveva dato la vita.
Una scheggia infuocata pronta a generare altre fiamme, incendi ovunque.
L’unico chitarrista capace di trovare posto nel “giro che conta” nonostante fosse solo uno “strimpellatore”!
In realtà Mr. John Graham Mellor (in arte Joe Strummer) era discendente dalla stessa virtuosa progenie cui erano appartenuti Elvis, Johnny Cash, Hendrix, MC5, Stooges e ne ha a sua volta vissuto la medesima parabola.
Come loro, era animato dallo stesso spirito rivoluzionario che gli ha consentito di annientare le convenzioni, di recidere i legacci che ad intervalli regolari hanno imbrigliato il mondo del Rock.
Per Joe la musica ha sempre ricoperto un ruolo di vitale importanza. Aveva quella strana febbre, quel raro morbo che prospera solo in certi uomini, quella smania che costringe ad essere alla continua ricerca di un qualcosa che, se conquistato, risulta fuggevole.

Il vuoto lasciato dalla sua scomparsa è - lessico abusato ma autentico - incolmabile: a consolare, resta la constatazione del fatto che il viaggio è stato breve, ma impareggiabile.
Dei folk singers che frequentavano il Greenwich Village nei primi ‘60, Bob Dylan ha detto: “Tutti i grandi artisti che ho visto e a cui volevo assomigliare, avevano una cosa in comune … era nei loro occhi. Il loro sguardo diceva: io so qualcosa che tu non sai”.
Affascinanti parole quelle di Dylan, perfette per descrivere l’enigmatico sguardo di Strummer.

Recentemente ho visto il sensazionale “The Future Is Unwritten” un intenso docu(mentario)film colmo di aneddoti su Joe, sui Clash e su quella magnifica manciata di anni in cui si è manifestato, in tutta la sua essenza, il fenomeno Punk. Da fan non proprio attento, mi sono più volte chiesto dove il regista avesse ripescato quel titolo già sentito finché, dopo alcune ricerche, non ho individuato la piccola epigrafe raffigurata sul retro della copertina dell’LP “Combat Rock”.

Il disegno – ripreso anche per la front cover del singolo “Know Your Rights” – illustra una stella rossa su cui è posto un libro aperto: sulla pagina destra compare un revolver, su quella sinistra campeggia una truculenta scritta di sangue ov’è richiamato il motto “The Future Is Unwritten”.
Già, un revolver: perché dici Clash e ti senti minacciato da una pistola puntata in faccia. Il futuro non è scritto, invece, è l’ineluttabile profezia enunciata a vent’anni dal suo compimento e avvenuta quando tutto invece, pareva scritto. Il gruppo, infatti, era nuovamente pronto a salire sullo stesso palco per l’ingresso nella Rock’n’Roll Hall Of Fame, in un momento in cui vecchi dissapori venivano accantonati (anche se solo per un giorno). Milioni di fans, la band e Joe stesso, beffati dal destino.

Ma non c’è da essere tristi, con tutta l’ottima musica che i quattro inglesi sono stati capaci di diffondere e lasciare in eredità anche a chi, come me, non ha avuto modo di conoscerli da vicino.
E poi Joe aveva quello sguardo enigmatico che pareva celare quel qualcosa d’inconfessabile …

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mercoledì 12 novembre 2008

Rearviewmirror

Dodici anni fa assistevo al mio primo concerto dei Pearl Jam.
Un desiderio a lungo agognato tramutato in realtà.
Ma oggi non mi dilungo nel celebrare quell’esaltante concerto.
Niente vivide sensazioni in preda alle emozioni, non oggi.
Solo, mi piace rievocare un Vedder in stato di grazia: la voce al top, lo sguardo sfavillante su “Rockin’ In The Free World”.
Fuoco dalle chitarre per una rivolta in musica.
A Roma, Jack Irons dietro i tamburi, la bandiera della Roma sopra i tamburi.
Diecimila fans stipati nel palazzetto per quello che è il primo grande concerto della Rock band in Italia.
Camicie di flanella in platea e vino sul palco.
Uno del pubblico lancia un plettro sul palco, non l’inverso.
Il concerto: Rock!
L’incoscienza tipica dei ventenni: assolutamente Rock!

- Setlist -

Release
Last Exit
Animal
Hail, Hail
Dissident
In My Tree
Corduroy
Better Man
Not For You
Even Flow
Daughter
Jeremy
Hunger Strike
Black
State Of Love And Trust
Sometimes
Rearviewmirror
Immortality
Lukin
Alive
Who You Are
Once
Present Tense
Smile
Rockin' In The Free World


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lunedì 10 novembre 2008

Miracolo a New Haven

Sulla east cost degli Stati Uniti, nel Connecticut, si trova la città di New Haven nota ai più perché sede della prestigiosa università di Yale.
New Haven, però, è celebre in ambito musicale per la rilevante attività live che da anni svolge il “Toad’s Place”. Basti pensare che in questo piccolo locale, negli anni ’80, hanno suonato U2 e Rolling Stones.
Il 12 gennaio 1990 tocca ad un altro mostro sacro del Rock, salire sul palco del “Toad’s” per trasgredire un tabù che dura da lungo tempo.
Insieme al talentuoso chitarrista George Edward "G.E." Smith, al batterista Christopher Parker e al bassista Tony Garnier (oggi unico “superstite” di quella band), Bob Dylan si appresta a suonare in un club per la prima volta in 25 anni. Non solo: il concerto consta di quattro sets, per oltre cinque ore di ottima musica Rock!
Lo spettacolo, infatti, risulta bello tosto rispetto agli standard resi noti da Dylan nel decennio precedente e, a rendere vivace l’atmosfera non è solo l’euforia degli alticci fans presenti in sala. Complice il line up del gruppo, con un Bob Dylan ben più irrequieto della tanto oltraggiosa svolta elettrica del Festival di Newport (1965), a turbare i fortunati astanti è l’interpretazione dal piglio rigorosamente “nervoso” di vecchi e nuovi brani.

Il suono prodotto risulta grezzo, si bada molto al sodo e l’enfasi interpretativa dei testi passa decisamente in secondo piano.
Ma a rendere speciale questa tappa del “Fastbreak Tour” (un paragrafo del capitolo “Never Ending Tour”) sono giusto tre minuti e mezzo di Rock. Forse per la vicinanza al “Garden State” (circa 2 ore e ½ di auto), forse per puro piacere personale o per chissà quale altra causa, Dylan esegue una canzone di Bruce Springsteen: una circostanza che non si era mai verificata prima e che mai si ripeterà. La scelta ricade su una versione tanto stramba quanto preziosa di "Dancing In The Dark".

L’esecuzione è da shock! Il pezzo è vibrante, la carica di Dylan è sconcertante (sembra davvero voler ripetere l’energia che è propria di Bruce) e ciò che elettrizza, è pensare a come Dylan abbandoni i propri panni e lasci libero sfogo ad un'inconsueta irruenza: è semplicemente spiazzante perché fuori da ogni logica dylaniana.
La riproposizione del testo poi! E’ pazzesca: le liriche - chorus escluso - sono completamente inventate (nel senso che sono davvero immaginarie), cioè le parole sono lamenti gridati a caso. Tuttavia questo rigenerato artista riesce a rendere emozionante la fin troppo personale versione dell’hit di Springsteen, senza intaccarne il significato. A volte sembra di sentire un bambino eccitato che imbraccia una Fender per la prima volta e che ha la possibilità di urlare quel che vuole in un microfono “aperto”. Proprio questa primordiale freschezza trasforma in leggenda una performance decisamente underground. La frenesia del pubblico è chiaramente intuibile al termine dell’esecuzione del brano sia dal boato finale del pubblico, sia dai peculiari “Bruuuuuce!” da concerto springsteeniano. Solo che, non siamo ad un concerto di Springsteen!
Sarebbe interessante conoscere l’opinione del body builder del NJ al recepimento della notizia. Che significato avrà attribuito a quello che a me pare il conseguimento di un tributo? Perché di questo, credo, si tratti. Forse perché ritengo che Bob ammiri Bruce, magari non negli stessi termini in cui Springsteen apprezza Dylan come uomo ed artista ma, un fondo di stima - in mancanza di una dichiarazione urbi et orbi da parte del “Poeta” - è ipotizzabile (nonostante la composizione della quantomeno ostile "Tweeter & The Monkey Man"). Springsteen, d’altronde, non ha mai fatto mistero della propria considerazione nei confronti dell’arte di Dylan. Vale la pena, all’uopo, riportare la parte finale del discorso pronunciato il 20 gennaio 1988 (data del loro primo incontro pubblico ufficiale, che qui, verrà riproposta più volte) per introdurre Dylan nella R’n’R Hall Of Fame:
“Ora, parlando da ammiratore, quando avevo quindici anni e ascoltavo Like A Rolling Stone, ascoltavo un tizio che aveva il coraggio di prendersela col mondo intero e che mi faceva sentire come se anch'io avessi dovuto farlo. Forse alcuni fraintesero quella voce credendo che Bob avesse preso posizione anche per loro, ma crescendo, s’impara che non c'è nessuno che può fare qualcosa al posto tuo. Così stasera sono qui solo per ringraziarti, per dire che non sarei qui se non fosse per te, per dire che non c'è un'anima in questa stanza che non ti debba riconoscenza, e per rubare una frase da una delle tue canzoni, che ti piaccia o no, "tu sei stato il fratello che non ho mai avuto".

