venerdì 18 giugno 2010

Standing Army

Pubblicato da Fazi Editore esce in questi giorni Standing Army un film, con acclusa monografia, che affronta “un viaggio alla scoperta dell’universo delle basi militari americane”. Un’ora e quindici per documentare una tra le realtà più potenti e meno esplorate ai nostri giorni.

Dormireste sonni tranquilli su una polveriera?
Mandereste i bambini in una scuola posta a due passi da un arsenale?
E se la vostra casa fosse regolarmente investita dal boato di caccia-bombardieri?

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lunedì 17 maggio 2010

NEW AMERYKAH Part Two: Return Of The Ankh


Erykah Badu sforna un disco che profuma di autenticità. Black music istintiva, eclettica e scevra da ruffianerie da classifica. NEW AMERYKAH Part Two: Return Of The Ankh è fortemente radicato nella cultura afroamericana di oggi ma trascende generi e mode per approdare ad una conturbante fusione tra stili. A cominciare dalla copertina - un mix tra psichedelia, fantascienza e misticismo - l’album richiama atmosfere anni '70 dove trame di soul e rhythm and blues si aggrovigliano in una matassa di moderno funk.

Notevoli le citazioni presenti negli undici brani. Il sample recuperato per Umm Hmm viene preso da Take Some Time di Leon “Ndugu” Chancler (tra i migliori batteristi jazz in circolazione). Da Arrow Through Me, di Paul McCartney, proviene il riff di Rhodes piano incastrato tra le strofe di Gone Baby, Don't Be Long. Addirittura salvato dall’oblio lo strumentale Just As I Thought, dell'ex E Streeter David Sancious, capolavoro jazz che in Agitation trova nuova linfa. La musica nera di un recente passato, dunque, si combina a linguaggi attuali (blando hip hop ed elettronica che imbroccano il verso giusto) per lasciarsi forgiare dall'incantevole voce di Badu.

