martedì 29 settembre 2009

Tastiere Rock

One-two-three-four! Batteria, chitarra, voce cavernosa e basso stipati in un 4/4 da tre minuti. What else?
Al rock non serve altro. O forse sì?
Beh, un pianoforte!
Superfluo optional per i detrattori o arnese fondamentale per gli estimatori, lo strumento ha vissuto una storia controversa sin dagli albori del rock’n’roll.
Rinnegato o amato, il suo ruolo è stato determinante nella realizzazione di brani (tosti e non melodici) passati alla storia.

Duttilità dello strumento e mani capaci hanno permesso la risoluzione di tragiche situazioni di stallo in sala d’incisione, o la creazione di trame fittissime improponibili a semplici “impiegati” della chitarra.
The Band, The E Street Band e The Wallflowers, solo per citarne alcune, sono rock band riuscite a creare una perfetta alchimia di suoni, un ineccepibile equilibrio tra smisurato egoismo di chitarre e dispotico incedere di console.
Per queste band, il pastoso suono del piano, il pervasivo fluire dell'organo (generalmente il mitico Hammond), la glaciale marcia del synth, o i tre elementi insieme, sono una costante imprescindibile. E’ morbida malta che, discreta ma efficace, colma fessure cementando lastre di granito altrimenti instabili. Garth Hudson (mi genufletto mentre scrivo il suo nome), Roy Bittan (sono sempre in ginocchio e ho sparso chiodi sul pavimento) e Rami Jaffee sono, per i rispettivi compagni, il rifugio in vetta alla montagna quando impazza la tempesta. La loro arte, di rado sotto i riflettori, è quasi sempre al servizio della band.

Ma è solo una parte della storia. Altre vicende narrano di gruppi che individuano l’epicentro del sound nelle magie elargite dagli 88 tasti. La tendenza a lasciar spaziare aride armonie o telegrafici suoni artificiali porta a soppiantare corde e tamburi con pianole e sintetizzatori sempre più evoluti. La diaspora porta alla nascita di una cultura musicale che rifiuta il ruolo complementare assegnato alle tastiere nel mainstream rock. Diverse correnti di pensiero si fronteggiano e gettano nuove basi da cui ripartire. Dal confronto emergono i pionieri Kraftwerk e, dopo il loro esordio, è un continuo prosperare di band che creano mille sottogeneri - krautrock, new wave, synth rock, industrial, ecc. - collocabili nell’ambito della musica elettronica.
Il presupposto è più o meno questo: se le corde vocali accompagnate dai tre strumenti basilari del rock possono dare vita ad una band, una sola tastiera può sostituire la Berliner Philharmonisches Orchester. Argomento spinoso questo, che potrebbe esaurirsi (forse) solo in un trattato ad hoc.

Ma quali potrebbero essere i componimenti, incontestabilmente rock, nati dal ripetuto battere di quei tasti ebano e avorio? Quali i pezzi in cui l’organo lagna una frase indimenticabile? Quali i brani guidati da un rigido suono sintetizzato che, di diritto, rientrano in una playlist rock? Tanti. Troppi.
Ecco, allora, tre graduatorie alla maniera di Rob Fleming (il personaggio ideato da Nick Hornby per “High Fidelity”) che classificano alcuni esempi di tastiere rock.
Le top five, coprono l'arco temporale che va dalla metà dei ’50 fino a oggi. Dalle infuocate progressioni di Jerry Lee Lewis, uno che malmenava il suo Baldwin con mani, piedi e chiappe, ai sintetizzatori Roland dei Chemical Brothers.


1. La top five dei brani rock con un pianoforte in fiamme:

- Jerry Lee Lewis: Great Balls Of Fire [1957]
Unico e irripetibile, il sound di Lewis fonde honk tonk e boogie–woogie in una miscela altamente infiammabile, proprio come la versione del pezzo composto da Otis Blackwell. Quella del “killer” è una cavalcata pianistica trasgressiva e insolente, insomma, rock’n’roll.

- The Band: Rag Mama Rag [1969]
Un classico del repertorio del gruppo. Garth Hudson è il cuore della band che pulsa pompando sangue nelle vene. In Rag Mama Rag è facile, ad un certo punto, individuare un cambio: la pioggia di note che blandamente si è poggiata sulla struttura del pezzo, inizia a rovesciarsi torrenziale finché non ne impregna il mood. Straordinaria la versione su disco, superlativa quella inclusa in “The Last Waltz”.

- Bruce Springsteen: Jungleland [1975]
Una rimaneggiata E Street Band, più grintosa di quella del debutto, regala al mondo una pietra miliare del rock. L’ingresso del valente “professor” Roy Bittan spinge Bruce a plasmare il suo terzo disco, Born To Run, su partiture di pianoforte. In questo lavoro le liriche concedono la vista agli occhi dell’ascoltatore, mentre il piano di Bittan ha il pregio di trasmettere gli umori narrati.
Jungleland svetta sulle altre sette mirabili registrazioni per solenne autorevolezza.