Nella sua carriera Bruce ha già provveduto ad omaggiare più volte il “Menestrello di Duluth” con l’esecuzione di capolavori tratti dalla sua opera: un EP del 1988 riporta addirittura il titolo, oltre la registrazione live, del brano “Chimes Of Freedom”.

Il rapporto tra i due, però, mi è sempre parso contrastato. Oserei dire difficile. Tutto ha inizio con una consuetudine in voga nei primi anni ’70. Al pari di altri giovani emergenti, anche Springsteen viene annoverato - ad inizio carriera (‘73) - tra i cloni di Dylan, anzi, stando a quanto scritto dalla stampa di settore, parrebbe il suo più credibile erede. Ridicolo, ovviamente, il solo pensiero: tra i due, sono più le divergenze che i punti di contatto. Solo che davvero alcuni “giornalisti musicali” di basso rango tentano di infangare, in ogni modo, l’operato di Dylan per convincere l’opinione pubblica della necessità di “rimpiazzare” il cantautore del Minnesota, anche se questi ha alle spalle poco più di dieci anni di rivoluzionaria attività e un brano da brividi appena concepito (“Knockin’ On Heaven’s Door” per la soundtrack del film Pat Garrett & Billy The Kid).

Springsteen viene letteralmente messo in croce con questa storia per almeno tre anni. Per esplicitare questa pressione, faccio menzione di un solo episodio. Ad Atlanta un Dj gli chiede: “Come ci si sente ad essere paragonato a Bob Dylan?” e Bruce di rimando: “Come ci si sente a prendere un cazzotto in bocca?” (articolo di Greil Marcus per Rolling Stone, 20 maggio 1976).

Un altro ricordo fa pensare all’affetto unilaterale che Bruce prova per Bob. Ripenso ad un emozionatissimo Springsteen che tortura i palmi delle proprie mani, si gratta nervosamente, strizza gl’occhi innumerevoli volte durante tutta la lettura del discorso e infine passa la mano tra i capelli rimanendo oltremodo scapigliato e goffo davanti a decine di flash pronti ad immortalarlo, mentre pronuncia un bellissimo discorso (in parte sopra citato) per introdurre Dylan nella R’n’R HoF nel 1988. E Dylan che, “freddino”, archivia la pratica con uno sbrigativo bacetto.

E poi tutte le volte che c’è un duetto Bob non fa nulla per nascondere il suo tipico atteggiamento glaciale, tanto da sembrare scostante.
Questo è quanto ho provato nel vederli insieme durante le rare comuni esibizioni. Oltre alla conclusiva jam session con Jagger, Fogerty, Harrison, Little Steven e Joel svoltasi al Waldorf Astoria Hotel di New York per il conseguimento dell’onorificenza nel gennaio ‘88, i due si sono trovati insieme a Neil Young per un concerto a New York il 20 ottobre del 1994 e finalmente soli, per la prima volta, il 2 settembre del 1995 per inaugurare il museo del R’n’R di Cleveland. Anche in questa circostanza, nel duettare su “Forever Young” Dylan sembra stare un po’ sulle sue. Risulta alquanto eloquente una foto scattata in quell’occasione: mostra la distanza, non solo fisica, tra i due.

Eppure Bruce non perde occasione per elogiare pubblicamente Mr. Wolfman.
Il 4 ottobre 2003 allo Shea Stadium per la chiusura del “Rising Tour” Springsteen chiama sul palco Dylan per “Highway 61 Revisited”, grande pezzo, grande resa dal vivo ma anche qui, Bob suona, saluta e va via. Il solito Bruce lo insegue per l’ultimo sorriso, un altro ringraziamento e l’ennesima pacca sulle spalle, prima che questi scompaia nel backstage. Anche in questa sede il discorso pronunciato dal palco è di pura e sincera venerazione per il suo idolo (ma più che altro, è l’incipit, a chiarire il loro rapporto):
"Un buon amico ed una fonte di ispirazione per tutti noi, Bob Dylan è qui stasera. Non saremmo qui se non fosse stato per lui".

Ed ancora: "Cercare la verità è l'american way. L'ho imparato da Bob Dylan". Poi prima di attaccare “Land Of Hope And Dreams” dice: "L'opera di Bob Dylan è fatta di canzoni nate in un'epoca particolare della storia di questo Paese, quando lui da solo, stava in piedi sulla linea di fuoco. Mi ricordo che da piccolo stavo nella mia stanza e le sue canzoni mi davano molteplici possibilità e mi mostravano un mondo al di fuori della mia città. Non lo so se sono i grandi uomini a fare la storia o se è la storia a fare i grandi uomini ma Bob è uno di questi grandi. Ora e per sempre. Grazie per aver impreziosito questo palco e per essere stato una fonte di ispirazione per me. Quando ho scritto questa canzone io stavo cercando di seguire le sue orme".

Non ricordo altre occasioni di condivisione del palco tra i due. Sono certo, invece, che non esista una sola incisione in studio tra questi due grandi artisti*. Dylan, per contro, ha suonato con membri della E Street Band. E’ successo per le registrazioni del suo album “Empire Burlesque”. Per il solo brano "When The Night Comes Fallin From The Sky", nel febbraio del 1985, vengono “arruolati” gli E Streeters, Little Steven (chitarra) e Roy Bittan (tastiere). Le sessioni di registrazione hanno luogo presso i Power Station Studios di New York (gli stessi ove è stato registrato il doppio LP di Springsteen, "The River"). Grazie al contributo dei due “uomini del Boss” il sound del pezzo è fortemente orientato su registri Rock, ma Dylan decide di incidere nuovamente il brano senza Bittan e Van Zandt: il risultato è quello ufficialmente pubblicato su disco (cioè un brano à la mode, con quel tipico suono di synth a imporsi sugli altri strumenti). La registrazione originaria verrà comunque pubblicata, anni dopo, nelle “Bootleg Series, Vol. I-III".
Da notare che è proprio del 1985 il progetto “Sun City” realizzato da Steve Van Zandt: chissà se è durante le prove di “When The Night Comes Fallin From The Sky”, che il musicista/attore riuscirà a strappare l'adesione di Dylan al progetto benefico.

