Il libro di David Byrne merita di essere letto da tutti gli appassionati di musica. In particolare da quegli inossidabili fan che alimentano il mito dell’artista che detesta le dinamiche del business e da quei disillusi preda dell’anedonia musicale suscitata dall’inflazione di canzoni simil-jingle.
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sabato 29 marzo 2014
mercoledì 19 marzo 2014
Intervista a Red Ronnie
Red Ronnie ha a che fare con la musica da quarant’anni. Ha intervistato grandi artisti, absolute beginners, condottieri e fanfaroni. Insieme a rarità discografiche, i suoi enormi archivi custodiscono grandiosi successi e brucianti sconfitte. Bandito dalla televisione, è rimasto lontano dallo schermo giusto il tempo di riorganizzarsi e riproporre Roxy Bar, il suo più celebre programma, in streaming.
Red Ronnie crede nel suo personaggio e ne alimenta il mito, rimarca risultati, menziona amicizie prestigiose, si fa umile ma poi rivendica il ruolo di pioniere dell’informazione musicale per ripararsi dalle stilettate degli invidiosi e dalle sassate dei diffidenti. Nel bene o nel male, il suo programma ha messo davanti allo schermo tutti i big della musica (nazionale e internazionale) e ha dato chance a innumerevoli sconosciuti. Eppure, certe sue scelte sono state bollate, da più parti, come inopportune.
Conversatore munifico dedito alle iperboli, giura di sentirsi a suo agio con lo switch informatico, ma poi non gli sovviene un tweet capace di spiegare agli ignari il suo Roxy Bar. Poco male, perché Red Ronnie pare essersi impegnato senza riserve pur di mantenere libera e viva la sua idea di musica anche sul web.
La sua verità, con tanto di nomi e cognomi, durante l'intervista per LSDmagazine.
Red Ronnie crede nel suo personaggio e ne alimenta il mito, rimarca risultati, menziona amicizie prestigiose, si fa umile ma poi rivendica il ruolo di pioniere dell’informazione musicale per ripararsi dalle stilettate degli invidiosi e dalle sassate dei diffidenti. Nel bene o nel male, il suo programma ha messo davanti allo schermo tutti i big della musica (nazionale e internazionale) e ha dato chance a innumerevoli sconosciuti. Eppure, certe sue scelte sono state bollate, da più parti, come inopportune.
Conversatore munifico dedito alle iperboli, giura di sentirsi a suo agio con lo switch informatico, ma poi non gli sovviene un tweet capace di spiegare agli ignari il suo Roxy Bar. Poco male, perché Red Ronnie pare essersi impegnato senza riserve pur di mantenere libera e viva la sua idea di musica anche sul web.
La sua verità, con tanto di nomi e cognomi, durante l'intervista per LSDmagazine.
martedì 18 febbraio 2014
Marco Machera - Dime Novels
A due anni esatti dall’esordio discografico, Marco Machera pubblica il seguito di One Time, Somewhere. Al convincente debutto succede Dime Novels, concentrato di stili che racchiude in nove brani la visione matura e composita di un background di spessore. Un patrimonio che il multistrumentista ha accumulato tra live prestigiosi e collaborazioni con artigiani abituati a forgiare suoni all’ombra di illustri personaggi. Coinvolti nella registrazione del disco ci sono numerosi musicisti importanti: citarli, però, distrarrebbe dal focus del lavoro compiuto con grande sincerità, dedizione e umiltà da Machera, unico vero protagonista di questa incisione.
Dime Novels, ovvero racconti da dieci centesimi, narrativa a buon mercato. Per ironia, modestia o scaramanzia, il titolo scelto per il disco sembra voler indurre al bias cognitivo. Chiara, invece, si manifesta l’inflessibile ricerca musicale di un audace visionario che si nega a rigidi schemi stilistici. Dime Novels scaturisce da One Time, Somewhere. Se ne ritrovano indizi tra le righe della criptica Ham On Rye, ballata appalachiana di grande effetto e, al pari del suo precursore, presenta alcuni tratti sfuggenti e decostruiti. E’ un disco che rincorre l’utopia allucinata di Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band e sperimenta sulla scorta della grammatica prog. E’ riflessivo con i brani più quieti, è caotico, quasi nervoso quando inietta fraseggi spezzati tra rimandi psichedelici e trip elettronici.