Il primo singolo estratto, Window Seat, strizza l’occhio alle chart - ma con gran classe - e regala cinque minuti di autentiche fluttuazioni emotive. Sessionist di lusso Amir “?uestlove” Thompson (batterista per The Roots) conferma il sodalizio artistico con Badu, impegnandosi a guidare un beat regolare e soffuso. Nel relativo videoclip, controverso e in parte censurato, il coraggio di mostrare la propria nudità è un invito a palesare essenzialità che “esorta a liberare se stessi da strati e strati di pelle o demoni che ostacolano la crescita, la libertà, l’evoluzione”. Un appello a non cadere nella spirale del pensiero collettivo. Il “group think”, termine tatuato addosso come una lettera scarlatta, è un concetto che frequentemente si insinua nell’opinione pubblica fino ad indurre a conseguenze estreme. Girato tra le strade di Dallas, con un enfatico stile anticato, il video si affida a tecniche di ripresa da “guerrilla” (tra ignari figuranti e senza l’allestimento del set). I rimandi al misterioso omicidio di John Kennedy, avvenuto proprio nel “Lone Star State” nel 1963, concorrono a completare un mix di elementi capaci di destare la curiosità di chi non ha mai avuto modo di conoscere, prima d'ora, l'artista texana.
Temperamento ed espressività convivono in un’artista dal piglio alla Angela Davis e dal talento alla Billie Holiday. Madre di tre figli avuti da altrettanti compagni, mai sposata, umanista e non femminista (come ha dichiarato al quotidiano britannico “Guardian”), Erica Abi Wright, 39 anni, è soprattutto una musicista immersa nel mondo delle sette note. E’ lei stessa a stilare una classifica di valori che la vede completamente catturata da “musica, fidanzato e dai miei bambini” (da Window Seat). Traghettatrice di un'epoca che pareva persa, dopo i fasti delle grandi interpreti di Stax e Motown Records, è lei a rinnovare un sound troppo spesso naufragato nel ciarpame della musica nera dal download tanto compulsivo quanto trascurabile. Out My Mind, Just In Time, divisa in tre tempi, è la summa dell’intero lavoro. L'introduzione, per sola voce e pianoforte, rimanda a un’atmosfera da piano-bar tutta whisky, sigarette e pene d'amor perduto. A sussurrare nel microfono, una donna affranta rievoca nostalgica la totale dedizione per qualcuno (o qualcosa). Una condiscendenza che nella seconda parte del brano, con l'arrangiamento carico di rintocchi indiziari, si rivela in tutta la sua asimmetricità. Jazzy e liberatoria, la terza parte lascia presumere in un riscatto. Posto per ultimo, come a voler passare inosservato ai più distratti, e a risultare premio esaltante ai più attenti, l’intero componimento svetta per sincerità e potenza evocativa. Badu si immerge in un soffice canto, morso dal tormento, per interpretare tutta la sua prostrazione: dieci minuti in cui un sound braccato dal passato ripara nel presente. Sembrerebbe, a tutti gli effetti, amore cieco per qualcuno (“ho mentito, ho pianto e odiato per te … sono pazza di te”) ma potrebbe anche apparire disincanto per qualcosa. Il testo è stato ispirato dal poema “What I Will” di Suheir Hammad, palestinese naturalizzata statunitense, nota per i suoi racconti sul Medio Oriente. Badu canta di “resurrezione 6 metri sopra le ceneri” e di “poter volare” mentre saluta con un “benvenuto nuovo mondo” che lascia inevaso un quesito: confessa salvezza individuale o affrancazione di un Paese prigioniero del ricatto? Del resto l’Amerykah citata nel titolo lascia pensare ad un ibrido tra l’America fisica, quella reale funestata da inganni imposti per legge, ed un Paese astratto, idealizzato, reso personale dal confluire del proprio nome in quello della nazione (AmErykah).
Questa Amerykah apre le scrigno delle passioni ed invita a condividere frammenti di esistenza. L’intera narrazione ruota attorno a dinamiche sentimentali che in 20 Feet Tall, Turn Me Away (Get MuNNY), Love e Gone Baby, Don't Be Long, svelano le abilità della performer nel calibrare toni melliflui, monotoni o languidi in sintonia con il mood dei pezzi. You Loving Me (session) è una bozza incompiuta, una scheggia impazzita rimbalzata nel mezzo della set list e lì rimasta. Fall In Love (your funeral) è un'impennata soul su base sincopata che pulsa direttamente da un un ghetto blaster tra i vicoli. Narcotica ed eterea Incense, con Kirsten Agnesta all'arpa, sviluppa sonorità inaspettate e rappresenta il capitolo meno interessante dell'intera opera.
NEW AMERYKAH Part Two: Return Of The Ankh è un calice colmo di tradizione e innovazione capace di dissetare sia chi è cresciuto consumando i vinili di Temptation e Stevie Wonder, sia chi ha apprezzato la cosiddetta corrente “nu soul” di cui proprio Erykah, con il debut album Baduizm (1997), è stata antesignana.
In cerca della “chiave della vita”, l’ankh effigiato in copertina e menzionato nella seconda parte del lungo titolo, Erykah si tiene ben stretta quella prestigiosa della libertà artistica.
I seguaci del “Baduismo” hanno la possibilità di celebrare questa release come una nuova epifania. Per il rito collettivo, invece, bisognerà recarsi all’Auditorium Parco della Musica il 20 luglio, per l’unica tappa del tour italiano.
_______________________________ Un estratto di questo post è stato pubblicato su pool 2.0


domenica 2 maggio 2010

The Black Keys - Brothers

La scritta bianca su fondo nero recita “questo è un album dei Black Keys. Il nome di questo album è Brothers”. Semplice, ironico ed efficace. Brothers è il sesto album del duo blues-rock The Black Keys.

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domenica 18 aprile 2010

Tucker Crowe and The Politics of Joy (II)

Segue (da qui)

