venerdì 20 novembre 2009

Arrivederci E Street Band!

Attraverso il suo web site il musicista ha ufficializzato l’intenzione di congedarsi dal pubblico riproponendo per intero il suo album di debutto: Greetings from Asbury Park N.J.
Luogo e data dell’evento è Buffalo, il prossimo 22 novembre.

La proposta è inedita limitatamente alla scelta dell’album ma non è inconsueta per svolgimento. Si aggiunge, infatti, a quanto già messo in atto da Springsteen e dalla leggendaria E Street Band negli ultimi 2 mesi: da settembre scorso sono stai eseguiti interamente The Wild, The Innocent And The E Street Shuffle, Born To Run, Darkness On The Edge Of Town, The River e Born In The U.S.A.
Pubblicato nel gennaio del 1973, Greetings from Asbury Park N.J. include 9 tracce che, per l’occasione, verranno eseguite nella stessa sequenza della tracklist originaria. I fortunati fans che accederanno all’HSBC Arena, dunque, potranno ascoltare il susseguirsi di tutte le vicende di Scott, Mary, Jimmy The Saint, Crazy Janey, Wild Billy, Hazy Davy e Killer Joe, maldestri personaggi abituati a scantonare tra vicoli illuminati da intermittenti insegne al neon di un'America ormai estinta.

Dall’iniziale apnea delle rime baciate di Blinded by The Light allo sfrontato sfogo finale di chi può “parlare sboccato” (It’s Hard To Be A Saint In The City) sono passati ormai 36 anni, ma la sincerità di certi proclama (Growin’Up) e l’efferatezza di certi eventi (Lost In The Flood) mantiene oltremodo intatto il fascino di short stories musicate con un rock d’altri tempi.

domenica 25 ottobre 2009

This world is bullshit

Tidal è l’album di una debuttante giovanissima e promettente. Fiona Apple spinge delicatamente i tasti del pianoforte per ricreare soffuse atmosfere e sofferte ballate pianistiche, colonne sonore di racconti intimi e disperati. Da apprezzare in silenzio e da assaporare con parsimonia, il disco piace anche a chi non è avvezzo al genere proposto dalla cantautrice (ecco perché se ne trova traccia anche qui).
Accolto bene da pubblico e critica, complice anche l’eccessiva esposizione mediatica, il disco genera sei singoli di successo e vince premi importanti che spingono la diciottenne nel vorticoso business discografico. Il trionfo, però, mina le velleità artistiche della cantautrice costretta a misurarsi con un’industria schiacciasassi. A complicare tutto, un discorso estemporaneo molto particolare.


E’ il 1996 quando la Columbia pubblica il disco.
La copertina mostra un viso, giovane, dagli occhi azzurri e dalla pelle diafana; l’ascolto svela un canto, deciso, che manifesta una maturità imprevista.
Fiona Apple ammalia, e a tratti uccide, con un binomio voce-pianoforte che in Tidal suona come un piacevole tormento alt-jazz: sofisticate atmosfere e delicate melodie, si sporcano nella melma di ricordi opprimenti che affiorano, implacabili, nei testi vergati dalla newyorkese.
Un debut album che delinea un percorso autobiografico fluito da una crepa nel guscio dei sentimenti: dieci brani in cui fluttuano testi intensi ed istintivi, tra musiche dalla portata voluminosa e vocalità sussurrate e in crescendo.

Il piano conduce, e la voce asseconda, un amalgama tra musica di derivazione classica e pop di pregevole fattura. Come ha detto Andrew Slater, abile produttore di Tidal, “Fiona è affascinata dall’hip hop ma non nasconde l’amore per la musica classica e per i cantanti della vecchia scuola come Ella Fitzgerald”. Vero. Cadenzato in Sleep To Dream, disilluso in Shadowboxer, ammiccante in Criminal, esotico in The First Taste, confidenziale in Slow Like Honey, il suo modo di cantare si confonde, seducente e autorevole, tra moderno e tradizionale.
Come in Never Is A Promise, sorta di suite sperimentale, dove la Apple stende la sua preziosa voce su un arrangiamento che prevede solo archi e pianoforte (solo piano qui).
Ma è in Sullen Girl che il dualismo tra classico e moderno si esalta e manifesta l’essenza dell’intero lavoro. Il testo introspettivo piange lacrime asciugate dall’arioso accompagnamento strumentale ben piantato nel solco della tradizione americana, con misurata incursione di pedal steel e discreto drumming. Brano intenso plasmato da un lamento scivoloso che più volte srotola la stessa malinconica nenia (It’s calm under the waves in the blue of my oblivion/ C’è quiete sotto le onde nel blu del mio oblio).