Ora, tra realtà e leggenda, mi appresto a svelare l’ultima parte di questa storia.
Nell’affollato locale di New Haven, tra fans in delirio accalcati sotto il palco, avventori che tracannano birre e coppie che si tengono per mano, in un cantuccio, c’è pure un solitario spettatore dal volto celebre.
Intanto inizia “Dancing In The Dark”, la chitarra parte per prima, seguita dalla batteria e dai rimanenti strumenti. Bob si sforza di emettere un mugolio intonato che tenta di spacciare per il testo originale (!), “G.E.” cerca di star dietro a quel cantato sghembo e Chris con l’aiuto di Tony, regge l’impalcatura di un fabbricato dalle fondamenta incerte. Nel frattempo quel solitario spettatore mal celato dall’oscurità, ricorda sempre più la fisionomia di Bruce Springsteen. Potrebbe essere lui ma non vi è certezza perché la luce che lo illumina è fioca. Difficile dare un responso certo, anche se a pensarci bene, solo una manciata di miglia dividono casa sua dal Toad’s. Sì, deve essere così, Bruce stasera ha deciso di fare un salto al club per godersi lo spettacolo in incognito e, per questo, si palesa al solo Bob. Questi, dunque, in onore del suo amico, si prodiga in un concerto smisuratamente duraturo al pari, anzi superiore, a quelli che abitualmente quell’anonimo ospite è solito tenere, e decide di tributargli una dedica “in codice” eseguendo il pezzo tratto dal suo repertorio. Così, Bruce, nascosto in un angolo del locale, si gode il concerto del suo idolo e amico … ballando nell’oscurità, finché, il brano termina troncato di netto come il ramo di un albero. Scompiglio sotto al palco un “Thank you!” dallo stage e … via!
Altro giro, altra corsa. Bob Dylan è fatto così: diversamente, non sarebbe Bob Dylan.

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* = escluso il singolo "We Are The World" per il progetto "USA for Africa", ove però, erano presenti molti altri cantanti/musicisti.

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sabato 25 ottobre 2008

Atto di rivolta

Prologo. Ho barato. Questo non è un vero e proprio post su “Riot Act”, o meglio, non solo.
La recensione del settimo album in studio dei Pearl Jam, scritta e pubblicata a suo tempo, è il pretesto per raccontare una brevissima storia.
Con queste poche righe, infatti, intendo rendere tributo all’opera realizzata da coloro che hanno dedicato lunga parte del proprio cammino a qualcosa che oggi - nell’epoca del “tutto, subito e magari nel computer” - risulta incomprensibile.

Esistevano un bel po' di tempo fa delle pubblicazioni periodiche monotematiche, incentrate sul lavoro di un determinato artista o gruppo. Non si trovavano in edicola e avevano un singolare appellativo: “fanzine” (termine nato dalla commistione dei vocaboli inglesi “fan” e “magazine”). Quando affermo “un po’ di tempo fa”, intendo nell’era che precede l’avvento della rete, quando gestire una fanzine significava sacrificare tempo e soldi per un progetto destinato ad esclusivo uso e consumo di aficionados e che, nella migliore delle ipotesi, sarebbe rimasto di nicchia. Qui mi riferisco esclusivamente a quelle musicali (ne esistevano a bizzeffe e per ogni argomento).
Fino a dieci anni fa era l’unico strumento fruibile dai fans più puntigliosi per ampliare le conoscenze circa il passato del proprio idolo, ed era il solo mezzo di comunicazione per avere accesso alle ultime (più o meno) news.
Ovviamente non scarseggiavano le rogne per il curatore che doveva aggiornarsi continuamente tramite la raccolta di informazioni (possibilmente attendibili) sull'artista, doveva reperire interviste da tradurre (dai giornali esteri, quindi, in lingua estera se l'artista era straniero), doveva recensire gli albums, doveva ricercare foto nuove, e chissà di quanti altri oneri doveva farsi carico.
Era fondamentale, poi, impaginare il tutto in modo degno, stampare, autofinanziarsi (attraverso la raccolta di abbonamenti) e inviare per posta il giornale a tutti gl'iscritti. Occorre ricordare inoltre, che l’unico strumento di “marketing” - dettaglio non di poco conto - era il tam-tam tra i fans!
Un lavoraccio assolutamente “casalingo” ma genuino, perché fatto per pura passione a guadagno zero.
Oggi tutto questo non ha più alcun senso (o forse no?): le informazioni, le interviste, sono facilmente reperibili tramite internet per mezzo delle mailing lists, delle webzines, dei blogs, et simili (i “killers” delle fanzines).
Non è un caso se alcune riviste specializzate sono diventate (non a torto) storiche, e oggi, si trovano solo sul sito delle aste online “eBay” spesso a prezzi inaccessibili.

Cito su tutte, due fanzines particolarmente curate che, da devoto lettore, ho avuto modo di conoscere bene.
A stagliarsi tra tutte quelle esistenti negli ’80 e ’90, a detenere i contenuti di maggiore qualità, a presentarsi ai nostri occhi con un’impaginazione che all’epoca era assolutamente lussuosa e all’avanguardia e, soprattutto, ad allegare il mitico CD live, era solo l’insostituibile ed imperdibile "Follow That Dream".
Se eri fan di Springsteen DOVEVI averla! Oggi il suo creatore, Ermanno Labianca, oltre a scrivere libri, a collaborare con riviste musicali, ecc., tiene il suo blog da da queste parti.
Quelle che ho potuto acquistare all’epoca della pubblicazione, sono gelosamente custodite nel loro scrigno insieme ad un mucchio di ricordi di quel tempo e, garantisco, è una gioia maneggiarle, sfogliarle, rileggerle dopo anni.
Un po’ come i vecchi vinili. Come? I dischi a microsolco? Esistono ancora? Nell’epoca del digital download? Sì e … al diavolo, stanno prepotentemente tornando sul mercato!
Anzi come Ed Vedder urlava in tempi non sospetti “Spin the black circle!” (“la copertina di cartone/ Oh, che gioia ... solo tu [disco, ndr] sei degno di vanità”).
Sì! E’ così che ti senti a mettere sul giradischi un vinile o a prendere in mano un vecchio pezzo di carta spruzzato d’inchiostro. Vallo a spiegare a chi ha il pc pieno di “mp3” e “jpg”!
A titolo personale poi, non posso che spendere parole affettuose anche per un’altra fanzine.
Mi riferisco a “Madreperla”: ne sono stato regolarmente iscritto per tutta la sua “vita su carta” (1997-2004). Era egregiamente gestita da Valeria che oggi, principalmente, si occupa dell'organizzazione di eventi di una certa portata.
Proprio lei mi chiese di poter pubblicare nel 2002, una mia recensione su Rioct Act.
Quel disco mi ha lasciato interdetto. Perché? Beh, c'è scritto nell'articolo comparso sul n. 17 di Madreperla! Lo ripropongo qui sotto anche se ... va preso per quello che è: il primo tentativo di recensione, totalmente naïf (molto più degli altri qui presenti!) ed imperfetto. Ma proprio per questo ci tengo a replicarlo nella sua originaria versione.
Lasciandoci alle spalle le belle copertine, il vinile, le foto, le fanzines e quant’altro abbiamo ridotto tutto all'osso. Mi chiedo: oggi, tutto deve necessariamente essere miniaturizzato e/o impalpabile? Diamine! In questo tipo di malsana evoluzione si è perso il gusto dell’attesa, la bramosia del vedere oltre che del toccare: un handicap per buona parte dei sensi. Salomè, insomma, senza il sensuale prologo della danza che porta l’abbandono dei suoi sette veli.
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Riot Act, Pearl Jam (2002) - Anche l'occhio vuole la sua parte e, come ormai succede da Vitalogy ('94), i sapienti Pearl Jam pubblicano l'ultimo lavoro in una confezione cartonata ben curata, contenente foto in studio di registrazione, disegni e l'elaborazione dei testi scritti di pugno o con la vecchia macchina di Ed.
La cover foto riproduce una scultura, tutt'altro che allegra, appositamente commissionata dai ragazzi ad un'artista amica di Seattle, tale Kelly Gilliam. La scultura è metaforicamente riferita ad una vecchia legge, in parte simile ad una approvata di recente negli States, molto restrittiva, ma il tutto è molto contorto: meglio lasciar perdere, in questo caso, e pensare alla musica.
Dedicato agli scomparsi John Entwistle (bassista negli Who) Dee Dee Ramone (bassista nei Ramones) e a Ray Brown (?), l'album, risulta al primo ascolto ... "diverso". Per i miei gusti è a tratti troppo soft ed "elettronico" (non per gli strumenti, ma per gli effetti delle chitarre, vedi You Are) e, a volte - qui rischio la pelle - banale nei riff strumentali e nei testi - aiuto! - .
Insomma sembrerebbe un po' troppo commerciale, visto che mancano le schitarrate dei bei tempi, penso ad Alive, Rearviewmirror, Last Exit, Hail hail, Brain of J, e ad i testi taglienti di Jeremy, Daughter e Immortality, giusto per citare qualche capolavoro. In Riot Act mancano la verve di Mike e la genialità di Stone, Jeff è meno originale del solito e per piacere, fate stare seduto e zitto Matt a fare i compiti per casa. Dopo un più maturo ascolto, però, risulta chiaro come il gruppo stia seguendo un percorso iniziato da molto tempo.
C'è un filo conduttore che lega tutti gli album realizzati da Ten a Riot Act, sia pure con mille dettagli differenti.
Tra queste due incisioni sono trascorsi circa dieci anni, non una eternità, ma ne è passata di acqua sotto i ponti (nascita e morte di un movimento - il "Grunge" - mai esistito, il dramma di Cobain, la tragedia di Roskilde e molto altro) e i ragazzi, nel mezzo, sono stati assurti (o forse immolati) a nuovi dèi del rock. Le incisioni, quindi, vengono effettuate in diversi periodi storici e mutati contesti culturali, varia il substrato dove germina il seme che diventa l'LP sul nostro giradischi, vinile che lascia sgorgare dai solchi esperienze intraprese dai ragazzi in altre band (penso alla recente sortita di McCready con i Wallflowers, non proprio sullo stesso ramo dei P.J. nell'albero genealogico del rock), progetti paralleli che accrescono la cultura dei singoli musicisti (più di tutti ne ha fruito Vedder, sin dall'esordio grande come cantante, diventato in seguito bravo come musicista). E' sempre il sentimento, però, a condurre i nostri, lungo la rotta.
Insomma i ragazzi sono cresciuti e ci hanno raccontato la loro crescita: e, la crescita porta inevitabilmente dinnanzi a mille direzioni diverse e, scegliere, rimanendo "fedeli alla linea", essere coerenti (mi riferisco solo ed esclusivamente alla direzione musicale e non ideologica del gruppo) non è sempre facile, anche perchè si correrebbe il rischio di ripetersi all'infinito, vivendo sui fasti del passato. I Pearl Jam si sono rinnovati in un primo tempo con No Code ('96), e poi credo che anche Binaural abbia solcato nuovi mari (ma è stato un quasi naufragio). Voltare pagina è coraggioso ed apprezzabile. Ciò che però non mi va' a genio è la totale mancanza di epicità, così tipica nei primi tre album. Mi manca e da troppo ormai, il pezzo alla Pearl Jam, quello col marchio di fabbrica, che metti sù fino a consumare il vinile, il cd o il nastro. Quello che ti fa alzare di una tacca e un'altra un po' il livello del volume, e ti fa' rischiare lo sfratto per disturbo alla quiete pubblica. Un tempo mi arrabbiavo nel sapere che State of Love and Trust era uno scarto (!) di Ten e che God id è entrato in un misero mini-cd, senza godere di altro successo. Oggi i Pearl Jam mettono su disco composizioni che un tempo sarebbero state outtakes. Le musiche, ora, hanno un taglio diverso poichè nel line up, c'è un nuovo elemento. Nello specifico, Kenneth "Boom" Gaspar dietro le tastiere, dà più corpo al sound, ma questo, è molto spesso un limite più che un vantaggio, poichè non ritengo si sia amalgamato granchè col gruppo. Il suono delle tastiere non è stato inserito a dovere nel contesto musicale, insomma, non s'incastra ad arte con chitarre e sezione ritmica. Per esempio in Love Boat Captain, scritta pensando all'incubo di Roskilde ("Lost nine friends we'll never know ... 2 years ago today") l'organo, quando parte in primo piano, respinge l'ascoltatore, e costringe Ed ad un cantato disomogeneo. In modo parziale, anche
I Am Mine è succube del nuovo arrivato.