- Warren Zevon: Werewolves Of London [1978]
Si potrebbero spendere migliaia di parole sul conto di Zevon e delle sue canzoni. Istrionico e talentuoso, il cantautore affida il suo particolare humor a Werewolves Of London, il suo singolo più conosciuto, il più fresco, un brano senza tempo. Ne è prova la truffa perpetrata da quel tamarro di Kid Rock che ne ha fuso un segmento a Sweet Home Alabama (dei Lynyrd Skynyrd) per farne un hit a trent’anni esatti dalla pubblicazione. Il pezzo del compianto Warren resta, però, irripetibile.

- Patti Smith Group: Frederick [1979]
Il brano che insieme a “Dancing Barefoot” salva Wave, quarto album del Patti Smith Group, dall’anonimato. Il pianoforte di Richard Sohl offre a Patti un vellutato tappeto sonoro ove poggiare il tenue canto. Quando il ritmo prende il sopravvento, il piano si mimetizza e conduce gli altri strumenti fino al termine. Nel mezzo c’è spazio anche per un breve accenno di synth. Nell'insieme, il componimento risulta ritmato e allo stesso tempo melodico.

2. La top five dei brani rock con un suono d’organo grosso così:

- The Animals: House Of The Rising Sun [1964]
Musica sacra prestata al pop. Nella versione di House of The Rising Sun degli Animals, Alan Price rende profana una musica che ricorda gli inni che riecheggiano in chiesa. E’ magistrale il binomio organo-voce del triste pezzo condotto dalla tastiera di Price e dalla sofferta voce di Eric Burdon.

- Bob Dylan: Like A Rolling Stone [1965]
Assolutamente trascinante il motivo proposto dall’organo di Al(an) Kooper. E pesare che questo poco più che ventenne sessionist non doveva essere in sala d’incisione. Costretto a rivestire un ruolo improprio, il baldanzoso chitarrista, riesce a reinventarsi organista pur di suonare con Dylan. Durante le registrazioni per Highway 61 Revisited realizza, all'impronta, un capolavoro che aiuta Like a Rolling Stone a diventare un pezzo storico. A testimoniarlo è un evento particolarmente importante: quando Dylan entra in scena per pronunciare il suo discorso alla Rock’n’Roll Hall Of Fame (1988), viene accolto proprio dal riff di organo creato da Kooper.

- The Doors: Light My Fire [1967]
La band trasgressiva. La band senza basso. La band del poeta dallo sguardo magnetico. La band che ha fatto del suono d’organo un marchio di fabbrica. Light My Fire è un pezzo coi fiocchi soprattutto per merito di Manzarek.

- Deep Purple: Highway Star [1972]
Non è un brano che mi fa impazzire ma poco importa. L’assolo di organo dura solo un minuto ed esalta le qualità di Jon Lord: ogni tasto un grilletto, ogni grilletto un colpo. E di colpi, la sua tastiera, ne spara a raffica. Per tutto il resto del brano l’organo si piazza in una zona d’ombra e il suo suono non soccombe e non sovrasta gli altri strumenti.

- The Wallflowers: Bleeders [1996]
Rami Jaffee riporta in auge il ruolo dell’organo. Con piglio autoritario direziona il suono della band regalando agli appassionati di rock un vero gioiello. La sua proverbiale capacità è la chiave di volta del successo di Bringing Down The Horses. The Bledeers include ritmi rock e momenti più riflessivi nell’arco di 3 minuti e mezzo mantenendo sempre alta la tensione: un pezzo così andrebbe studiato a scuola.

3. La top five dei brani rock (o quasi) condotti dal sintetizzatore:

- Joy Division: Love Will Tear Us Apart [1980]
E’ rock fortemente influenzato da suoni elettronici quello di LWTUA. Il suono del sintetizzatore è freddo e riconoscibile al primo ascolto. Un sibilo fastidioso e sinistro che ben accompagna le tristi liriche. Un capolavoro.

- Eurytmics: Sweet Dreams (Are Made Of This) [1983]
E’ una dicotomia evidente a portare inalterato il fascino del brano sino ai giorni nostri. La voce di Annie Lennox è suadente mentre il synth è algido. E’ tra i brani più significativi e più sputtanati degli anni ’80, finito in tutte le più becere compilations dell’epoca.

- Van Halen: Jump [1984]
Ignobile brano, ignobile il suo autore. Chi l’avrebbe mai detto? Jump è assolutamente dipendente dal suono di synth eppure Eddie Van Halen è un chitarrista dalle funamboliche abilità. Ma con queste, non sempre si porta la pagnotta a casa. Brano indispensabile, nonostante tutto.

- Depeche Mode: Never Let Me Down Again [1987]
Nell’ambito della musica elettronica è quanto di più vicino al rock suonato con gli strumenti tradizionali si possa trovare. Davvero pregevole l’apertura del chorus dopo toni cupi e frustrati. Questo brano trova spazio in Music For The Masses, l’album che ha steso mezzo mondo. Splendido.