Tidal mette in luce l’audace personalità della giovane compositrice e la valida regia del produttore, senza tralasciare la parte narrativa. La disinvoltura impiegata per rivelare pensieri reconditi porta a vicende patite in prima persona e trascritte dal diario di un’adolescente truffata dalla vita. Liriche che cristallizzano, con intento esorcizzante, lo scorrere inesorabile e molesto di pensieri tristi e ricordi dolenti che sgorgano dal profondo: ecco come la canzone assume quel ruolo taumaturgico che solo la divulgazione di un segreto, a volte, può concedere. Ma il ricorso all’arte, intrapreso per neutralizzare un passato popolato da fantasmi, si tramuta da sogno a incubo. Fiona diventa un personaggio dal forte appeal, un fenomeno di massa di facile consumo, manipolabile, e che finisce nel perverso ed inevitabile ingranaggio affaristico della macchina musicale. Quando l’ambiente discografico comincia a puzzare di eccessivo compromesso, però, la ragazza sbotta alla cerimonia degli “MTV Video Music Awards” del 1997. In nomination per Sleep To Dream nella categoria “Best New Artist in a Video”, vince e accoglie il premio pronunciando un riottoso discorso.

Ragazzi ... oh, ragazzi! Non ho preparato un discorso, e me ne dispiace, ma sono contenta di non averlo fatto, perché ne farò uno che nessun altro fa. Per tutti quelli che dovrei ringraziare, mi dispiace, ma devo usare questo tempo. Vedete, Maya Angelou ha detto che noi, in quanto esseri umani, al massimo possiamo solo creare opportunità. E voglio usare questa opportunità alla mia maniera. Voglio dire a quelli che desiderano questo mondo, che (questo mondo) è una merda. E che non dovreste prenderlo come modello di vita! E’ tutta merda: quello che noi crediamo sia fico, la maniera in cui ci vestiamo, che diciamo, tutto. Trovate la vostra strada! Trovate la vostra strada!
E voglio dire a poche persone alcune cose. Voglio dire: mamma ti voglio bene, e sono così contenta che stiamo diventando amiche. Amber, ti voglio bene, sei mia sorella e la mia migliore amica.
Andy Slater, nessun altro avrebbe prodotto questo album come te, davvero, nessuno. E' stupido che io stia in questo mondo, ma voi siete così carini con me. Perciò grazie mille.
Ciao.

Un ingenuo monologo che ha il merito di rendere autentica la genesi di Tidal ma che non piace alla cerchia del music business – cui lei stessa appartiene – e che contribuisce a rendere arduo un percorso artistico ancora oggi travagliato.

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Traduzione del discorso di Fiona Apple a cura dell’intrepido Giapo. Grazie Brother!
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venerdì 16 ottobre 2009

Bruce “The Boss” Springsteen: WANTED!

When Will I Be Loved è stato recentemente riproposto da John Fogerty.
Nella rilettura dell’ex Creedence, il brano originariamente pubblicato nel 1960 dagli Everly Bros. (gli stessi autori di Bye Bye Love e Wake Up Little Suzie), ha mantenuto la sua innata intonazione soul e ha liberato tutta la sua inflessione country.
Nella cover sono presenti tutti gli elementi stilistici tipici del genere, ma è la scenografia del video a porre l’accento sullo stile “vecchio e selvaggio west”, sia per l’ambientazione da saloon sia per i rimandi alla corsa all’oro.
Non è un pezzo trascendentale ed è noto, principalmente, per la partecipazione vocale di Bruce Springsteen che in video, però, non appare. O forse sì?
Beh, a guardare bene, a metà del minimetraggio è possibile intravedere l’arcinota locandina, con foto segnaletica del ricercato di turno, sotto l’usuale scritta “wanted”. Pare di scorgere il tipo già apparso sulla copertina di Magic ma con un cappellaccio da cowboy aggiunto con un ignobile fotomontaggio che lascia - davvero - di sasso. A peggiorare le cose la didascalia ripropone un The Boss che qui, a ogni buon conto, pare davvero azzeccato.