Uno svicolare tra stereotipi che evidenzia padronanza e leggerezza, peculiarità utili per combattere l’ipocrisia del panorama musicale – beffeggiato con The Ugly Song e The Art Of Cliches – e per ricreare una sregolata dimensione dell’assurdo per John Porno (a suo modo zappiana). Cariche di pathos e di immagini risultano Out Of The Blue e Sing For You, brani melodici adatti alla tenue vocalità di Machera. Suite in due tempi, The Sky è composizione sognante, evocativa e dall'incedere filmico che ha il compito di aprire e chiudere Dime Novels.
Nessuna connotazione stilistica o geografica è definita: questa seconda produzione del musicista laziale, ancora in duo con Francesco Zampi, raccoglie solo creatività. Marco Machera realizza un album difficile da rubricare, nato da passione e con passione portato a termine, scevro da zavorre tipizzanti sempre più frequenti - ormai - anche nel contesto indie.
Dime Novels, ovvero racconti da dieci centesimi, narrativa a buon mercato. Per ironia, modestia o scaramanzia, il titolo scelto per il disco sembra voler indurre al bias cognitivo. Chiara, invece, si manifesta l’inflessibile ricerca musicale di un audace visionario che si nega a rigidi schemi stilistici. Dime Novels scaturisce da One Time, Somewhere. Se ne ritrovano indizi tra le righe della criptica Ham On Rye, ballata appalachiana di grande effetto e, al pari del suo precursore, presenta alcuni tratti sfuggenti e decostruiti. E’ un disco che rincorre l’utopia allucinata di Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band e sperimenta sulla scorta della grammatica prog. E’ riflessivo con i brani più quieti, è caotico, quasi nervoso quando inietta fraseggi spezzati tra rimandi psichedelici e trip elettronici.
Uno svicolare tra stereotipi che evidenzia padronanza e leggerezza, peculiarità utili per combattere l’ipocrisia del panorama musicale – beffeggiato con The Ugly Song e The Art Of Cliches – e per ricreare una sregolata dimensione dell’assurdo per John Porno (a suo modo zappiana). Cariche di pathos e di immagini risultano Out Of The Blue e Sing For You, brani melodici adatti alla tenue vocalità di Machera. Suite in due tempi, The Sky è composizione sognante, evocativa e dall'incedere filmico che ha il compito di aprire e chiudere Dime Novels.
Nessuna connotazione stilistica o geografica è definita: questa seconda produzione del musicista laziale, ancora in duo con Francesco Zampi, raccoglie solo creatività. Marco Machera realizza un album difficile da rubricare, nato da passione e con passione portato a termine, scevro da zavorre tipizzanti sempre più frequenti - ormai - anche nel contesto indie.
martedì 28 gennaio 2014
Pete Seeger: un comunista nel cuore dell'Impero
Della stessa valenza, altre canzoni a lui direttamente attribuibili erano “Where Have All The Flowers Gone?”, “If I Had A Hammer”, “Turn, Turn, Turn!” e “We Shall Overcome”.
La musica e l’impegno sociale erano l’onere e forse anche l’elisir di lunga vita di Pete Seeger. Ad oltre 90 anni mostrava lo stesso entusiasmo di un ragazzino e sembrava avere ancora lo stesso grande desiderio degli esordi che lo sollecitava ad esibirsi in pubblico con il suo adorato banjo. Un banjo adibito ad arnese, macchina. “Questa macchina circonda l’odio e lo costringe ad arrendersi”, ecco la traduzione del motto inscritto lungo la cassa armonica del suo strumento. Un avvertimento più cortese nella forma, ma non meno esplicito nella sostanza, di quello esposto sulla chitarra di Woody Guthrie ("This Machine Kills Fascists").