In tal senso una grossa mano l'avrebbe potuta dare proprio quel Brendan O'Brien, relegato al mixaggio, e che, sarebbe stato più prezioso anche in qualità di produttore, soprattutto dopo
l'esperienza vissuta con Bruce Springsteen (ha prodotto The Rising, in assoluto il miglior album del 2002, e non temo smentita) che ha una band dove convivono tre chitarre, ben due tastiere (generalmente proprio l'organo Hammond B3 ed il pianoforte) ed un sax insieme al resto della band, la precisa e martellante sezione ritmica della E Street. Nella vecchia veste, avrebbe sicuramente apportato know how alla band: peccato, sarà per il prossimo disco (Riot Act è prodotto da un professionista di tutto rispetto, Adam Casper, che ultimamente ha lavorato anche per Foo Fighters e Qeens of the Stone Age con ottimi risultati).
Va' cosiderato, inoltre, un dato statistico di non poco conto: dopo alcune stagioni insieme, molte rock band "muoiono" (in ordine sparso mi vengono in mente Soundgarden, Alice in Chains, Clash) oppure l'edonismo del frontman o contrasti vari (stando alle notizie riportate dalla stampa specializzata) portano allo scioglimento del gruppo (andando un po' indietro, cito i Beatles, poi i Police e, ahimè solo "ieri" i Rage Against The Machine, ...).
Ed, Stone, Mike e Jeff, sono ancora lì (mi sarebbe piaciuto poter ancora annoverare tra questi nomi Dave Abruzzese, a mio avviso il drummer che più di tutti sembrava nato per il Pearl Jam sound): questa è la loro forza.
Suppongo che dopo ore di registrazione in sala e svariati tour, si crei un'intesa eccezionale, suppongo che dopo tanti anni insieme, si parta in quarta per la preparazione del nuovo album, suppongo si diventi una famiglia (e non sempre è un bene perchè si perde un po' di furore), oppure mentono alla grande e ci fanno credere che è tutto rose, fiori e chitarre (bisogna pensarle tutte quando si "alza" una grossa mole di denaro: tutti chi più chi meno, ne sappiamo qualcosa).

Forse proprio per "rinnovare un po' l'ambiente" e dare nuovo impulso alle composizioni hanno invitato il capelluto tastierista.
Fortunatamente è la vena polemica ancora a trasparire dai solchi del disco, oggi come ieri. Sono ancora lì a puntare il dito: un tempo contro coppie che non hanno preso la patente da genitore, pronti ad ingabbiare i "ratti", denunciare i "dissidenti", contro lo showbiz (No video, thanks!), contro chi vieta il diritto all'aborto, contro le molestie alle donne, contro i maltrattamenti nei confronti degli animali, contro chi detiene un monopolio, Tiketmaster e Microsoft (a tal proposito che farebbero a Berlusconi, se fossero italiani?), pronti a sposare la causa tibetana e a sostenere le vittime di quel dannato 11 settembre. Bravi, davvero, anche e soprattutto nello schernire apertamente il presidente degli U.S.A. (per quel poco che ho capito, un burattino nelle mani delle lobbi americane) e a dirgli, in più di un brano, come la pensano sulle sue gratuite idee bellicose. Help help, per esempio, mi ha favorevolmente colpito. Musicalmente non funziona molto, ma contiene forse i versi più belli ed attuali di tutto l'album. Ed canta nel testo scritto da Jeff: "The man they call my enemy, I've seen his eyes/ He looks just like me, a mirror/ The more you read, we've been deceived/ Everyday it becomes clearer" ed ancora "Not my enemy ... no, not my enemy/ Don't speak for me". Sono versi che sposano le mie idee.
Credo che Riot Act pur non convincendo, sia un buon album, assolutamente da non ritenersi il migliore della produzione Pearl Jam (nella mia personalissima classifica non arriva sul podio), ma di sicuro da collocare tra i migliori del 2002.
In conclusione, sintetizzerei con un voto il lavoro del gruppo, ma lo tengo per me, perchè odio i professori ed io non voglio giudicare come solo loro fanno: dando i numeri!

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Epilogo. Intanto ho scoperto chi è Ray Brown: è un musicista jazz, virtuoso del contrabbasso. Anche lui ha lasciato questo mondo nel 2002. Era sposato con la "First Lady Of Song" Ella Fitzgerald (1917-1996). Alla notizia del terzo bassista morto in un anno, suppongo che Jeff Ament abbia fatto scongiuri come non mai!


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venerdì 24 ottobre 2008

Fuck you too, lady!