Ma lasciamo stare, sono giovanotti (!!) e consoliamoci con l’ambaradan di violino, steel guitar, mandolino e batteria con cui armeggia la splendida Blue Ridge Rangers, backing band di Fogerty.
Per vedere alcuni gorgheggi di Springsteen in carne ed ossa sarà opportuno, invece, acquistare la versione deluxe del CD (con DVD annesso) oppure … aspettare che qualcuno carichi le immagini delle sessions su youtube.

Questo, intanto, è "When Will I Be Loved" video premiere messo on line il 14 ottobre da AOL MUSIC.

When Will I Be Loved Music Video

Aggiornamento: ecco il Making Of The Blue Ridge Rangers Rides Again (gorgheggi di Springsteen inclusi!).

clic qui

mercoledì 7 ottobre 2009

A man we'll soon forget

Comporre una canzone per sola voce ed ukulele?
Per Ed Vedder si può fare. Per Chris Cornell proprio no. L’ottimismo nutre la creatività del primo che, con la sola chitarra hawaiana e le corde vocali, prova e riprova a mettere insieme una composizione. Vedder si aggiudica la scommessa e Soon Forget viene inserita nella tracklist di Binaural (2000).
La pungente ballata è critica nei confronti di un certo stile di vita: sotterfugio, prosperità e isolamento tracciano la personalità di un personaggio dalla dubbia moralità. Ma la ricchezza e la potenza dell’uomo vengono derise: stare in alto è bello, sovrastare apporta vantaggio, ma cadere da certe altezze provoca forti dolori e indelebili ammaccature.
Nel testo si cita la parabola, triste a dire il vero, di un uomo in vetta, di un cinico omuncolo in qualche modo “arrivato”, del notabile che ha ciò che serve per vivere sopra tutto e tutti pensando solo ai fattacci propri. Ma l’imprevisto capita anche al più prepotente dei tiranni.
Anche all’uomo potente e ricco, all’uomo scaltro, all’uomo ammanicato, infatti, può succedere di ritrovarsi nel bel mezzo di una giornata da dimenticare.

Hey, questa è per te!

Soon Forget

Sorry is the fool who trades his soul for a corvette
Thinks he'll get the girl, he'll only get the mechanic
What's missing? He's living a day he'll soon forget
That's one more time around,... the sun is going down
The moon is out, but he's drunk and shouting,
Putting people down...he's pissing,.. he's living...
A day he'll soon forget
Counts his money every morning
The only thing that keeps him horny
Locked in a giant house, that's alarming
The townsfolk,... they all laugh

Sorry is the fool who trades his love for high-rise rent
Seems the more you make, equals the loneliness you get
and it's fitting,... he's barely living,... a day he'll soon forget
That's one more time around,... there is not a sound
He's lying dead clutching Benjamins,... never put the money down
He's stiffening,... we're all whistling...
A man we'll soon forget

martedì 29 settembre 2009

Tastiere Rock

One-two-three-four! Batteria, chitarra, voce cavernosa e basso stipati in un 4/4 da tre minuti. What else?
Al rock non serve altro. O forse sì?
Beh, un pianoforte!
Superfluo optional per i detrattori o arnese fondamentale per gli estimatori, lo strumento ha vissuto una storia controversa sin dagli albori del rock’n’roll.
Rinnegato o amato, il suo ruolo è stato determinante nella realizzazione di brani (tosti e non melodici) passati alla storia.