La credibilità di ragazzo scostante vacilla quando il teppistello del Montana infila in scaletta un’altra dedica: si tratta di una rara versione di Her Piano (da Infidelity and Other Domestic Investigation del 1979) concepita in memoria di sua madre Cynthia, insegnante di musica. Scotty Phillips dona colore ad una ballata incentrata sulle morbide armonie proposte dall’arcinoto Steinway malandato proprio mentre Tucker canta malinconico “del pianoforte di Cindy che ormai manda solo freddo silenzio”. Fischi isolati di disapprovazione e frasi di scherno (“Hey, è un funerale o un concerto?”) si levano dalla platea e un fulmine attraversa lo sguardo di Crowe. Lo stesso fulmine che animava feroci occhiate e si palesava tramite epiteti (“dattilografi del cazzo!”) lanciati, dal palco, all’indirizzo dei giornalisti dieci anni fa. “Bruce + Bob + Leonard = Tucker”: era questo famigerato slogan, finto come una moneta di stagno, a mandarlo su tutte le furie. Lo aveva adoperato l’etichetta discografica per pompare le vendite, ma il giochetto era quasi valso la carriera a "the new big thing". Le sacrosante critiche di Greil Marcus, poi, facevano il resto (“Determinazione + bislaccheria – John Denver = un po’ pochino). Tutta acqua passata. Ma la voglia di essere re, almeno per un giorno, è ancora intatta.
L’acustica vola sulle teste di mezza band prima di atterrare tra le premurose braccia di Burt Kenny (il fidato roadie di Tucker). Una bellissima ouverture di Hammond fa da trampolino di lancio per un invito alquanto esplicito (“suonate forte, cazzo!”) che sa di già sentito ma che non perde in efficacia. Crowe percuote la sua Gibson fino a spaccare una corda, la voce torna roca e l’attacco di The Twentieht Call of the Day è da incontro di lotta libera. Un improbabile corpo a corpo con i fantasmi di un recente passato che stenta a dileguarsi. Il pezzo è cattivo quanto basta e rinfocola l’oltraggioso pogo nel pit. La security è in allerta ma a giungere a brandelli, nel sottopalco, è solo il giubbotto lanciato da Crowe ad inizio concerto. I Politics si allineano sul bordo dello stage come a voler succhiare tutta l’energia dell’audience per poi restituirla amplificata. Tucker sembra surfare mentre resta in bilico sul monitor centrale. Inizia ad inveire contro alcune ragazze che, amorevoli, gli lanciano gridolini isterici e un campionario davvero assortito di ultimi modelli di lingerie. Una, addirittura, gli getta una rosa rossa rimasta integra fino a questo punto del concitato live act: Tucker, con un'espressione presa in prestito dal miglior Jack Nicholson, sorride, la raccoglie, l’annusa e la scaraventa sulle assi del palco mentre, continuando a cantare con più veemenza, la calpesta ripetutamente. Sembrerebbe una scena comica ma non lo è. Mi domando se Crow stia cercando di impressionare l’attore e regista Gene Wilder presente in tribuna d’onore. (Secondo i bene informati il nostro concittadino sarebbe tornato in città dopo aver ultimato le riprese del suo prossimo film. Ma cosa possa indurre Wilder ad assistere ad uno show di Crowe resta un mistero).
L’eccesso d’ira, da e per lo stage, ha raggiunto il limite. La battaglia si consuma a colpi di energia. La band non si risparmia e tra un goccio e l’altro di birra produce ritmi granitici. Proprio mentre tracanna una bionda, Crowe saluta una rappresentanza di dipendenti della Jacob Leinenkugel Brewing Company di Chipewa Falls, 5 ore di macchina e 275 miglia di asfalto a nord ovest di Milwaukee. Sono cinque e sono entrati gratis con pass che consentiranno l’accesso anche al backstage. La loro fabbrica di birra pare navigare in brutte acque (la concorrenza della Miller si fa sempre più spietata) e 90 dipendenti rischiano il posto. Per loro suona una struggente Can Anybody Hear Me? tratta dall’ EP, del '78, dall'amonimo titolo. E questa è di per sé una notizia, perché Tucker non ha mai fatto dell’impegno civile una bandiera. I ragazzi della “Leinies”, intanto, incassano solidarietà e pubblicizzano il caso.
I Politics of Joy, come è noto, non concendono bis semplicemente perché odiano spezzare con una pausa il concerto. Quello che è un lungo scambio, di disprezzo o di amore non importa, con il pubblico non può essere inframmezzato da quella orrida pantomima della finta conclusione dello spettacolo.
E allora via verso la conclusione che pare assegnare a You and Your Perfect Life il posto d’onore. Mentre il beat è già in essere, Crowe mima un calcio volante indirizzato alla platea, cade in terra in una posa alla Bruce Lee, si gira e corre a schiantarsi - volontariamente - contro la batteria. Si rialza, accorda al volo la chitarra e ci da dentro con una versione insospettabile, carica di passione e rimpianto. La testata rimediata alla grancassa avrebbe fermato un comune mortale ma Crowe pare trarre stimoli positivi dal dolore. Come se nulla fosse, si piega sul manico della chitarra, stira le note e urla nel microfono l’ultimo atto del suo Juliet. Il pubblico è riconquistato e le ragazze delle prime file ricominciano a singhiozzare inebetite. L’esecuzione dal vivo di You and Your Perfect Life doppia la durata della versione in studio. Sembra una piccola suite rock. Il rimpianto di And You Are? è diventato odio e la stupidità di The Twentieht Call of the Day si è tramutata in follia: “me ne stavo lì a lanciare sassi contro la finestra/ finché alla porta arrivò lui/ ma allora lei dov’era, signora Balfour?”. Comincia l’appassionato a sólo che porta dritto alla tag. In una sequenza di velocissime note l’intreccio con Layla di Eric Clapton (o di Derek and the Dominos, se si preferisce) è sublime. Dopo un’ora e un quarto la musica del selvaggio Tucker Crow ha messo in ginocchio l’Arena. In visibilio, la platea tributa il caldo saluto del Wisconsin a questo spirito inquieto. Il peso del mondo, che pare gravare tutto sul burbero musicista, può essere alleggerito dal rock’n’roll. Il live di questa sera dimostra che Tucker ha esorcizzato, grazie alla musica, molti dei suoi demoni anche se non ha ancora dimenticato Juliet. Ma questa è … tutta un’altra musica.