The Hives
Bari, 23 agosto 2008 - Parco Perotti
(“L’acqua in testa” Free Music Festival)


E’ una smorfia tra lo strabiliato e lo scettico, quella che nasce involontaria sul mio volto quando apprendo la novità: gratis a Bari, The Hives.
Ora, in una proposizione in cui tutto ha l’apparenza di una palese contraddizione in termini, pare farsesco leggere insieme alla parola che significa “senza alcuna spesa”, il nome del capoluogo pugliese abbinato al gruppo scandinavo.
Fortunatamente è tutto vero e, a volte, pare proprio che le vie del Rock siano infinite.
Un nanosecondo dopo l’acquisizione della notizia, ovviamente, sono già pronto ad essere della partita.

Flashback: la prima volta che ho visto in azione il complesso è stato 4 o 5 anni fa.
Derelitto sul divano, stavo facendo zapping notturno, quando … bang! Su MTV, durante un programma che tutt’oggi ignoro, vedo una saltellante Christine Dunst (l’attrice) presentare con inarrivabile espressione giuliva (se divento una rockstar, voglio essere presentato tal quale!) una band che subito attacca un Rock’n’Roll d’altri tempi. Anche le loro “divise” sono di un’altra epoca: come i Beatles del primo periodo, tutti indossano stesse scarpe, stessi abiti. Il pezzo mi piace un sacco, il piglio pure. In seguito mi documento e mi appassiono.

Torno all’estate appena consumata.
Sono a Bari. Causa vacanze, la città è ancora semi deserta e, nella riqualificata zona antistante il litorale dove un tempo sorgeva l’ecomostro di Punta Perotti, accorrono circa 5.000 scatenati fans. Insieme a due compagni di ventura (uno è l’autore delle fantastiche foto pubblicate in questo post) giungo nell’area allestita per il festival con largo anticipo. Porto una maglietta springsteeniana dall’implicito (ritengo io, e solo io) messaggio: sono più vecchio e più tosto di voi, quindi, fate i bravi! Pura illusione. Lo verifico appena ostili cloni di Marilyn Manson mi accerchiano.
Alla presenza di ragazzetti imberbi ben al di sotto della mia età, con un certo imbarazzo - che grazie alla coinvolgente esibizione tenderà ad annularsi entro i primi 5 minuti - mi arpiono alla transenna sotto il palco.

Mi sistemo proprio davanti alla postazione del “folle” chitarrista Nicholaus Arson (all’anagrafe Niklas Almqvist), fratello dell’altrettanto eccentrico cantante Howlin' Pelle Almqvist (Per Almqvist). A quest’ultimo spetta il compito di enunciare il dettame per la serata, “The Hives make music, Bari makes noise!” e l’incarico di verificarne la comprensione da parte nostra, con l’eloquente intercalare barese “Capisc’?”.
Agghindati con abiti neri e scarpe bianche, l’iperattivo quintetto svedese monopolizza da subito l’attenzione del pubblico. La performance, infatti, è a base di musica a metà tra Rock And Roll classico e Punk. Senza indugi su singoli virtuosismi, le chitarre suonano esclusivamente riff a tutto spiano, la batteria fa baccano, il basso occupa gli spazi vuoti e il frontman si sgola ed ammicca.

Ecco servito un perfetto Rock Show, asciutto per essenzialità musicale, arricchito (e non diluito) da acrobazie compiute con microfoni che si librano in aria, chitarre che volteggiano a rischio schianto ed una profusa elargizione, in platea, di plettri per chitarra e bacchette da batteria. La ricetta è semplice quanto gustosa. Quella che incisa su disco può sembrare una noiosa formula routinaria, nella dimensione live si rivela un strategia vincente: la pietra angolare del gruppo sta nell’assenza di particolari artifici sonori, nella semplicità della struttura musicale concepita dal gruppo.

Ma c’è sempre qualcuno che presenzia ai concerti per dar fastidio: una piccola sceneggiata viene rappresentata da una seccante ragazzetta in prima fila.
Questa detestabile ubriaca molesta, capelli di stoppa e trucco da passeggiatrice, prova ad attirare su di sé ed in ogni modo l’attenzione del vocalist. Con gesto repentino si leva il reggiseno, conservando indosso la maglia (tecnicamente sto ancora cercando di capire la dinamica del gesto!) e lo lancia ai piedi del cantante. Ma nulla accade: Pelle è concentrato nel suo lavoro. Poi scaglia una bottiglia in plastica ancora piena di un liquore che a vedersi sembra whiskey, a ridosso del singer. Anche qui nulla, ma all’ennesimo gesto di maleducazione – il classico e scontato dito medio – Pelle dimentica di essere un imperturbabile gentleman del freddo nord Europa e risponde in maniera analoga, accompagnando il suo gesto con un “Hey! Fuck you too, lady!”. Finalmente! Mi faccio una grassa risata alla faccia della Courtney Love “de noantri”.

Lo spettacolo continua e dal repertorio vengono recuperati i primi prorompenti successi quali “Hate To Say I Told You So”, "Main Offender", “Die, All Right!”, “Supply And Demand” (dal loro miglior disco Veni Vidi Vicious del 2000) e “Walk Idiot Walk” (Tyrannosaurus Hives, 2004) che si alternano ai recenti “You Got It All ... Wrong” e soprattutto l’ultimo hit “Tick Tick Boom” (entrambi da Black And White Album). I ragazzi tirano dritto senza alcuna sosta. Là fuori, stasera, c’è qualcuno propenso solo a farci divertire in totale assenza di sermoni. Gli Hives, com’è noto, non sono alfieri della “musica impegnata” ma una band godereccia apprezzabile per le ottime capacità di coinvolgimento ascrivibile al movimento “Rock da cazzeggio di qualità”; insomma il gruppo spassoso della corrente Rock. Oggi, per farla breve, si poga e basta! E la platea balla divertita.

Il loro appagante concerto conferma a pieni voti la reputazione di live band vincente.
Scendono dal palco e vengono a stringere mani nelle prime file prima di correre in aereoporto.
L’indomani li aspetta la tappa londinese del tour.
Come dire? Veni, vidi, vici, anzi … vicious!
Grazie Miss Dunst, chiamami: ti devo un favore!
Capisc’?
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GRAZIE mitico Ettore “Wonder Boy” Dicorato!
Mi sono ammaccato per farti produrre questi scatti, ma ne è valsa la pena.
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lunedì 20 ottobre 2008

My favorite listening spot

Lo stereo prende in pegno il CD appena acquistato e nel silenzio ovattato dell’abitacolo dell’automobile, i diffusori mandano le note di un’ipnotica musica.
Seduto dietro il volante, assorto in un’altra dimensione, lo sguardo è perso oltre il parabrezza e l’udito è teso a raccogliere il passaggio dalla tranquilla e breve “Master/ Slave” alla feroce “Once”.

Ritengo il primo ascolto di una nuova uscita discografica molto importante, non determinante ma importante.
Per farlo a dovere, in primis serve un posto adeguato, poi l’arco temporale necessario, i testi ben in vista e così via.
Ma non sono il solo seguace della filosofia e dei riti legati al primo ascolto.
Il tipo nell’auto cha ha appena iniziato l’ascolto dell’album d’esordio dei Pearl Jam, infatti, non sono io.

E’ Bruce. Quel Bruce! Bruce Springsteen.
Quello con la Telecaster scheggiata a tracolla e decine di invidiabili giubbotti di pelle nel guardaroba. Quello col culo inguainato da un jeans oggetto di uno scatto fotografico poi finito sulla copertina di un album entrato in circa 20.000.000 di case sparse per il globo. Proprio quello che nonostante una “bourgeois house in the Hollywood hills” ama godersi il primo ascolto dell’ultimo CD acquistato, standosene seduto in macchina piuttosto che sprofondato in poltrona in una, che so … stanza insonorizzata situata nella sua mega tenuta. Quello che preferisce usare l’autoradio più che un (probabile) impianto stereo inaccessibile ai comuni mortali.
Già, perché certe abitudini sono dure a morire e, come Springsteen stesso scrive, è “seduto in macchina di fronte a casa il mio luogo d’ascolto preferito”.
Questo emerge da quanto riportato per l’introduzione di “5x1: Pearl Jam Through The Eye Of Lance Mercer”, un libro fotografico che documenta la vita in tour, e più in generale on the road, dei Pearl Jam.