Duttilità dello strumento e mani capaci hanno permesso la risoluzione di tragiche situazioni di stallo in sala d’incisione, o la creazione di trame fittissime improponibili a semplici “impiegati” della chitarra.
The Band, The E Street Band e The Wallflowers, solo per citarne alcune, sono rock band riuscite a creare una perfetta alchimia di suoni, un ineccepibile equilibrio tra smisurato egoismo di chitarre e dispotico incedere di console.
Per queste band, il pastoso suono del piano, il pervasivo fluire dell'organo (generalmente il mitico Hammond), la glaciale marcia del synth, o i tre elementi insieme, sono una costante imprescindibile. E’ morbida malta che, discreta ma efficace, colma fessure cementando lastre di granito altrimenti instabili. Garth Hudson (mi genufletto mentre scrivo il suo nome), Roy Bittan (sono sempre in ginocchio e ho sparso chiodi sul pavimento) e Rami Jaffee sono, per i rispettivi compagni, il rifugio in vetta alla montagna quando impazza la tempesta. La loro arte, di rado sotto i riflettori, è quasi sempre al servizio della band.

Ma è solo una parte della storia. Altre vicende narrano di gruppi che individuano l’epicentro del sound nelle magie elargite dagli 88 tasti. La tendenza a lasciar spaziare aride armonie o telegrafici suoni artificiali porta a soppiantare corde e tamburi con pianole e sintetizzatori sempre più evoluti. La diaspora porta alla nascita di una cultura musicale che rifiuta il ruolo complementare assegnato alle tastiere nel mainstream rock. Diverse correnti di pensiero si fronteggiano e gettano nuove basi da cui ripartire. Dal confronto emergono i pionieri Kraftwerk e, dopo il loro esordio, è un continuo prosperare di band che creano mille sottogeneri - krautrock, new wave, synth rock, industrial, ecc. - collocabili nell’ambito della musica elettronica.
Il presupposto è più o meno questo: se le corde vocali accompagnate dai tre strumenti basilari del rock possono dare vita ad una band, una sola tastiera può sostituire la Berliner Philharmonisches Orchester. Argomento spinoso questo, che potrebbe esaurirsi (forse) solo in un trattato ad hoc.

Ma quali potrebbero essere i componimenti, incontestabilmente rock, nati dal ripetuto battere di quei tasti ebano e avorio? Quali i pezzi in cui l’organo lagna una frase indimenticabile? Quali i brani guidati da un rigido suono sintetizzato che, di diritto, rientrano in una playlist rock? Tanti. Troppi.
Ecco, allora, tre graduatorie alla maniera di Rob Fleming (il personaggio ideato da Nick Hornby per “High Fidelity”) che classificano alcuni esempi di tastiere rock.
Le top five, coprono l'arco temporale che va dalla metà dei ’50 fino a oggi. Dalle infuocate progressioni di Jerry Lee Lewis, uno che malmenava il suo Baldwin con mani, piedi e chiappe, ai sintetizzatori Roland dei Chemical Brothers.


1. La top five dei brani rock con un pianoforte in fiamme:

- Jerry Lee Lewis: Great Balls Of Fire [1957]
Unico e irripetibile, il sound di Lewis fonde honk tonk e boogie–woogie in una miscela altamente infiammabile, proprio come la versione del pezzo composto da Otis Blackwell. Quella del “killer” è una cavalcata pianistica trasgressiva e insolente, insomma, rock’n’roll.

- The Band: Rag Mama Rag [1969]
Un classico del repertorio del gruppo. Garth Hudson è il cuore della band che pulsa pompando sangue nelle vene. In Rag Mama Rag è facile, ad un certo punto, individuare un cambio: la pioggia di note che blandamente si è poggiata sulla struttura del pezzo, inizia a rovesciarsi torrenziale finché non ne impregna il mood. Straordinaria la versione su disco, superlativa quella inclusa in “The Last Waltz”.

- Bruce Springsteen: Jungleland [1975]
Una rimaneggiata E Street Band, più grintosa di quella del debutto, regala al mondo una pietra miliare del rock. L’ingresso del valente “professor” Roy Bittan spinge Bruce a plasmare il suo terzo disco, Born To Run, su partiture di pianoforte. In questo lavoro le liriche concedono la vista agli occhi dell’ascoltatore, mentre il piano di Bittan ha il pregio di trasmettere gli umori narrati.
Jungleland svetta sulle altre sette mirabili registrazioni per solenne autorevolezza.