- The Chemical Brothers (feat. Richard Ashcroft): The Test [2003]
La collaborazione tra i Chemical Bros. e il frontman dei Verve è quasi riuscita. I registri della voce di Ashcroft e i ritmi accattivanti dei sintetizzatori rendono sperimentale e vagamente accostabile al rock il risultato finale.
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Nota:
Nella seconda playlist, per un soffio, non c’ho infilato la magnetica Black Mask degli (International) Noise Conspiracy. Un rock martellante, veloce, potente, carico di chitarre. Il suono dell’organo ha poco più di 10 secondi per dominare. E in quella manciata di momenti urla e spacca creando dipendenza.

lunedì 14 settembre 2009

Pearl Jam - Backspacer

Furia punk, pezzi mid-tempo e sentimentali ballate. Backspacer, il nuovo album dei Pearl Jam, racchiude in meno di 40 minuti undici brani dalle diverse sfumature. Il sacro fuoco del rock ricevuto in dono anni fa, viene qui custodito e usato con saggezza: scalda ed illumina ma sa anche ardere e devastare. Ci sono il sound e la personalità che li hanno resi celebri e i primi dieci minuti - con quella Gonna See My Friend che lascia storditi - sono folgoranti. Amongs the Waves, posta al centro della tracklist, è un piccolo gioiello, il ponte di congiunzione che unisce le diverse anime dell’album.

Il 2009 è stato prodigo di pubblicazioni, non proprio significative, di big del mainstream rock. Al modesto Working On A Dream di Springsteen, ad esempio, ha fatto seguito l’inconsistente “No Line On The Orizon” degli U2. Adesso tocca ai Pearl Jam rifarsi vivi con nuovo materiale.

Tra lettere, numeri e simboli, il “Backspacer” (indicato sulle tastiere dei PC dall’abbreviazione “Bk Sp”) è il tasto che svolge l’importante funzione di correggere errori (e/o orrori) con una netta “sbianchettata”, con un semplice ritorno di posizione del cursore. L’omonimo album dei Pearl Jam corregge un bel po’ di scelte della recente storia passata, fino a riannodare la trama di un discorso interrotto undici anni fa.
C’è il ritorno del produttore Brendan O’Brien, con il quale sanno instaurare un dialogo speciale (Vs., Vitalogy, No Code, Yield e la riedizione di Ten sono affar suo) che sembra esclusivo, vista l’impossibilità di funzionare pienamente con altri artisti. Dalla lista dei musicisti il backspacer cancella pure il nome del sesto Jammers, quello “aggiunto”. In sala d’incisione manca il tastierista “Boom” Gaspar e il suono ritrova quel mood naturale, mentre il ritmo riprende quel tiro roccioso che bene sa esprimere la band.

Una curiosità sul titolo. Pochi mesi fa il nome Backspacer ha avuto una destinazione d’uso particolare. Da buoni ambientalisti i Jammers hanno supportato un progetto per la salvaguardia dell’ecosistema marino, battezzando proprio Backspacer la testuggine di mare che nell’aprile scorso (quindi durante le sessions di registrazione) ha partecipato e poi vinto la “Great Turtle Race”, bizzarra gara di nuoto tra simili, indetta per sensibilizzare l’opinione pubblica sul pericolo di estinzione di questa specie animale.
Ma non è di certo lento come l’andamento di una tartaruga, il ritmo dell’album. Gonna See My Friends spara chitarre a tutto volume dalle grate di un garage che dà sul cortile. Partenza bruciante, cattiva come non succedeva con Brain of J tratta da Yield (del ‘98).

Il motore sotto il cofano gira a mille e spinge ancora. L’accelerata di Got Some spazza via tutta la polvere accumulata sulla carrozzeria; il brano è potente, dai cori efficaci anche se discreti, e la sezione ritmica retta dalla premiata ditta Ament & Cameron sfianca i compagni. Lanciato come singolo accalappia clienti The Fixer, testo ottimista e motivo accattivante, da solo non ha senso, ma posto al termine del double-shot di testa forma un trittico che si esaurisce in soli otto minuti: una media da punk band. Bentornati ragazzi!

Una massiccia dose di wah-wah e Johnny Guitar trova nei saliscendi virtuosi della voce di Vedder una soluzione già utilizzata in Alone, b-side inclusa nella raccolta Lost Dogs (del 2003).
E come nel puzzle fumettistico di Tom Tomorrow riproposto in copertina, anche il contenuto del disco è un mosaico di tessere dai colori vividi e opachi che si mescolano per proporre un album dai toni indistinti. O meglio, con Johnny Guitar si chiude il capitolo tosto dell’album (che sarà poi parzialmente riaperto da Supersonic) e con Just Breathe si inaugura il Backspacer dalle sfumature pastello. E’ una ballata uscita direttamente dall’album solista di Vedder (Into the wild, colonna sonora dell’omonimo film di Sean Penn) e si sente. Arrangiamenti di archi e una linea di basso semplice ed in evidenza assicurano un taglio vintage al pezzo.