Insieme ad altre riflessioni di illustri colleghi (Pete Townshend, Michael Stipe e Ben Harper), Bruce si è preso la briga di scrivere per questo intrigante volume, le sensazioni provate durante il primo ascolto di “Ten” (album d’esordio del gruppo di Seattle).

Stando alla narrazione della vicenda, l’episodio risale all’epoca della pubblicazione di “Ten” negli USA, cioè sul finire dell’agosto 1991.
Il body builder del NJ è già padre di Evan (luglio 1990) ed è già sposato con Patti (giugno 1991) che attende la nascita di Jessica (data alla luce nel dicembre del 1991).
Ormai attorniato da una gestante, da un marmocchio e da pappe & pannolini più che da chitarre, a questo rocker sui quaranta, lontano dalla scena musicale da un bel po’, serve una botta di vita.
E per uno cresciuto ad hamburgers e chitarre, una botta di vita non può che arrivare da buona musica.
Detto, fatto.
E’ il passaggio radiofonico di “Alive” ad invogliarlo ad acquistare “Ten”.
Anche per lui l’album si rivela una bomba i cui detonatori sono individuabili nei possenti riff delle chitarre di Stone Gossard, compositore della musica di “Alive” (che Dio, anche solo per questo, lo benedica sempre!) e agli a solo dell’indiavolato Mike McCready (lead guitar).


Ma è l’apporto determinante della straordinaria timbrica vocale di Ed Vedder a rendere “Ten” un richiamo, un’adunata, il ruggito che squarcia l’immobilismo Rock di quel periodo e riporta il movimento in auge: l’album che svariati milioni di smaniosi appassionati del genere, aspettano da tempo.
Risolutivo è anche l’apporto del bassista Jeff Ament, cofondatore della band insieme a Gossard e quello di Dave Krusen alla batteria (che però abbandona il gruppo subito dopo le sessioni d’incisione).
Costretti a smentire l’odiosa pubblicità che li imputa quale band assemblata ad arte per sfruttare la reputazione di una Seattle ormai fucina di talenti musicali, questi ragazzi fanno di tutto per risultare ciò che sono: una sola entità con cinque anime e non, elementi all’interno di un gruppo.

Lo dimostrano con una capacità non comune a tutti i gruppi. Springsteen, evidentemente affascinato, dice: “avevano l’abilità di pestare duro e di suonare “morbido” (swing) allo stesso tempo. La musica si sentiva tranquilla e potente con un mucchio di connessioni tra gli strumenti. Queste sono le qualità che inducono a sostenere che sei davanti ad una vera band”.
Anche per Bruce si tratta, quindi, di una “vera band” e non di cinque ragazzi messi sotto contratto e obbligati a lavorare tra le stesse quattro mura. Il libro di Mercer, non a caso, tende a mettere in risalto il forte vincolo tra i compagni sin da quel “5x1” scelto come titolo (avete presente la nota massima, “tutti per uno”?). Ma più di mille parole e di mille libri, è proprio la copertina di “Ten” a chiarire questo spirito di fratellanza con semplicità disarmante: basta osservarla un attimo.

Ma Bruce, mi chiedo, ascoltando questi componimenti, avrà colto tratti in comune con i suoi lavori?
Probabile. Io ci trovo una certa forza in comune. Scorgo lo stesso dannato “sacro fuoco”. La forma-canzone dei (primi) Pearl Jam e diametralmente opposta a quella del musicista del New Jersey, ma a mio avviso spicca la medesima voglia di emergere attraverso un innato stile, una naturale attitudine alla musica Rock.
“Alive”, primo singolo estratto dall’album, è uno degli episodi più epici dell’intero lavoro e della carriera dei cinque e, come racconta Vedder all’ex giornalista, oggi regista cinematografico Cameron Crow, “è fondamentalmente un inno alla vita”. Uhm, anche “Born To Run” (album e omonimo brano), si è da più fonti precisato, è epico ed è un inno alla vita!
Sempre a detta di Vedder, l’ode alla vita è presente - ma, aggiungo io, non facilmente individuabile - nelle 11 composizioni del disco; difficile da riscontrare perché le atmosfere musicali e le liriche enfatizzano una diffusa insoddisfazione della condizione esistenziale. Lo scenario entro cui si muovono i protagonisti, è quello di una nazione post Regan di cui tutto sappiamo e che fa da sfondo alle dolenti storie di ragazzi segnati da un’amara adolescenza, di figlie vessate in ogni modo, di ragazzini incompresi e costretti a chiudere in una plateale ribellione la loro esistenza …
Un paio di rapidi esempi (a rischio linciaggio per il sottoscritto) saranno utili a far comprendere cosa sto blaterando.
Il testo di “Black” (il cui titolo lascia presagire un inquietante scenario) potrebbe essere figlio di quel pensiero pessimista reso noto in letteratura dal nostrano Leopardi. “Tutto l’amore andato a male ha tinto di nero il mio mondo” e poi, “So che un giorno avrai una vita bellissima/ So che sarai una stella/ So che sarai nel cielo di qualcun altro/ Ma perché non può essere il mio?”. Tanto deprimente, quanto bella. Davvero! Una di quelle canzoni che vuoi sentire quando sei triste, sai che nulla potrà tirarti su e decidi - badile in spalla - di andare a scavare un bel buco grosso nel terreno per trovarci l’eterno riposo.
E “Jeremy”? Beh, questa è più che altro la cronaca di una tragedia annunciata (il testo è ispirato ad un fatto realmente accaduto). Potrebbe essere accostata - con opportuni “distinguo” - ai “Dolori del giovane Werther” di Goethe: in tutti e due i casi il protagonista si toglie la vita, più come atto di estrema protesta che come gesto di resa.
E dov’è allora, l’inno alla vita in tutto ciò? Nel percorso quotidiano, siamo tutti più o meno preparati se non a riprendere la corsa, a riacciuffare la nostra faticosa marcia dopo una caduta. Tra mille improperi siamo pronti a risollevarci e a recuperare il passo: siamo pronti, insomma, a rimanere vivi.
E’ quanto asserisce il protagonista di “Alive”: malgrado tutto, sono ancora vivo. Dopo le violenze, fisiche e psicologiche cui sono stato costretto, sono qui, e canto la mia vita.
Ci trovo una certa corrispondenza con il “non mollare” che chiude con un leggendario verso la “This Hard Land” di Springsteen, dove Frank che crede di non farcela, deve tenere duro e nonostante tutto, deve rimanere vivo.

Lì chiuso in macchina, nel suo luogo d’ascolto preferito, Bruce, dev’essersi sentito proprio coinvolto da quei testi carichi di tensione, di rabbia, di solitudine (storie drammatiche e personali in molti casi, autobiografia del giovane Vedder). Nell’arrembante "Even Flow", nella dolce “Oceans”, così come nella rabbiosa “Porch”. Cosa darei per conoscere a fondo quello che ha pensato nell’ascoltare “Once” e “Release”, ovvero Alfa e Omega di questo album epocale. La prima, una tempesta in piena regola, una cavalcata hard rock con la chitarra di Mike McCready sugli scudi; agli antipodi, invece, “Release” a chiudere il capitolo con una melodia dal tessuto sonoro dal grande impatto emotivo: qui insieme a tre accordi (Re – Sol – Do!) la solenne voce di Vedder è in grado di far sanguinare anche i sassi. Con la sensibilità del musicista deve aver individuato talune influenze che la “band heavy metal che piace alla gente che non ama l’heavy metal” esprime in quell’opera prima.
Come già asserito da Springsteen, infatti, il segreto che rende la band, una grande band, è presto palesato: “Ability to play hard and swing at the same time”.
Le parole scritte nero su bianco dal “Capo” offrono un altro interessante spunto di riflessione. Nella musica di questo gruppo, convivono le due anime del rock: quella scura e violenta, e, quella solare e dolce. Perché in certi brani, è bene far suonare le chitarre tanto da rompere i timpani, ed in altre, è opportuno che il suono delle corde carezzi l’udito. L’importante è capire “il quando” e “il come” dosare questi elementi. A questo punto, paragonare le doti ed (in parte) il sound dei Pearl Jam a quelli di Who e Led Zeppelin, è quanto di più straordinario e tremendamente sincero si possa fare. E lui, Bruce, ha l’onestà di farlo, menzionando due bands inglesi che hanno fatto scuola, spodestando l’egemonia nel circuito Rock dei gruppi americani (anche sul loro suolo, nell’èra della cosiddetta “British invasion”). Bands che, appunto, sapevano quando picchiare duro e quando darci dentro con la melodia. Che meraviglia: un grandissimo del Rock che paragona altri grandi del Rock ai capofila di un genere!