- Warren Zevon: Werewolves Of London [1978]
Si potrebbero spendere migliaia di parole sul conto di Zevon e delle sue canzoni. Istrionico e talentuoso, il cantautore affida il suo particolare humor a Werewolves Of London, il suo singolo più conosciuto, il più fresco, un brano senza tempo. Ne è prova la truffa perpetrata da quel tamarro di Kid Rock che ne ha fuso un segmento a Sweet Home Alabama (dei Lynyrd Skynyrd) per farne un hit a trent’anni esatti dalla pubblicazione. Il pezzo del compianto Warren resta, però, irripetibile.

- Patti Smith Group: Frederick [1979]
Il brano che insieme a “Dancing Barefoot” salva Wave, quarto album del Patti Smith Group, dall’anonimato. Il pianoforte di Richard Sohl offre a Patti un vellutato tappeto sonoro ove poggiare il tenue canto. Quando il ritmo prende il sopravvento, il piano si mimetizza e conduce gli altri strumenti fino al termine. Nel mezzo c’è spazio anche per un breve accenno di synth. Nell'insieme, il componimento risulta ritmato e allo stesso tempo melodico.

2. La top five dei brani rock con un suono d’organo grosso così:

- The Animals: House Of The Rising Sun [1964]
Musica sacra prestata al pop. Nella versione di House of The Rising Sun degli Animals, Alan Price rende profana una musica che ricorda gli inni che riecheggiano in chiesa. E’ magistrale il binomio organo-voce del triste pezzo condotto dalla tastiera di Price e dalla sofferta voce di Eric Burdon.

- Bob Dylan: Like A Rolling Stone [1965]
Assolutamente trascinante il motivo proposto dall’organo di Al(an) Kooper. E pesare che questo poco più che ventenne sessionist non doveva essere in sala d’incisione. Costretto a rivestire un ruolo improprio, il baldanzoso chitarrista, riesce a reinventarsi organista pur di suonare con Dylan. Durante le registrazioni per Highway 61 Revisited realizza, all'impronta, un capolavoro che aiuta Like a Rolling Stone a diventare un pezzo storico. A testimoniarlo è un evento particolarmente importante: quando Dylan entra in scena per pronunciare il suo discorso alla Rock’n’Roll Hall Of Fame (1988), viene accolto proprio dal riff di organo creato da Kooper.

- The Doors: Light My Fire [1967]
La band trasgressiva. La band senza basso. La band del poeta dallo sguardo magnetico. La band che ha fatto del suono d’organo un marchio di fabbrica. Light My Fire è un pezzo coi fiocchi soprattutto per merito di Manzarek.

- Deep Purple: Highway Star [1972]
Non è un brano che mi fa impazzire ma poco importa. L’assolo di organo dura solo un minuto ed esalta le qualità di Jon Lord: ogni tasto un grilletto, ogni grilletto un colpo. E di colpi, la sua tastiera, ne spara a raffica. Per tutto il resto del brano l’organo si piazza in una zona d’ombra e il suo suono non soccombe e non sovrasta gli altri strumenti.

- The Wallflowers: Bleeders [1996]
Rami Jaffee riporta in auge il ruolo dell’organo. Con piglio autoritario direziona il suono della band regalando agli appassionati di rock un vero gioiello. La sua proverbiale capacità è la chiave di volta del successo di Bringing Down The Horses. The Bledeers include ritmi rock e momenti più riflessivi nell’arco di 3 minuti e mezzo mantenendo sempre alta la tensione: un pezzo così andrebbe studiato a scuola.

3. La top five dei brani rock (o quasi) condotti dal sintetizzatore:

- Joy Division: Love Will Tear Us Apart [1980]
E’ rock fortemente influenzato da suoni elettronici quello di LWTUA. Il suono del sintetizzatore è freddo e riconoscibile al primo ascolto. Un sibilo fastidioso e sinistro che ben accompagna le tristi liriche. Un capolavoro.

- Eurytmics: Sweet Dreams (Are Made Of This) [1983]
E’ una dicotomia evidente a portare inalterato il fascino del brano sino ai giorni nostri. La voce di Annie Lennox è suadente mentre il synth è algido. E’ tra i brani più significativi e più sputtanati degli anni ’80, finito in tutte le più becere compilations dell’epoca.