Un ultimo corale saluto al nume dell'attivismo musicale. Leggendario. E' l'aggettivo più comune, il più sprecato quando qualche protagonista della cultura lascia questo mondo. Leggendario. Un termine abusato che si attribuisce a personaggi scomparsi, più o meno meritevoli di tale titolo. Be’, non conferiamolo anche a Pete Seeger: non sarebbe sufficiente a rendere giustizia alla sua grandezza.
giovedì 23 gennaio 2014
Altro tribut album per Dylan
Sarà disponibile dal 25 marzo il tribute album “Bob Dylan in The 80’s”, uno spaccato della carriera di Bob Dylan riletto con il chiaro intento di riscoprire le perle nascoste in dischi scarsamente considerati dalla critica e poco amati dal pubblico. Una sorta di “best of” circoscritto da rigidi limiti temporali e ricreato sui gusti personali di Jesse Lauter e Sean O'Brien, produttori che hanno partorito un progetto inevitabilmente lacunoso, ma particolarmente audace.
Gli '80 sono anni che un immaginario stereotipato descrive di plastica, preda di molesti synth e pettinature raccapriccianti. Secondo questo archetipo, anche la musica di quel frangente veniva concepita e spacciata come mero fenomeno di consumo. Certi “veri artisti”, irriducibili fedayìn dell’arte musicale tutta passione, si prestavano con malsana disinvoltura al riprovevole traffico di talento e immagine. Ma è stato davvero così? Quel lasso di tempo che ci ha lasciato “solo” 25 anni fa, è stato realmente regressivo e nettamente inferiore al precedente e poi al successivo? E’ stato un ciclo in balia della volgarità e della grossolanità tout court? Eppure oggi se ne riscontra la riproposizione caldeggiata tanto dagli stakeholder dell’industria dell’intrattenimento e della moda, quanto dai fautori della retromania.
Sorta di teorici della negazione, i produttori Lauter e O'Brien hanno indagato la discografia realizzata da uno dei “veri artisti” che ha attraversato quel periodo – uscendone malconcio ma vivo –, per rivalutarne il meglio e rifiutare una limitante generalizzazione. Il vero artista è il Bob Dylan a metà del guado di un’esistenza che l’ha già incoronato menestrello, giudicato rottamatore a Newport, reso nomade per la Rolling Thunder Revue, ma che non l’ha ancora umiliato quale attore per gli spot di Victoria's Secret. Dylan apriva gli ’80 con Saved e Shot of Love, inconsistenti album in odor di conversione religiosa (più presunta che reale), riconquistava valore con Infidels e chiudeva il decennio con il risorgimento creativo di Oh Mercy. Periodo controverso, dunque? A giudicare i 17 ripescaggi effettuati dal duo di produttori, il crack sembrerebbe parziale. Con il senno di poi Dylan parrebbe certamente più dimesso rispetto agli eccelsi standard dei due decenni precedenti, ma pur sempre traghettatore di illuminato cantautorato.
Vittime di una spietata dogmaticità che ha bocciato secondo la logica del “fare di ogni erba un fascio”, alcune tra le registrazioni finite in quei dischi (parte del materiale, però, è estratto anche da Under The Red Sky del ’90 e dallo strepitoso side-project Traveling Wilburys) risplendono oggi in cover capaci di suffragarne il valore senza tempo. I “Jokermen” in azione sono musicisti mainstream oppure almost famous: l’insospettabile Slash, lo starnazzante Craig Finn (The Hold Steady), il barbuto Bonnie “Prince” Billy, il comico in ascesa Reggie Watts, il prezzemolino lagnoso Glen Hansard, il talentuoso Neal Casal e gli autentici Built To Spill (la “loro” Jokerman è in free download).
Bob Dylan in the 80’s non è perfetto, e forse non aspira ad esserlo, ma tra la marea di tributi indirizzati al repertorio del folksinger svetta per originalità della proposta e per fresco sviluppo reinterpretativo. Tra questi resta inspiegabilmente escluso un capolavoro come Man In The Long Black Coat (da Oh Mercy) ma spicca la presenza di When The Night Comes Falling From The Sky, la cui take originaria è stata incisa con Steven Van Zandt e Roy Bittain – della E Street Band – per Empire Burlesque, scartata e infine inclusa nel terzo volume delle Bootleg Series.