Quella frase finale, poi, “sono uscito dall’auto sentendo che avevo del lavoro da svolgere”, per me, è illuminante sull’effetto prodotto su Springsteen dal primo ascolto di “Ten”.
Pare l’ammissione del maestro che questa volta, complice l’occasione fornita dall’allievo, si rimbocca le maniche e si accinge a compiere il proprio “dovere”.
Grande!

La chiudo qui.
“Ten” è finito sulla stessa ipnotica musica “Master/ Slave” di apertura. L’autoradio restituisce il CD e Bruce esce dal suo “punto d’ascolto preferito” con la testa piena zeppa di spunti pronti ad essere concretizzati nella piccola sala d’incisione allestita nella sua villa, ma … “Bruuuuuuce!”, Patti lo chiama perché richiede aiuto per non meglio precisate commissioni domestiche. Ecco come l’ispirazione fornita dal disco dei ‘Jam, svanirà e non sortirà più alcun effetto.
Dài scherzo!

Pubblicato anche su "badlands.it"


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venerdì 17 ottobre 2008

All sound made by guitar, bass, drums & vocals

Rage Against The Machine
Modena, 14 giugno 2008 - Stadio Comunale A. Braglia


Solo poche meritevoli bands si fregiano di un titolo onorifico.
La E Street Band di Bruce Springsteen, per esempio, è propriamente detta “la Leggendaria”, i Clash “The Only Band That Mattered”, i Rage Against The Machine, invece, sono più semplicemente il gruppo cui “tutti i suoni sono prodotti con chitarra, basso, batteria e voci”.
Tale precisazione, d’obbligo, è presente nel booklet di ogni loro disco, ma è nella dimensione live che è possibile constatarne l’assoluta veridicità.
Fischi, tonfi, boati, scratchs e altri suoni normalmente prodotti da campionatori, vengono generati da Tom Morello, l’ultimo rivoluzionario della chitarra rock che, braccato da Tim Commerford (al basso) e Brad Wilk (alla batteria) si scaglia in fantasiose quanto grintose volate chitarristiche.
Morello divide l’avanguardia dello stage con l’altra figura carismatica del gruppo, Zack De La Rocha, il vocalist dal nome cazzuto (per dirlo alla maniera di Natalie Portman in “Léon”).

L’attesa per assistere al live act italiano, dura da ben otto interminabili anni

e, davvero poca fortuna hanno i due gruppi deputati ad aprire la serata.
Gli italiani Linea 77 si dannano sul palco ancora soleggiato, ma non riescono a sortire l’effetto che, al contrario, otterrebbero in una location più ridotta, magari indoor. Hanno comunque il loro seguito tra gli astanti e lasciano lo stage tra applausi composti.
Lo stadio Braglia di Modena, non è ancora tutto esaurito quando i giovanissimi inglesi Gallows, calcano la scena. L’inclemente platea li castiga, in primis con ingiurie a vario titolo e gesti di dissenso (per usare un paio di eufemismi), poi, per offrire un servizio completo, con sputi e lancio di oggetti. Terminano la performance a base di evanescente metal, orfani del loro emaciato e tatuato mezzo cantante, dopo che questi ha dissimulato una masturbazione (!). I ragazzetti, al pari dei Linea 77, s’impegnano ma l’antipatia tra noi e loro è immediata e reciproca. Bocciati senz’appello.

Il palco è un vero e proprio campo di battaglia, ora.

Lo stadio con i suoi 20.000 presenti, è sold out (o quasi) e l’attesa cresce.
E’ tutto pronto per il grande e sospirato ritorno.
La musica registrata, un “walk in” di tutto rispetto in cui spiccano la versione originale di “Fuck Tha Police” e la “Sabotage” dei precursori Beastie Boys, viene interrotta.
Nel buio più totale gli amplificatori mandano un opprimente suono di sirena, un’allarme, quello che si lancia per avvisare la popolazione di un imminente attacco aereo. L’effetto è suggestivo, mi angoscia anche se sono sicuro di assistere ad un artificio. I quattro musicisti entrano sul palco “scortati” in fila indiana da roadies/carcerieri. Indossano le stesse "tute arancioni" che vestono i prigionieri detenuti nella prigione statunitense della Baia di Guantanamo e, come loro, sono incappucciati. Il magniloquente metodo scelto per la protesta, rievoca quanto fatto 15 anni prima sul palco del festival itinerante di Lollapaloza. All’epoca rimasero (integralmente) nudi, immobili per un quarto d’ora con la bocca chiusa da nastro adesivo, innanzi ad un pubblico prima disorientato e poi infastidito. L’insolita protesta mirava a disapprovare i feroci criteri di censura americani adottati nei confronti delle liriche in musica.
Così abbigliati, vengono liberati dalle manette e “vestiti” dei loro strumenti. Suoneranno quindi, ad occhi chiusi, eseguendo in apertura una micidiale Bombtrack. La scelta di questo brano, sembra ricondurre ad un nuovo inizio; questo è, infatti, il primo pezzo del loro album d’esordio pubblicato nel 1992. L’esecuzione risulta semplicemente perfetta. Ineccepibile risulta pure il feeling che unisce i quattro musicisti. Siamo euforici per aver ritrovato dei compagni lontani da troppo tempo. E’ guerra, anzi “guerrilla”.

Sferrano l’attacco: sono tornati per dare battaglia all’ “Impero del Male” nei panni dei prigionieri di Guantanamo. Dopo l’esecuzione del brano, escono da quei “pesanti” panni, espiando (metaforicamente) tutti i supposti peccati di coloro che rappresentano. Nessuno – vado a memoria – nel vasto panorama rock ha accusato con tale forza le istituzioni americane. Ed Vedder dei Pearl Jam indossa la maschera di George W. Bush e lo schernisce in pubblico, individuando nella sua persona il terminale ultimo da accusare per quanto accaduto in questi ultimi otto dissennati anni quanto a politica estera. I Rage Against The Machine, al contrario, esaminano più a fondo lo scenario. Puntano l’indice verso l’intero sistema. I prigionieri che impersonano rappresentano delle esche. Esche che coprono l’amo gettato a mare da un perverso pescatore: il “Sistema”, appunto. Questi è la macchina contro cui riversare tutta la rabbia. Il Sistema delle multinazionali, quello delle lobby, quello della politica neoliberista che, con ambigue strategie indirizza l’opinione pubblica in proprio favore, per trarne ricchezza, potere e governo. Costi quel che costi, in termini umani ed economici. Stando a quanto ammonisce Zack, l’attuale presidente degli USA “è un criminale da giudicare in tribunale” anche se è una pedina sullo scacchiere e nulla più. Ah, ovvio, i pesci siamo noi, la gente. L’umanità che abbocca indulgente alla preda-cibo che, pare solo un pasto facile e sicuro ma che, nasconde ben altro.
Il tour non promuove un nuovo album, quindi, si susseguono i passati successi senza soluzione di continuità e un uragano di suoni investe i nostri corpi, alla mercé delle note scagliate in tutte le direzioni dagli ampli.
Vorrei riposare 30 secondi, ma sono stato risucchiato nel girone dantesco del pogo: non è facile uscirne e non sono affatto sicuro di volerlo.
Così parte subito un’altra schitarrata, una rullata e, nella musica, ritrovo slancio e nuova linfa. Nel pit siamo tutti pervasi da una sana “rabbia”.