Da tempo la band ha abbandonato atmosfere cupe fatte di musiche irruente e testi carichi di angoscia, collera e tristezza, ma è in questa nona prova in studio che i musicisti lasciano il passo a soluzioni meno problematiche che includono calma, gioia e piacere. Da bravi patrioti americani che hanno votato dalla parte giusta, i cinque di Seattle non possono esimersi dall’esternare maggiore fiducia nel futuro. Brani come The Fixer, inedito manifesto dell’ottimismo espresso dalla band (“se qualcosa è andato rotto voglio provare a rimettere insieme qualche pezzo”), e la romantica ballad Just Breathe (“Sono un uomo fortunato, per contare sulle mani del mio amore”) sono l’espressione del nuovo corso. Del resto è lo stesso Vedder ad aver dichiarato: “Finalmente un briciolo di speranza, dopo dieci anni di canzoni arrabbiate”. E questo senso di rilassatezza si tramuta in redenzione che permea l’epica Amongst the Waves fortemente influenzata dalla passione di Ed per il surf (“Cavalcando alto fra le onde/ Posso sentire di aver avuto un’anima che è stata risparmiata/ Posso vedere la luce attraversare le nubi sotto forma di raggi”). Liriche ispirate, voce e suoni trattati con effetti eco in aggiunta all’assolo di chitarra di Mike, le conferiscono un taglio epico e la candidano a futuro classico del repertorio.

Unthought known è schiacciata dalla traccia precedente, della quale sembra una copia incolore, e da Supersonic, non eccelsa ma veloce e messaggera di una tesi taciuta fino ad oggi ma tramandata per consuetudine sin dal mitico Ten: “voglio vivere la mia vita a tutto volume” (I wanna live my life with the volume full).

Negli scarsi 40 minuti di durata che servono a riprodurre gli undici brani c’è spazio anche per momenti non proprio all’altezza. Pervaso da una criptica introspezione trova spazio, sul finire del disco, un terzetto di componimenti senza troppe pretese. La ridondante Speed of Sounds (solo omonima della creazione dei Coldplay), l’anonima Force of Nature e la malinconica The End non lasciano un segno indelebile.

A questo punto della carriera i Pearl Jam possono permettersi di avventurarsi in sentieri più commerciali senza perdere credibilità e mantenendo vivo il loro impegno nel tramandare l’essenza di un genere allo sbando. E il rifiuto di sottoscrivere un contratto con una major discografica è la prova che questi uomini hanno scelto di portare avanti, senza pressanti vincoli, una missione nel rispetto di valori inviolabili: su tutti la libertà di esprimere la propria arte.
Let’s rock!

giovedì 3 settembre 2009

Luciano "Varnadi" Ceriello - Radio Varnadi

Radio Varnadi, del bizzarro cantautore veneto-campano Luciano “Varnadi” Ceriello, è un album fuori dagli schemi. Il disco è congegnato in modo da dare l’impressione di ascoltare un’emittente radiofonica: ogni singolo brano, infatti, viene annunciato da speaker. Architettura anomala a parte, il lavoro è composto da 13 canzoni che toccano questioni attuali. Ignavia, vacuità e sessismo vengono trattati con ironia e sarcasmo su musiche che sfruttano le correnti di tutti i rivoli del pop, mentre i temi introspettivi rientrano negli standard cantautorali. Ospiti più o meno consoni (che c’entra una pornostar?) del modo della musica (il chitarrista Mauro Palermo) e dello spettacolo (l’attore Andrea Roncato) partecipano alla realizzazione di tracce che si amano o si odiano, ma che di sicuro non lasciano indifferenti.


Inserendo il CD nel lettore si deve essere pronti ad ascoltare un normale disco. Ma anche no, perché si ha l’impressione di aver acceso lo stereo e di aver centrato la fantomatica stazione radiofonica “Radio Varnadi” che programma il suo quotidiano palinsesto. La trovata riesce nell’arduo compito di lasciare interdetti anche gli ascoltatori più onnivori.

Strano tipo questo Ceriello, “meglio conosciuto come il cantautore con 2 cappelli”, che in Radio Varnadi colleziona tredici canzoni musicalmente dissimili tra loro in cui manca l’egemonia di un genere sugli altri. È una compilation dagli stili variegati che mescola atmosfere cantautorali anticonformiste, massicce dosi di pop, spruzzate di raggae e di elettronica. L’estremo eclettismo che pervade questo lavoro rappresenta un pregio che è allo stesso tempo un difetto. In campo artistico, ormai, tutto ciò che propende al nuovo è visto come una iattura (meglio puntare su schemi già sperimentati he assicurano un guadagno certo) quindi ben venga la proposta di Ceriello. La scelta compiuta, però, può risultare ostica anche per i più illuminati. Sono spiazzanti i brevi parlati introduttivi dei numerosi speaker impiegati nel ruolo di se stessi: introducono i brani proprio come accade durante la messa in onda di un programma radiofonico. Non mancano neanche le informazioni meteo, i jingle, il segnale orario e le telefonate in diretta degli ascoltatori. Ma all’autore, di certo, il coraggio non manca e come si suol dire: “Only the brave …”.