venerdì 16 aprile 2010

Tucker Crowe and The Politics of Joy (I)

Ho trovato la cronaca di un interessantissimo articolo di ben 24 anni fa.
Che tipo questo Crowe!
Spero che la traduzione dall’inglese sia chiara.
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Milwaukee, 16 aprile 1986

di Paul W. Silverbull
per The Milwaukee Inquirer
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Dopo aver ospitato i Dire Straits, lo scorso agosto, e i Metallica, pochi giorni fa, Milwaukee ha assistito ad un altro concerto ad alto tasso emozionale. L’eccentrico Tucker Crowe sfida se stesso e il mondo con il suo show fatto di eccessi. Selvaggio, atipico e a tratti strepitoso, il musicista del Montana dimostra di aver raggiunto la maturità artistica. Purtroppo, solo quella.
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Battaglia doveva essere e battaglia è stata. Dopo un’ora di ritardo Tucker Crowe sale sul palco, con faccia estasiata e sorriso sornione, per annunciare al pubblico: “La Signora Furmick proprio non voleva saperne di staccarsi da me!”.
L’infelice, ma non insolito, esordio del cantautore riesce ad indispettire anche i pochi presenti disposti a perdonare questo ennesimo capriccio. La stragrande maggioranza dei 9.500 paganti gli riserva una bordata di fischi che riempie l’Arena di Milwaukee, luogo destinato ad accogliere la decima e unica tappa nel Wisconsin del “Juliet Tour”.
A Tucker non dev’essere andato a genio il poco lodevole articolo del Milwaukee Newspaper, firmato da Don Furmick, in cui ci si chiedeva: “perché questa città deve accontentarsi di un alcolista che gioca a fare il musicista dopo aver avuto Dire Straits e Metallica?”. Vero è che Crowe non ha il talento di Mark Knofler e il seguito dei Metallica; vero è che il quasi trentatrenne di Bozeman è dedito – per sua stessa ammissione – all’alcool; ma altrettanto vero è che Juliet, il suo sesto disco uscito il 2 aprile scorso, è intriso di una passione e una spiazzante sincerità capaci di lasciare il segno anche nel Furmick più inacidito.
Ma non tutti i mali vengono per nuocere. La risposta di Tucker, allo spazientito pubblico, è benzina sul fuoco e, nel rock’n’roll, la rabbia è un dono. Tucker sveste il giubbotto di pelle, lo lancia in pasto al suo pubblico e impugna la Les Paul per produrre un interminabile effetto feedback spacca timpani. Poi allarga le braccia al cielo come a trattenere un’energia incontenibile. E’ il segnale. Billy Backer inizia a colpire, con lucida follia omicida, le pelli della sua batteria. I Politics of Joy, senza il dimissionario Sneaky Pete Kleinow alla pedal steel, si lanciano all’inseguimento di una selvaggia And You Are?. Molto più ritmico, questo nuovo arrangiamento, corre a perdifiato lungo una spirale di disperazione; la musica ricorda la violenza degli MC5, il testo sembra uscito dalla penna di un acerbo Lou Reed: “Mi avevano detto che parlare con te/ era masticare filo spinato con un’ulcera in bocca/ ma mai mi avevi ferito così”. Ma non è solo nell’anima che Tucker porta scolpito il suo dolore. Nell’arco di quei pochi mesi che dividono questa tournee dalla precedente, sembra essere invecchiato oltremodo, e poco o nulla fa per nasconderlo. Veste canotta e jeans neri attillati e si muove su scarpe che sembrano mezzi cingolati. I lineamenti del viso, eccessivamente pallido, hanno perso anzitempo elasticità e una pancetta antiestetica inizia a trovarsi a suo agio solo nascosta dalla chitarra. Alla fine del pezzo i veri fans, alcuni accorsi da tutto lo Stato, hanno rimpiazzato una buona dose di nervosismo, accumulato durante l’attesa, con una vagonata di adrenalina. Un cartello quasi illeggibile riemerge, dalla calca, nei pochi momenti di quiete e recita “Renegades of Reedsburg”. Su uno striscione seminascosto sulle tribune, invece, campeggia l’ermetica scritta “Madison for T(r)ucker(s). Yeah!”.