Sono molto vicino al palco e li guardo bene in faccia prima di tornare - volente o nolente - al pogo. De La Rocha non ha più i dreadlocks, ma una criniera leonina riccia. Si muove come fosse posseduto: salta, urla, rappa e a volte improvvisa rime in apnea. Sono lieto di constatare che la sua voce non ha perso smalto in questi anni.
Morello, cappellino con visiera calata sugl’occhi, usa sempre (tra le altre) la Stratocaster celeste customizzata, che riproduce in bella mostra il simbolo della falce e martello.
Ricopre con energia e disinvoltura il suo ruolo: osservandolo, pensare di poter suonare così, non risulta difficile. Lui scruta il pubblico, suona forte, manda occhiate d’intesa ai compagni e li conduce per mano fino in fondo.
Commerford, l’unico dei quattro con tratti somatici caucasici, resta a torso nudo sfoggiando un fisico statuario ricoperto di soli tattoos. Martella il suo basso e concede la sua voce su People Of The Sun per dare enfasi al ritornello.
Wilk sembra godere, rispetto al passato, di uno spazio più ampio per mostrare tutta la sua cattiveria. Tortura le pelli dei tamburi pestando secco e potente su tutti (proprio tutti) i brani e come da copione, percuote il campanaccio su Freedom confluendole un’aria vagamente indio.
Non sembrano invecchiati, ma più maturi, sicuramente più consapevoli del peso del loro passato e dell’importanza delle loro ambasciate per il futuro. Del resto nello scenario musicale, dalla pubblicazione di Rage Against The Machine (album ad alto valore scioccante per proposte musicali e copertina politically uncorrect), nessuno è stato capace di offrire novità di altrettanta levatura. Messaggio e musica meticcia, hanno generato un connubio ancora oggi difficilmente imitabile.
E non posso credere che questa reunion non abbia basi solide su cui poggiare. Il suono degli strumenti e la voce del singer s’incastrano perfettamente. Ritroviamo tutto così com’era. La qualità del gruppo è intatta ed è seconda solo al loro immutato impegno sociale. Già il messaggio. Per non creare equivoci - qualora ce ne fosse bisogno - illuminata solo da una luce rossa, sullo sfondo del palcoscenico viene lentamente issata un’enorme bandiera a fare da scenografia definitiva. Raffigura la stella rossa su fondo nero: il vessillo dell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale). Sorge dopo i primi brani alle spalle di Wilk, a tutto stage, sulle note dell’inno dell’Internazionale Socialista (nella versione eseguita dall’ormai disciolto esercito dell’Armata Rossa). Un’immediata orgia di pugni punta verso il cielo di Modena. No, non si tratta del congresso di partito, ma tutti quei ragazzi (giovani e giovanissimi) in posa e con indosso la maglia del Che, ordinano un pensiero: nessuno è riuscito a spazzare via quasi 2 secoli di storia, non ancora. Non ci hanno cancellato dalla faccia della terra. La reunion dei RATM nasce anche da questo convincimento. Si fanno portavoce nella musica, di chi non ha più una rappresentanza politica adeguata. Il loro è un pubblico che trascende il mero apprezzamento musicale ed approda ad uno stadio ulteriore. Il legame è concettuale, oserei dire ideologico. Non c’è pietà per gl’internati di Guantanamo? Beh, non c’è ne un po’ neanche per la brutale amministrazione americana: “Le strade sono vostre” dice Zack, “bisogna combattere per riprenderle”. E lo afferma sputando ogni singola parola nel microfono, tanto che ogni sillaba pare un vaffanculo indirizzato al Sistema. Del resto, “Anger is a gift!”, urla in Freedom (dedicata originariamente a Leonard Peltier, consacrata oggi a tutti i martiri di ogni discriminazione, da Mumia Abu-Jamal in poi). Compresso come un trancio di tonno in scatola, mi risulta agevole ascoltare decine di voci, attorno a me, dalle diverse inflessioni. Per la prima volta, conto il più eterogeneo campionario di popolazione italiana (e non solo) tutto chiuso in un campo di calcio ad esultare per la stessa squadra. Vedo punk del sud, anarchici del centro, vicentini movimentisti di “No Dal Molin”, ragazzi dei centri sociali, una “afroitaliana”, diversi stranieri ed io, risalito lungo gli Appennini per 700 km. Siamo tutti pronti - finalmente - a parlare la stessa lingua. Siamo tutti pelle a pelle.

Il servizio d’ordine, intanto, svolge la sua incombenza in maniera decente (anche questa è una novità). In una calca del genere, infatti, potrebbe “capitare” di beccare qualcuno alticcio o che il pogo ammacchi qualcuno o che semplicemente manchi l’aria. Con sincero apprezzamento, ho potuto osservare il valido lavoro della security: attento ma discreto, mai troppo indifferente, mai troppo invadente. Ne testo il valido supporto durante Sleep Now In The Fire, in cui il pogo si fa pesante. Per un attimo un De La Rocha divertente, fa il verso a se stesso. Veste, infatti, la faccia da imbonitore e riprende l’ipocrita sorriso esibito nell’omonimo video a suo tempo diretto da Michael Moore (lo stesso regista che dirigerà “Bowling a Columbine”, “Fahrenheit 9/11” e “Sicko”). Il pezzo è una vera frustata rock. Sublime.
La band dimostra spiccate qualità “reinterpretative” quando esegue un’arrabbiata (guarda caso) cover di Renegades Of Funk. Vero è che sono noti per le liriche taglienti, ma i ragazzi ci danno dentro anche per farci ballare. Ripropongono il pezzo di Africa Bambaataa in maniera identica alla versione incisa per Renegades, album d’inizio millenio, l’ultimo – ad oggi – registrato in sala d’incisione.
Su Wake Up, Know Your Enemy e l’inno Killing in the Name, musicisti e pubblico replicano quel feedback di energia ed emozioni, tipico di ogni concerto che si rispetti. Per la tappa italiana di questo reunion tour dei Rage, si è reiterato quel rito celebrativo in nome del più sincero spirito Rock’n’Roll che - nonostante le profuse certificazioni di morte - dal periodo hippy ad oggi, non ha ancora trovato la sua naturale scadenza.
La setlist, complice l’eccitazione provocata dall’avvenimento, non sono in grado di elencarla correttamente. Hanno suonato i loro pezzi migliori, quelli più efficaci. Oltre quelli già citati, Bulls On Parade e People Of The Sun (tratte da “Evil Empire”), Know Your Enemy, Bullet In The Head e Wake Up (tratte da “Rage Against The Machine”), Calm Like A Bomb e Born Of Broken Man (da “The Battle Of Los Angeles”). Nessun pezzo inedito e, pare, ancora nessun nuovo album in lavorazione.
Menzione speciale merita l’esecuzione della splendida Testify che nell’introduzione, con il suo incedere di chitarra dall’eco metallico, ha proiettato l’intera platea dentro un’officina metallurgica. Le sue liriche sono immagini a tinte forti che inchiodano i media al servizio del Sistema (anziché dell’informazione) ricordando con perfida lucidità che: Who controls the past now controls the future (Chi controlla il passato, adesso, controlla il futuro) Who controls the present now controls the past (Chi controlla il presente, adesso, controlla il passato) Who controls the past now controls the future (Chi controlla il passato, adesso, controlla il futuro). E chiedendosi (retoricamente): Who controls the present now? (Chi controlla il presente, adesso?).

Quel capolavoro di Guerrilla Radio, inizia come se fosse una marcia militare, esplode in un vortice di suoni overdrive e si assesta su di un ritmo sincopato che accompagna il tipico rapping di De La Rocha:
Deve cominciare in qualche luogo.
Deve cominciare un momento.
Quale miglior posto?
Quale miglior momento?

e termina con un amabile anatema, “All hell can't stop us now”, mentre impazza un ritmo in piena tempesta.
L’esecuzione si conclude al termine di 90 infuocati minuti: difficile credere che si potesse fare di più. Quantità e qualità, del resto, non sempre convivono.
Sulla mitica Killing In the Name, tutti, all’unisono, ci sostituiamo al cantante nell’urlare (con quanto fiato è rimasto nei polmoni) una promessa che sa di minaccia: Fuck you, I won't do what you tell me!
Devastante. E memorabile.

(Resoconto fotografico qui)


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