- Van Halen: Jump [1984]
Ignobile brano, ignobile il suo autore. Chi l’avrebbe mai detto? Jump è assolutamente dipendente dal suono di synth eppure Eddie Van Halen è un chitarrista dalle funamboliche abilità. Ma con queste, non sempre si porta la pagnotta a casa. Brano indispensabile, nonostante tutto.

- Depeche Mode: Never Let Me Down Again [1987]
Nell’ambito della musica elettronica è quanto di più vicino al rock suonato con gli strumenti tradizionali si possa trovare. Davvero pregevole l’apertura del chorus dopo toni cupi e frustrati. Questo brano trova spazio in Music For The Masses, l’album che ha steso mezzo mondo. Splendido.

- The Chemical Brothers (feat. Richard Ashcroft): The Test [2003]
La collaborazione tra i Chemical Bros. e il frontman dei Verve è quasi riuscita. I registri della voce di Ashcroft e i ritmi accattivanti dei sintetizzatori rendono sperimentale e vagamente accostabile al rock il risultato finale.
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Nota:
Nella seconda playlist, per un soffio, non c’ho infilato la magnetica Black Mask degli (International) Noise Conspiracy. Un rock martellante, veloce, potente, carico di chitarre. Il suono dell’organo ha poco più di 10 secondi per dominare. E in quella manciata di momenti urla e spacca creando dipendenza.

lunedì 14 settembre 2009

Pearl Jam - Backspacer

Furia punk, pezzi mid-tempo e sentimentali ballate. Backspacer, il nuovo album dei Pearl Jam, racchiude in meno di 40 minuti undici brani dalle diverse sfumature. Il sacro fuoco del rock ricevuto in dono anni fa, viene qui custodito e usato con saggezza: scalda ed illumina ma sa anche ardere e devastare. Ci sono il sound e la personalità che li hanno resi celebri e i primi dieci minuti - con quella Gonna See My Friend che lascia storditi - sono folgoranti. Amongs the Waves, posta al centro della tracklist, è un piccolo gioiello, il ponte di congiunzione che unisce le diverse anime dell’album.

Il 2009 è stato prodigo di pubblicazioni, non proprio significative, di big del mainstream rock. Al modesto Working On A Dream di Springsteen, ad esempio, ha fatto seguito l’inconsistente “No Line On The Orizon” degli U2. Adesso tocca ai Pearl Jam rifarsi vivi con nuovo materiale.

Tra lettere, numeri e simboli, il “Backspacer” (indicato sulle tastiere dei PC dall’abbreviazione “Bk Sp”) è il tasto che svolge l’importante funzione di correggere errori (e/o orrori) con una netta “sbianchettata”, con un semplice ritorno di posizione del cursore. L’omonimo album dei Pearl Jam corregge un bel po’ di scelte della recente storia passata, fino a riannodare la trama di un discorso interrotto undici anni fa.
C’è il ritorno del produttore Brendan O’Brien, con il quale sanno instaurare un dialogo speciale (Vs., Vitalogy, No Code, Yield e la riedizione di Ten sono affar suo) che sembra esclusivo, vista l’impossibilità di funzionare pienamente con altri artisti. Dalla lista dei musicisti il backspacer cancella pure il nome del sesto Jammers, quello “aggiunto”. In sala d’incisione manca il tastierista “Boom” Gaspar e il suono ritrova quel mood naturale, mentre il ritmo riprende quel tiro roccioso che bene sa esprimere la band.

Una curiosità sul titolo. Pochi mesi fa il nome Backspacer ha avuto una destinazione d’uso particolare. Da buoni ambientalisti i Jammers hanno supportato un progetto per la salvaguardia dell’ecosistema marino, battezzando proprio Backspacer la testuggine di mare che nell’aprile scorso (quindi durante le sessions di registrazione) ha partecipato e poi vinto la “Great Turtle Race”, bizzarra gara di nuoto tra simili, indetta per sensibilizzare l’opinione pubblica sul pericolo di estinzione di questa specie animale.
Ma non è di certo lento come l’andamento di una tartaruga, il ritmo dell’album. Gonna See My Friends spara chitarre a tutto volume dalle grate di un garage che dà sul cortile. Partenza bruciante, cattiva come non succedeva con Brain of J tratta da Yield (del ‘98).

