sabato 10 gennaio 2009

Santa Claus has come to town (part two)

Combinazione di generi se ne trova anche in "Now I Got Worry" (1996), della Jon Spencer Blues Explosion, ove la locuzione assume il suo precipuo significato.
Quest'album è un gran calcio in culo! Si parte per l'orbita (occhio, ci si arriva con la pedata) e non si rimette piede (o natica) sulla terra, se non quando il dischetto è fuori dal lettore. L’iniziale "Skunk" comincia e termina con un urlaccio (non sparare il volume dei diffusori se, insediati nei paraggi, ci sono malati di cuore), "Identify" furoreggia per un minuto e "Wail" è il perfetto brano "brutto, sporco e cattivo". Il disco, pur viaggiando su dinamiche Blues, è assolutamente non convenzionale: sono individuabili chiari riferimenti all'Hip Hop ("Fuck Shit Up"), al Blues più tradizionale ("Booketship" e "Can't Stop"), al Rock funkeggiante degli Stones ("Dynamite Lover") e addirittura alla dance (!) presente con un brevissimo inserto nel mezzo di "Eyeballin".
Cantato con estremo vigore da Jon Spencer (voce e chitarra) e suonato con ruvida potenza da Judah Bauer (l'altra chitarra) e Russel Simins (batteria), questo capolavoro si presenta in uno spartano cartonato (no testi, no booklet) con cover photo di un poco ispirato Danny Clinch (fotografo tra gli altri di Pearl Jam e Springsteen).
Album spacca tutto, da avere ad ogni costo.
Attenzione: Babbo Natale mi ha detto che è difficile da reperire nei “vecchi” negozi di dischi (per chi ancora se ne serve).

"Relish" pubblicato nel 1995, invece, è un album relativamente facile da inquadrare.
Blues e Rock dipingono la stessa tela in un’alternanza di colori caldi che ben tratteggiano uno scenario adeguato alle appassionate pennellate di Joan.
E’ un percorso altalenante, quello intrapreso dalla Osborne, che origina un quesito ancora irrisolto: cantante sfortunata o sopravvalutata? Per mia buona sorte non ho il compito di pronunciare l’ardua sentenza. Il dato di fatto è che la statunitense, con questo grande album vende - meritatamente - oltre 2 milioni di dischi e poi, con i lavori seguenti, smantella quanto edificato.
Ottimi sessionists in studio, grande produzione e un hit invidiabile (il singolone "One Of Us" ripreso anche da Prince o come cacchio si fa chiamare ora), fanno balzare in classifica e agli onori della cronaca musicale la cantante dai boccoli caramello.
Di straordinaria bellezza le malinconiche "St. Teresa" e "Pensacola"; di grande impatto il Blues di "Dracula Moon", su cui la graffiante voce di Joan finalmente si produce in tutta la sua potenza; vivace e con incursione di sax "Right Hand Man"; bello il “quasi Rock” di "Ladder" con tappeto sonoro di organo a fare da contraltare alla voce della Osborne; sbilenca e cantata alla maniera delle bad girls (del resto il titolo non lascia adito a fraintendimenti) "Let's Just Get Naked". Ancora Blues a profusione in "Help Me" con tanto di spazzole a lisciare le pelli, slide a pettinare le corde e muto soffio trasformato in vibrato dall’armonica. In evidenza la magnetica voce della volitiva Joan in "Crazy Baby" prima che la dolcissima chitarra della ballad "Lumina" chiuda il disco.
Ah, quasi dimenticavo, la versione di "Man In The Long Black Coat" (da "Oh Mercy" di tal Bob Dylan) è da antologia.
Manco a dirlo, anche qui, non c'è traccia dei testi nel libretto interno.

Per una sorta di legge della compensazione, invece, sono ben due i corposi libretti, ricchi di note, di foto e di tutti i testi dei brani inclusi nella prima antologia realizzata per “The Only Band That Mattered”, che si trovano in "Clash On Broadway" (questa è la stampa del 2000, rimasterizzata a cura della Epic/Legacy).
Pubblicato quando la guerrilla dei Clash è un’esperienza ormai dichiaratamente chiusa, questo coacervo di policarbonato, carta e informazioni digitali, è un pezzo di storia bello da sentire e da vedere.
I Clash mi offrono la possibilità di affermare che qualche colletto bianco del marketing dotato di buon gusto, esiste. Non posso non crederlo avendo appreso che questa raccolta nasce grazie alla pubblicità ideata per un paio di jeans. Ecco quindi risuonare il mitico riff di “Should I Stay Or Should I Go” sulle immagini del martellante spot televisivo che la Levi’s ha commissionato ad un’agenzia pubblicitaria che sa il fatto suo. Che abominio: il gruppo Rock più dichiaratamente di sinistra "usato" per fare marchette in combutta con una multinazionale! Il singolo, a 10 anni dall’esordio, ritorna dunque prepotentemente ed inaspettatamente in classifica (1991). Il rinnovato successo del riff di Jones convince la casa discografica a inventarsi un modo per vendere il brano ritornato popolare. Includerlo insieme a sessantadue brani di “combat Rock”, tra cavalli di battaglia, demo e alcuni inediti, può essere la soluzione. La notizia (pessima) è che tra questi manca “Know Your Rights”.
Attualmente questi 3 dischi si alternano nel mio lettore CD con il "Live at Shea Stadium" da poco edito: ma questa è un'altra storia ...

Grazie Babbo Natale, davvero!
E sappi che non devi sentirti obbligato a passare a trovarmi solo una volta l'anno!

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2 commenti:

Anonimo ha detto...

Bell'articolo. Complimenti per l'acume nel descrivere gli album. Sono una persona sempre alla ricerca di nuovi artisti. Prenderò spunto dai tuoi suggerimenti. Grazie.

Francesco Santoro © ha detto...

Oh beh, grazie mille!
Spero tanto di non dover apprendere che hai seguito pessimi suggerimenti.
Torna quando vuoi.