Il cantautore dai 2 cappelli sveste quello del giullare e mantiene quello del cantautore davanti a temi che risultano di grande attualità. L’invito a mettere da parte indolenza ed egoismo giunge tra un sorriso e l’altro. Se Come la mia Barbie è spensierata ed allusiva, ma potrebbe anche essere irrisoria, (“bionda e bella come una modella,/ ma che bomba, beato chi ti …”), La protesta (“non dire, non guardare, non fiatare …/ Il nostro non pensare fa comodo al potere!”) fa il paio con La storiella di Damer (si provi ad anagrammare Damer, ndr) nel riproporre l’istantanea dei nostri giorni. Qui Ceriello si fa affiancare dalla voce di Andrea Roncato per biasimare il periodo più basso della nostra storia politica (“Noto solo merda!/ Noto macchine e politiche di merda! Tra discorsi populistici di svolta noto sprechi per le macchine da guerra!”). Come poteva un brano così schietto, essere selezionato dalla nomenklatura di tromboni che manda avanti Sanremo? Questo almeno, è quello che si apprende dall’introduttiva voce degli speaker Mario La Monaca e Donato Zoppo intenti a certificare, falsamente imbarazzati, l’esclusione del brano dal festival della canzone italiana.

Non mancano episodi che trattano temi introspettivi come Avrei dovuto (“non ti ho detto di contare su me,/ ma non l’ho fatto per me, l’ho fatto solo per te!”) e la nostalgica Padre, muovimi i fili (“percorro lo scavo delle mie memorie, ma mi manca la voce./ Vienimi a cercare!”); affettuosa, invece, la tenera Francesca che Ceriello dedica, e in parte lascia interpretare, a sua figlia (“E’ nata a fine ottobre la principessa/ è nata quando in cielo è apparsa un’altra stella.”).

Ma l’irrefrenabile voglia di stupire è dietro l’angolo. Ecco dunque Big Jim e Barbie tutta incentrata sull’ossessione sessuale del protagonista della storia (“mi piace far l’amore con la figlia del dottore, ma il dottore ci acchiappò e altamente s’incazzò”) e che vede quale special guest, nel booklet non è specificato con quali mansioni, la “porno-sexy-star” Lea Di Leo.
Ben più calzante ed apprezzabile risulta l’apporto del talentuoso (ex chitarrista di Vasco) Mauro Palermo in Sto pensando a te, ballad incentrata su accordi aperti e testo sentimentale (“Son qui solo con me, son qui da giorni sì!!!!!! Son qui pensando a te dall’altro venerdì!!!!!!”).

Radio Varnadi è, in conclusione, un onesto lavoro, tanto anomalo quanto innovativo. Gli eccessi di questo disco difficilmente risulteranno accettabili a quei puristi restii ad accogliere rivoluzioni così radicali. Tenendo ben presente, tuttavia, che ciò che è dissacrante, affascina.

giovedì 27 agosto 2009

Before the fame

I Castiles seguono l’evolversi della scena pop di fine anni sessanta. Jimi Hendrix ha contribuito ad inventare e diffondere il rock psichedelico, così i Castiles riprendono le sue Purple Haze e Fire” (R.K.).

Il breve cenno tratto dal recente "Magic In The Night – le parole e la musica di Bruce Springsteen" di Rob Kirkpatick offre lo spunto per riflettere sul rapporto pressoché inesistente tra la musica del body builder del NJ e quella di Jimi Hendrix e, in più, ripropone un vecchio dubbio: perché il più grande chitarrista del pianeta non è mai stato un punto di riferimento per Bruce?
Sarebbe opportuna un'analisi approfondita ma nessuno s'è mai preso la briga di indagare (anch'io mi astengo).
Distanti per approccio, sensibilità, attitudine e capacità musicale, Springsteen ed Hendrix incarnano l’essenza rock in modo differente. Anche la diversità di estrazione socioculturale (indigenti e problematici, gli Hendrix sono costretti ad affidare, per un breve periodo, il piccolo James ad altra famiglia) porta i due a percepire la musica secondo una visione dissimile. Quasi contemporanei ma sicuramente mai convergenti, i percorsi dei due musicisti non si sono neanche sfiorati. C’è da chiedersi come Springsteen, più giovane di soli sette anni, abbia potuto eludere in fase di erudizione ogni riferimento alle micidiali innovazioni del mancino di Seattle, grande catalizzatore della scena rock dal ‘67 al ‘70.

Le radici della musica di Springsteen, evidentemente, attecchiscono ad un periodo precedente a quello di massima esposizione mediatica di Hendrix e originano da generi ben diversi da quelli che hanno solleticato estro e fantasia dell’afroamericano (escluso Bob Dylan prediletto da entrambi). Jimi è stato, al contrario di Bruce, compositore audace e lungimirante tanto da determinare una corrente musicale il cui impeto è ancora oggi rintracciabile in chitarristi alle prime armi e musicisti affermati. Escludendo i primordi, invece, Springsteen tralascia ogni innovazione, e non medita neanche a rivoluzionare il rock che molto spesso riprende sic et simpliciter in una formula già collaudata, ma distintiva per stile e personalità.

Ma cosa pensa Springsteen dell’opera di Jimi Hendrix? Del suo stile, del suo modo di tenere il palco? Ho sempre cercato una risposta, magari l’ho pure trovata nel mare di testi biografici acquistati negli ultimi 20 anni per poi dimenticarla. Non c’è replica a queste domande che ancora latitano, se non sbaglio, nelle purtroppo ossequiose e ormai molteplici interviste condotte al vigoroso sessantenne.