Il motore sotto il cofano gira a mille e spinge ancora. L’accelerata di Got Some spazza via tutta la polvere accumulata sulla carrozzeria; il brano è potente, dai cori efficaci anche se discreti, e la sezione ritmica retta dalla premiata ditta Ament & Cameron sfianca i compagni. Lanciato come singolo accalappia clienti The Fixer, testo ottimista e motivo accattivante, da solo non ha senso, ma posto al termine del double-shot di testa forma un trittico che si esaurisce in soli otto minuti: una media da punk band. Bentornati ragazzi!

Una massiccia dose di wah-wah e Johnny Guitar trova nei saliscendi virtuosi della voce di Vedder una soluzione già utilizzata in Alone, b-side inclusa nella raccolta Lost Dogs (del 2003).
E come nel puzzle fumettistico di Tom Tomorrow riproposto in copertina, anche il contenuto del disco è un mosaico di tessere dai colori vividi e opachi che si mescolano per proporre un album dai toni indistinti. O meglio, con Johnny Guitar si chiude il capitolo tosto dell’album (che sarà poi parzialmente riaperto da Supersonic) e con Just Breathe si inaugura il Backspacer dalle sfumature pastello. E’ una ballata uscita direttamente dall’album solista di Vedder (Into the wild, colonna sonora dell’omonimo film di Sean Penn) e si sente. Arrangiamenti di archi e una linea di basso semplice ed in evidenza assicurano un taglio vintage al pezzo.

Da tempo la band ha abbandonato atmosfere cupe fatte di musiche irruente e testi carichi di angoscia, collera e tristezza, ma è in questa nona prova in studio che i musicisti lasciano il passo a soluzioni meno problematiche che includono calma, gioia e piacere. Da bravi patrioti americani che hanno votato dalla parte giusta, i cinque di Seattle non possono esimersi dall’esternare maggiore fiducia nel futuro. Brani come The Fixer, inedito manifesto dell’ottimismo espresso dalla band (“se qualcosa è andato rotto voglio provare a rimettere insieme qualche pezzo”), e la romantica ballad Just Breathe (“Sono un uomo fortunato, per contare sulle mani del mio amore”) sono l’espressione del nuovo corso. Del resto è lo stesso Vedder ad aver dichiarato: “Finalmente un briciolo di speranza, dopo dieci anni di canzoni arrabbiate”. E questo senso di rilassatezza si tramuta in redenzione che permea l’epica Amongst the Waves fortemente influenzata dalla passione di Ed per il surf (“Cavalcando alto fra le onde/ Posso sentire di aver avuto un’anima che è stata risparmiata/ Posso vedere la luce attraversare le nubi sotto forma di raggi”). Liriche ispirate, voce e suoni trattati con effetti eco in aggiunta all’assolo di chitarra di Mike, le conferiscono un taglio epico e la candidano a futuro classico del repertorio.

Unthought known è schiacciata dalla traccia precedente, della quale sembra una copia incolore, e da Supersonic, non eccelsa ma veloce e messaggera di una tesi taciuta fino ad oggi ma tramandata per consuetudine sin dal mitico Ten: “voglio vivere la mia vita a tutto volume” (I wanna live my life with the volume full).

Negli scarsi 40 minuti di durata che servono a riprodurre gli undici brani c’è spazio anche per momenti non proprio all’altezza. Pervaso da una criptica introspezione trova spazio, sul finire del disco, un terzetto di componimenti senza troppe pretese. La ridondante Speed of Sounds (solo omonima della creazione dei Coldplay), l’anonima Force of Nature e la malinconica The End non lasciano un segno indelebile.

A questo punto della carriera i Pearl Jam possono permettersi di avventurarsi in sentieri più commerciali senza perdere credibilità e mantenendo vivo il loro impegno nel tramandare l’essenza di un genere allo sbando. E il rifiuto di sottoscrivere un contratto con una major discografica è la prova che questi uomini hanno scelto di portare avanti, senza pressanti vincoli, una missione nel rispetto di valori inviolabili: su tutti la libertà di esprimere la propria arte.
Let’s rock!