Aspetto che aggiunge valore all’album è dato dal carattere benefico: una parte dei proventi sarà devoluta alla Pencils of Promise, organizzazione non-profit impegnata a fornire istruzione in aree sottosviluppate dell’Asia, Africa e America Latina.
Gli '80 sono anni che un immaginario stereotipato descrive di plastica, preda di molesti synth e pettinature raccapriccianti. Secondo questo archetipo, anche la musica di quel frangente veniva concepita e spacciata come mero fenomeno di consumo. Certi “veri artisti”, irriducibili fedayìn dell’arte musicale tutta passione, si prestavano con malsana disinvoltura al riprovevole traffico di talento e immagine. Ma è stato davvero così? Quel lasso di tempo che ci ha lasciato “solo” 25 anni fa, è stato realmente regressivo e nettamente inferiore al precedente e poi al successivo? E’ stato un ciclo in balia della volgarità e della grossolanità tout court? Eppure oggi se ne riscontra la riproposizione caldeggiata tanto dagli stakeholder dell’industria dell’intrattenimento e della moda, quanto dai fautori della retromania.
Sorta di teorici della negazione, i produttori Lauter e O'Brien hanno indagato la discografia realizzata da uno dei “veri artisti” che ha attraversato quel periodo – uscendone malconcio ma vivo –, per rivalutarne il meglio e rifiutare una limitante generalizzazione. Il vero artista è il Bob Dylan a metà del guado di un’esistenza che l’ha già incoronato menestrello, giudicato rottamatore a Newport, reso nomade per la Rolling Thunder Revue, ma che non l’ha ancora umiliato quale attore per gli spot di Victoria's Secret. Dylan apriva gli ’80 con Saved e Shot of Love, inconsistenti album in odor di conversione religiosa (più presunta che reale), riconquistava valore con Infidels e chiudeva il decennio con il risorgimento creativo di Oh Mercy. Periodo controverso, dunque? A giudicare i 17 ripescaggi effettuati dal duo di produttori, il crack sembrerebbe parziale. Con il senno di poi Dylan parrebbe certamente più dimesso rispetto agli eccelsi standard dei due decenni precedenti, ma pur sempre traghettatore di illuminato cantautorato.
Vittime di una spietata dogmaticità che ha bocciato secondo la logica del “fare di ogni erba un fascio”, alcune tra le registrazioni finite in quei dischi (parte del materiale, però, è estratto anche da Under The Red Sky del ’90 e dallo strepitoso side-project Traveling Wilburys) risplendono oggi in cover capaci di suffragarne il valore senza tempo. I “Jokermen” in azione sono musicisti mainstream oppure almost famous: l’insospettabile Slash, lo starnazzante Craig Finn (The Hold Steady), il barbuto Bonnie “Prince” Billy, il comico in ascesa Reggie Watts, il prezzemolino lagnoso Glen Hansard, il talentuoso Neal Casal e gli autentici Built To Spill (la “loro” Jokerman è in free download).
Bob Dylan in the 80’s non è perfetto, e forse non aspira ad esserlo, ma tra la marea di tributi indirizzati al repertorio del folksinger svetta per originalità della proposta e per fresco sviluppo reinterpretativo. Tra questi resta inspiegabilmente escluso un capolavoro come Man In The Long Black Coat (da Oh Mercy) ma spicca la presenza di When The Night Comes Falling From The Sky, la cui take originaria è stata incisa con Steven Van Zandt e Roy Bittain – della E Street Band – per Empire Burlesque, scartata e infine inclusa nel terzo volume delle Bootleg Series.
Aspetto che aggiunge valore all’album è dato dal carattere benefico: una parte dei proventi sarà devoluta alla Pencils of Promise, organizzazione non-profit impegnata a fornire istruzione in aree sottosviluppate dell’Asia, Africa e America Latina.
domenica 12 gennaio 2014
Molla - Prendi fiato
È uno sguardo al microcosmo, un sussurro che resta in una bolla, piccolo confessionale che incapsula pensieri intimi ed esclusivi. In Prendi fiato non c’è posto per il mondo. Molla racconta gli inciampi tra le buche disseminate lungo la vita: la sua.
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