Al più fidato musicista e collaboratore di Springsteen sarebbe superfluo chiederlo perché, nel suo caso, sussistono tre buoni indizi che costituiscono una prova. Dieci anni fa il buon Van Zandt è riapparso sul mercato discografico con Born Again Savage, album dichiaratamente psichedelico sin dall’immagine di copertina. Nei crediti non viene citata la Jimi Hendrix Experience bensì i Cream, gli Who e Kinks, ispiratori primari di questo lavoro. Ma è al virtuoso della Stratocaster che molti elementi riportano. Suonato da un trio alla stessa stregua della Experience, l’album è strutturato secondo i dettami dell’hard rock late sixties: chitarra distorta in rilievo sotto continuo assedio di rullare di batteria e pulsare di basso.
Per quanto attiene un’ipotetica relazione tra Springsteen ed Hendrix, invece, la notizia che più di altre ha destato un minimo d’interesse tra i suoi fan ha a che fare con il gossip, visto che informa dell’acquisto (ad Atlanta durante le sessions per Magic) da parte del body builder del New Jersey, di un DVD contenente una performance live del genio meticcio. Un po’ poco per formulare la tesi di una presunta folgorazione sulla via di Damasco.

Ma come spesso accade è in maniera del tutto fortuita che ci s'imbatte in notizie interessanti. Perplesso ed annoiato, dunque, inizio a leggere le prime pagine dell'ennesimo libro su Springsteen (appunto “Magic In The Night”) imbattendomi nella suddetta citazione. Ma è il pugno di illuminanti parole che seguono a destare la mia attenzione. “Nel 2004, l’etichetta NPR ha dato alle stampe una registrazione dei ragazzi di Freehold impegnati in un concerto al Left Foot nel settembre del 1967. La pubblicazione indipendente ha consentito al pubblico di ascoltare Springsteen e la sua chitarra elettrica alle prese con il repertorio di Hendrix".

Bingo! Di nuovo sulle tracce di una risposta che cerco da tempo, indago su quelli che possono essere definiti reperti di storia musicale vista la rilevanza delle rare incisioni che includono ed il calibro degli artisti in questione. Riesco a trovare qualcosa (alcuni podcast che contengono spezzoni di Purple Haze e Fire maltrattate dai Castiles) sul sito della NPR, una stazione radio americana.

Gli adolescenti Castiles sono aspiranti musicisti che nel 1965 arruolano “il futuro del rock'n'roll” come chitarrista. I ragazzi cercano gloria emulando le band del momento e cimentandosi con brani originali. Nello stesso anno, il semisconosciuto Hendrix milita, insoddisfatto, nella band di un già dimenticato e dispotico Little Richard (invidioso del carisma del mancino), ha già suonato con Ike & Tina Turner ed ha improvvisato con Albert Collins. Ma nel 1967, quando ancora Springsteen suona nei Castiles, James Marshall “Jimi” Hendrix vive l’anno della consacrazione artistica: incide il debut album “Are You Experienced?” e partecipa al Festival di Monterey in California. In concerto per la prima volta negli States, il chitarrista rivela tutto il suo talento grazie ad uno strepitoso set terminato in maniera sbalorditiva. Il vortice psichedelico di un'esclusiva versione di Wild Thing (portata al successo dai Troggs e rifatta, guarda caso, anche dalla E Street Band quest’anno) lo porta ad incendiare – letteralmente – una Fender personalmente ornata a mano, simulacro da sacrificare in ossequio al suo pubblico.

La trionfale esibizione del trio angloamericano riscuote vasta eco, e il guitar hero per eccellenza sembra aver conquistato anche i giovani componenti del gruppo del NJ. Tre mesi dopo il festival, il 16 settembre ’67, presso il centro ricreativo Left Foot di Freehold, i Castiles suonano Fire e Purple Haze (e due settimane dopo, sempre nello stesso posto, Hey Joe).
L’intera registrazione del concerto dei Castiles è facilmente recuperabile in rete, anche se l'audio è pessimo in confronto a quello diffuso tramite il sito web della NPR.

Nonostante l'importanza della registrazione risalente a ben 42 anni fa, sarebbe lecito pensare ad una pura e semplice infatuazione da parte del quasi diciottenne Springsteen per il rock psichedelico di Hendrix. A voler cercare l'anello di congiunzione musicale tra i due, sarebbe opportuno cercare altrove. Un trait d'union potrebbe essere il medesimo sentimento pacifista che ha condotto sullo stesso terreno i due artisti.
Dopo tante parole, marce e sit-in è di Hendrix l’idea di mettere in musica il desiderio comune a tanti giovani americani contrari alla guerra. E’ storica la performance tenuta nel ’69 a Woodstock, in cui esegue uno stravolto inno nazionale tramutato in una successione di note sibilanti, acide ed intollerabili proprio come i grappoli di bombe sganciate dai B-52 sul Vietnam. Un palese rifiuto del conflitto asiatico non tanto dissimile da quello che ha portato Springsteen, durante il “Vote For Change Tour” del 2004, a proporre una dolente e cupa (al passo coi tempi) Star-Spangled Banner.
Il nesso tra i due potrebbe essere proprio questo. Artisticamente diversi ma accomunati dallo stesso pensiero: Bring ‘em home.
Sull'argomento sarebbe opportuna un’analisi approfondita, ma io mi astengo.