Crowe è visibilmente adirato. Sulla sua faccia si legge il tipico “ve la farò pagare” alla Clint Eastwood. Snocciola i nuovi pezzi senza tregua e con il chiaro intento di trasporre, dal vivo, il senso dei brani inclusi nel disco: per questo li ripropone in sequenza. Adultery, taglia, We’re in Trouble, morde e In Too Deep punge. Il pubblico è per gran parte domato.
Juliet è un album complesso. Il tormento che affiora dai solchi non lascia dubbi circa le intricate dinamiche che lo rendono un album maledetto. Nel volgere dei suoi dieci capitoli, musica e parole si cercano proprio come i due protagonisti alla base della storia, senza mai trovarsi. Quando la musica è dura, il testo è indulgente; quando gli arrangiamenti risultano scarni, le liriche sputano veleno. Si svelano, intrise di rabbia e tristezza, le pene d’amor perduto, e tutte le piccole e grandi tragedie che il breve ma intenso legame con la modella Julie Beatty ha lasciato in dote al povero Tucker. Il concerto prosegue con un mid tempo che consente a band e pubblico di prendere fiato. Cheez Doodle, al basso, reinterpreta, molle come lo è sul disco, il giro introduttivo della splendida The Better Man e Crowe ringhia nel microfono liriche disincantate: “La fortuna è una malattia, non la voglio vicino”. Ma anche i duri hanno un cuore. Inizia la fase introspettiva del concerto. Il cantante mette da parte, momentaneamente, i drammi sentimentali di Juliet ed imbraccia la sua Martin acustica per rileggere il suo passato artistico. Dal primo e omonimo album riesuma una Perc And Tickets (Perc, abbreviazione di percloroetilene) che, quasi commosso, dedica, ora come nove anni fa, allo scomparso padre Jerome: “Lui aveva questa stramba abitudine di fare le cose senza avvisare. Un giorno ha preso i miei jeans e li ha portati nella dannata lavanderia, di cui era proprietario, senza dirmi niente. Ha lavato i pantaloni e due biglietti che erano nelle tasche e, non so, questo percloroetilene … insomma sì li ha scoloriti, come bruciati. Erano ingressi per un concerto di Dylan! Ah, ah! Già. E così se n’è uscito dicendomi che aveva bruciato i miei biglietti per il paradiso. Questa è per te, Jerome, vecchio testone!”. Appena conclusa l’introduzione parlata, un tizio gli urla “sei un fottuto genio, T.C. (= Ti Sì)!”, e lui di rimando: “Oh, grazie per il fottuto! Ma chi cazzo ti ha fatto entrare?”.
Senza infamia e senza lode la rilettura, molto simile all’originale, di Venus dei Television.

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sabato 3 aprile 2010

The National - High Violet

High Violet dei National è un album in balia di onde dai calibri diversi: quelle che lievi spingono verso la riva e quelle violente che trascinano verso il largo. Tra componimenti delicati e struggenti, e graffi elettrici, la band americana regala al suo pubblico questo nuovo lavoro.

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