Sorprendentemente anche su badlands.it ;-)

su "The Killer Newsletter" n. 17/2009 ottenibile previa iscrizione al web site killerinthesun.com dello scrittore e giornalista Leonardo Colombati

o sul 5° numero della rivista antologica The Killer Magazine scaricabile gratuitamente qui

venerdì 21 agosto 2009

Unforgettable




"I think people ought to know that we're anti-fascist, we're anti-violence, we're anti-racist and we're pro-creative. We're against ignorance". (Joe Strummer, 21 Agosto 1952 – 22 Dicembre 2002)





venerdì 31 luglio 2009

In the spirit of Crazy Horse

John Trudell and The Bad Dog
Gravina in Puglia, 26 luglio 2009

Carismatico cantore della tradizione dei nativi americani e figura mitica dell’AIM, John Trudell si esibisce ai piedi della Basilica Cattedrale di Gravina in Puglia in uno spettacolo difficile e spigoloso. Sempre in bilico tra liriche oscure e poesie riconcilianti il 63enne poeta, cantante ed attore, propone il suo ostile songbook. Anche la musica dei suoi Bad Dog non cerca preziosismi e risulta scarna, essenziale ma ben combinata al suggestivo canto delle tribù indiane.
L’esibizione è ben lungi dal galvanizzare l’esiguo pubblico presente e la lingua, stasera, è il più temibile nemico di Trudell che solo in parte riesce a trasmettere il senso delle sue composizioni.

Appare sul palco senza troppi convenevoli dopo una breve presentazione. Statico nel suo abito grigio scuro sgualcito e monotono con il suo canto che non presenta variazioni. Nascosto dietro un paio di occhiali scuri, al centro della scena, attende l’attacco del canto tribale del fidato Milton Shame Quiltman per il sottofondo di “Crazy Horse”. E canta, o meglio recita, un mantra che richiama a “giorni selvaggi e giorni di gloria che vivono”. Non è un pezzo autobiografico ma potrebbe esserlo. John Trudell ha vissuto davvero giorni selvaggi e di gloria. Dopo aver rischiato il tutto per tutto solo per individuare uno scorcio di quell’equità appannaggio delle classi dominanti americane, oggi, il saggio artista sembra aver placato i mari tempestosi dell’odio che covano nel profondo.
Ci sono uomini che fanno la storia e uomini che la subiscono. Trudell è un esempio di uomo a metà del guado: troppo pacifico per essere considerato un temibile rivoluzionario, troppo rivoluzionario per essere considerato un patriota americano.
Cittadino statutinitense di origine sioux, John riveste per anni il ruolo di leader dell’AIM - American Indian Movement (costituito nel ‘68 per dare impulso all’emancipazione dei nativi americani) sfidando apertamente il fascismo strisciante dell’amministrazione Nixon e l’indolenza dell’interregno di Ford. Vince preziose battaglie per il riconoscimento dei diritti civili dei nativi ma, per questo, perde la sua famiglia. Anzi perde molto di più: vede la sua idea di uguaglianza, infrangersi sulle coste rocciose dell’odio più estremo e vendicativo.
A 23 anni Trudell, porta a termine un clamoroso successo guidando la popolazione indiana in una celebre invasione non-violenta. Nel 1969, infatti, gli attivisti dell’AIM si recano in California per occupare l’isola di Alcatraz, sede della famigerata prigione dismessa sei anni prima: sono venuti a conoscenza di una vecchia legge che concede agli indiani diritto di priorità sulle terre in esubero abbandonate dal governo federale. L’azione è condotta pacificamente (anche da donne, bambini ed anziani) con l’intento di trasformare l’isola in un centro culturale indiano. L’occupazione dura solo due anni ma richiama l’attenzione sull’irrisolto problema di segregazione razziale che vede, tra l’altro, i nativi costretti a campare in riserve assegnate dallo Stato. L’insediamento sull’isola rappresenta, inoltre, una pur minima ricompensa di tutta quella terra sottratta con la violenza agli indiani.
La riconosciuta capacità di condottiero porta Trudell ad essere nominato portavoce dell’AIM per i dieci anni successivi. Nel 1979 un corteo di dimostranti indiani sosta davanti all’edificio dell’FBI di Washington per protestare sull’assurda piega che sta prendendo la spregevole vicenda giudiziaria del “caso Peltier”. Anch’egli sioux, Leonard Peltier è stato accusato - ingiustamente - del duplice omicidio di due agenti dell’ufficio investigativo federale. Trudell mostra tutto il suo odio nei confronti del simbolo che rimanda a quegli ideali di giustizia e libertà che sembrano non poter appartenere alla sua gente dando fuoco alla bandiera a stelle e strisce in segno di protesta. Viene bloccato, picchiato ed arrestato dalla polizia. Ciò che avviene subito dopo è davvero ambiguo. Trudell è stato appena fermato dagli agenti quando, nel lontano Nevada, una tragica fatalità ancora tutta da accertare, provoca il rogo che distrugge l’abitazione di famiglia causando la morte di sua moglie, dei suoi tre figli e di sua suocera. Questa tragedia, però, non annienta l’identità di Trudell. Le fiamme “uccidono” l’attivista rivoluzionario ma danno vita al poeta non-violento (“scrittore” come lui stesso afferma “per rimanere connesso a questa realtà”) e cantore disallineato. Lo stesso musicista antagonista che sul palco allestito a Gravina, mostra gl’inevitabili segni di una vita fratturata. Piegato dal peso delle rappresaglie di un paese che gli ha dato i natali ma che lo rinnega, ricerca una ragione di vita nella riproposizione di quei canti addolorati che nascono da uno stato di profonda prostrazione che non concede tregua. Dolenti versi che, nel tempo, hanno trovato in Jackson Browne un produttore e in Bob Dylan un estimatore.

Nonostante l’accesso gratuito, però, di estimatori nella piazza pugliese ce ne sono davvero pochi. Ed è un peccato non vedere alcun tipo di entusiasmo per un’esibizione che avrebbe meritato maggior fortuna. Spesso introdotti da un breve parlato, i pezzi richiamano a sentimenti tanto forti quanto rari: il privilegio della ragione intesa come facoltà di pensare e di vincere l’impulsività, il rispetto per madre terra e l’abbandono della rabbia come via alla completa tolleranza. Si invoca insomma una dimensione umana non ancora raggiunta dopo millenni di evoluzione. Ma l’oratore si accorge di quella temibile barriera che è per noi italiani la lingua inglese, ostacolo per la buona riuscita del concerto. Per nulla convinto, allora, dice (in inglese, ovvio!) che il significato delle parole saprà farsi strada attraverso le emozioni, ma così non è. Altri intralci si aggiungono a parole “straniere” che non sempre colgono nel segno: i freddi campionamenti di batteria che risuonano dal palco (purtroppo la band non contempla il batterista) e i lamenti etnici del pittoresco Quiltman allontanano non poca gente. Alcuni vanno fisicamente via, altri restano lì indifferenti a brani chiaramente lontani dalla melodiche canzonette conosciute dai più.

Sulle due ballate (scaricabili gratuitamente dal sito ufficiale dell'artista) How Does Tomorrow Dream e Madness And, tratte dal doppio album “Madness and the Moremes” e su poco altro, la musica trova finalmente il giusto ritmo per rapire la piena attenzione della platea. How Does Tomorrow Dream fonda la melodia sulla tastiera di Eric Eckstein, e il suo essere su quel “they’re killing the children” stentoreo e doloroso pronunciato a più riprese da John. Madness And, invece, è un mid tempo condotto dalla telecaster rossa di Mark Schatzkamer che ricorda il piacevole sound dei Byrds.
Al resto ci pensano l’aura carismatica e la sobrietà dell’artista. Almeno per quei pochi rimasti sino al termine.

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Postilla.

I destini di Trudell e Peltier molto spesso si sono indirettamente intrecciati. Sul "caso Peltier" ci sarebbe da scrivere moltissimo ma non è questa la sede adatta. Mi sembra giusto, però, fornire alcuni indirizzi che rimandano ad una corretta trattazione dei fatti.

Nel corso di 33 anni alla vicenda giudiziaria di Peltier si sono interessati enti no-profit, importanti personalità, premi Nobel, artisti e gente comune (Amensty International, Rage Against The Machine, Little Steven, Robert Redford, Desmond Tutu, Rigoberta Menchu e migliaia di altri sostenitori famosi e non).
Attualmente è ancora possibile sostenere il Comitato in difesa di Leonard Peltier ( l’LPDC - Leonard Peltier Defense Commitee ) con donazioni volontarie. Le offerte servono a sostenere le costose spese mediche a cui Leonard è sottoposto e le spese necessarie alla sua tutela legale.
Il “caso Peltier” è stato trattato in libri, film e canzoni. Sul web il sito più completo su Peltier è Free Peltier Now

- Da leggere.
Sull’argomento è stato pubblicato in Italia il libro autobiografico “La mia danza del sole - Scritti dalla prigione” di Leonard Peltier (Fazi Editore, 2005).

- Da vedere.
E’ possibile individuare molte analogie tra la reale vita di John Trudell e il ruolo che proprio lui interpretata in “Cuore di tuono - Thunderheart” (di Michael Apted, 1992). Il lungometraggio, inoltre, offre punti di contatto con il “caso Peltier”.
Anche Robert Redford ha prodotto e prestato la voce per un film-documentario sui fatti di Pine Ridge che hanno portato alla reclusione di Peltier. Il film si chiama “Incident at Oglala - The Leonard Peltier Story” ed è disponibile solo in lingua originale.

- Da sentire.
Una vasta corrente del movimento rock si è mobilitata a più riprese per auspicare una revisione del processo che ha condannato a due ergastoli un presunto colpevole. Il primo a portare alla ribalta il caso di Peltier è stato Little Steven con “Leonard Peltier” (brano incluso nell’album Revolution, 1989). A seguire, manco a dirlo, i Rage Against The Machine con “Freedom” (tratta dall’omonimo album Rage Against The Machine, 1992).